Un test del sangue ci dirà quanto vivremo

Un test del sangue ci dirà quanto vivremo


FORSE, in futuro, non dovremmo più chiederci “quanti anni mi restano ancora da vivere” ma piuttosto se davvero vogliamo sapere quale livello di rischio abbiamo di morire nei dieci anni successivi. A far pensare a questa possibilità, considerando tutte le cause di morte ed andando oltre I classici fattori di rischio come ipertensione, colesterolo elevato o glicemia fuori controllo, è una ricerca condotta da un’equipe che ha coinvolto tra gli altri l’Università di Leiden, Il National Institute for Health and Welfare della Finlandia, l’Università del Brunei di Londra è è stata coordinata da Joris Deelen. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, propone infatti 14 biomarcatori che, valutati assieme al sesso del soggetto, risulterebbero più efficaci nel definire il rischio di morte a 5 e 10 anni rispetto alla valutazione dei classici fattori di rischio oggi considerati. Per ottenere le valutazioni basta un semplice prelievo di sangue, visto che si tratta di entità che circolano liberamente nel nostro liquido vitale.

Gli esami da fare

Grazie a questi esami, quindi, i medici potrebbero non solo definire l’effettivo rischio di una persona a tutte le età ma anche mettere in atto strategie di cura più aggressive nel soggetto, in base alle sue condizioni. A fare da “sponda” scientifica a questa rilevazione sono gli studi sulla metabolomica, la scienza che punta a scoprire le migliaia di reazioni metaboliche che si sviluppano all’interno delle cellule, per svelarne i segreti del funzionamento.  La batteria dei biomarcatori presi in esame è stata studiata su una popolazione di 44.168 persone, di età compresa tra i 18 e i 109 anni, partendo da una serie di valutazioni scientifiche su diverse coorti di popolazione. Con un sistema che ha progressivamente ristretto il raggio delle sostanze da valutare – in partenza erano più di 200 – gli scienziati sono riusciti a circoscrivere e determinare i test che possono risultare davvero utili per giungere a definire il rischio di morte nel periodo che va dai cinque ai dieci anni successivi al controllo. Il tutto, in modo più efficace rispetto a quanto avviene con le tradizionali valutazioni, come la misurazione del colesterolo o della glicemia (oltre che di altri esami del sangue) o la misurazione della pressione arteriosa.  Questi soli parametri, infatti, possono rivelarsi meno efficaci in chiave predittiva, soprattutto nella popolazione anziana: secondo alcuni studi infatti un’eventuale ipertensione potrebbe risultare anche protettiva sopra gli 85 anni in termini di durata della vita.

LEGGI Italia, paese degli ultracentenari: è record di longevità in Europa
 

I 14 parametri da considerare

 
Lo studio è stato condotto sfruttando una particolare piattaforma di Risonanza Magnetica Nucleare che ha definito con la massima precisione i profili dei biomarcatori metabolici nei soggetti in esame, derivanti da 12 diverse popolazioni. In questa coorte combinate si sono osservati oltre 5500 decessi durante il monitoraggio. L’analisi dei molti biomarcatori considerati ha portato ad evidenziare i 14 che si sono rivelati associati in modo indipendente alla mortalità per ogni causa. Alcuni di questi elementi erano sicuramente ipotizzabili, altri invece appaiono a prima vista quanto meno curiosi. Il modello di valutazione ha considerato infatti alcuni parametri del metabolismo dei lipidi, come i lipidi totali all’interno dei chilomicroni, le VLDL (particolare tipo di lipoproteine) particolarmente voluminose oltre al loro diametro, e le HDL (il colesterolo buono) eccessivamente piccole. Sempre sul fronte dei lipidi è stato considerato il rapporto nel sangue tra acidi grassi polinsaturi e acidi grassi totali.

Capire quali sono i pazienti a rischio

Inoltre sono state prese in considerazione le concentrazioni di alcuni aminonacidi come istidina, leucina, valina oltre all’albumina insieme a quelle di altri aminoacidi come isoleucina e fenilalanina. Infine sono stati presi in esame i valori dell’acido acetoacetico (che offre informazioni sull’attività dei mitocondri, centrali energetiche della cellula) della glicemia, dell’acido lattico e della GlycA, “segnalatore” dell’infiammazione.  “I 14 biomarkers considerati – scrivono gli autori dello studio – sono coinvolti in processi diversi, dal metabolismo delle lipoproteine e degli acidi grassi alla glicolisi, all’equilibrio dei liquidi e all’infiammazione”. Rispetto a ricerche precedenti, che avevano individuato 4 marcatori (di cui tre ripresi in questa analisi) l’accuratezza predittiva sembra essere superiore. Ovviamente al momento non si può parlare di un impiego di questa strategia di valutazione nella pratica clinica ma in ogni caso la ricerca va avanti. Ulteriori messe a punto future sono attese, per arrivare da un lato a considerare quali sono gli individui a maggior rischio (e non solo sotto il profilo cardiovascolare o oncologico) e dall’altro su quali persone vadano puntate le strategie preventive e di cura più efficaci.

LEGGI Troppa carne rossa è nemica della longevità


“La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”

Carlo Verdelli
ABBONATI A REPUBBLICA