Tumore del pene, uno strumento per cure più mirate

Tumore del pene, uno strumento per cure più mirate


PREDICE la probabilità di sopravvivenza a uno e due anni e suggerisce quali sono i pazienti che beneficeranno di nuovi trattamenti e quali quelli che invece trarranno vantaggio dalla chemioterapia classica. È il nomogramma per il tumore del pene a cellule squamose, uno strumento che una equipe internazionale di oncologi urologi e statistici ha messo a punto a partire dai dati 743 pazienti raccolti da sette centri di Cina, Brasile, USA, ed Europa coordinati dall’Istituto Nazionale Tumori di Milano. Uno strumento particolarmente utile: prognostico ma non solo, visto che è anche in grado di aiutare i medici a prendere decisioni terapeutiche. E anche uno strumento – descritto recentemente da uno studio retrospettivo pubblicato su Urologic Oncology  – che ha incluso una delle più ampie casistiche sul tumore del pene mai realizzate e che ha permesso di arrvare a due conclusioni. Primo: il fattore prognostico più importante per la sopravvivenza a questa patologia rara ma aggressiva è la presenza di malattia a livello dei linfonodi. Secondo: la chemioterapia è indicata quando il tumore ha colpito i linfonodi, quelli pelvici in particolare, e i pazienti con tumore localizzato si potrebbero indirizzare verso trial clinici sperimentali.
 

Raro e cattivo

Il tumore spinocellulare del pene è aggressivo, ma molto raro, “colpisce circa 100mila uomini l’anno nel mondo”, dice Daniele Raggi, del Dipartimento di oncologia medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e co-autore dello studio. La sopravvivenza varia molto a seconda della gravità. “In assenza di malattia linfonodale – riprende l’oncologo – cioè quando il tumore è confinato all’organo, supera l’80% a 5 anni. Ma non va oltre il 15% quando il tumore ha raggiunto i linfonodi pelvici, strutture profonde, interne al bacino che rappresentano la seconda stazione linfonodale interessata dalla malattia, dopo i linfonodi inguinali che sono la prima stazione”.
 

Igiene e virus

I fattori di rischio del carcinoma del pene sono prima di tutto l’igiene personale “infatti è più frequente dove c’è scarsa attenzione alle norme igieniche ed è più raro nelle comunità nelle quali si pratica la circoncisione – riprende Raggi – Il secondo fattore di rischio è legato alle malattie sessualmente trasmissibili: l’Hpv è sicuramente predisponente”.
 

Il nomogramma

Si tratta di un sistema statistico-matematico che tiene conto di una serie di variabili legate sia al paziente (età, sede del tumore, chemio prima o dopo la chirurgia, radioterapia…), sia alla malattia (stadio, chirurgia, estensione dell’intervento…). Tutte queste variabili vengono messe in relazione una a una con la sopravvivenza o con l’andamento del tumore nel singolo paziente. Per ogni variabile c’è un punteggio, sommando i punteggi di tutte le variabili si ottiene uno score totale che si correla inversamente alla probabilità di sopravvivenza. “Il punteggio finale va da 0 a 270 e indica la probabilità che il paziente sopravviva a 12 e 24 mesi”, aggiunge l’oncologo: “Posso per esempio prevedere che la probabilità di un paziente di essere vivo dopo un anno è del 60% o del 20% per cento. Se il paziente avrà un’aspettativa di vita elevata può essere un buon candidato per una serie di cure anche sperimentali, se invece ha una sopravvivenza bassa possiamo indirizzarlo a un trattamento convenzionale immediato”.
 

Le variabili più importanti

Degli oltre 700 pazienti coinvolti nello studio circa il 12% era stato sottoposto a chemioterapia a base di cisplatino prima dell’intervento chirurgico, il 25% dopo l’intervento e solo il 10% aveva ricevuto radioterapia dopo l’operazione. La metà circa dei pazienti aveva malattia clinicamente silente ai linfonodi, cioè riscontrata unicamente al momento dell’operazione. “Con i limiti delle analisi condotte retrospettivamente – spiega Raggi – le variabili più importanti legate alla malattia e al paziente direttamente correlate alla sopravvivenza globale sono: l’età al momento della diagnosi, il rapporto tra il numero totale di linfonodi malati riscontrati nel corso dell’intervento sul numero di linfonodi asportati, il numero assoluto e la sede (inguinale o pelvica) dei linfonodi malati e la somministrazione o meno della chemioterapia prima dell’intervento”. “Un altro dato interessante – continua – è che i trattamenti perioperatori con la chemioterapia sembrerebbero meno efficaci in presenza di poca malattia linfonodale (inguinale), mentre hanno un ruolo significativo sulla sopravvivenza nei pazienti affetti da malattia linfonodale più avanzata (linfonodi pelvici). Nessuna indicazione è emersa sul ruolo della radioterapia a causa dell’esiguità dei numeri”. Ma cosa aggiunge questo studio a quello che già si sapeva si faceva contro il tumore del pene a cellule squamose? “Fino a oggi i pazienti affetti da questo tumore affrontavano la stessa terapia a seconda dell’esperienza personale del chirurgo o dell’oncologo e nulla era standardizzato. Oggi non è più così”.
 

Un work in progress

“Il progetto collaborativo che abbiamo promosso è un work-in-progress che ha lo scopo di mettere insieme Paesi con pazienti di etnie differenti per realizzare un database che possa diventare una fonte di numerosi studi, sia confermativi per il nostro modello sia di diversa natura”, afferma Andrea Necchi, Oncologia medica 2 Istituto dei Tumori, anche lui co-autore dello studio. “A oggi abbiamo collaborazioni e dati di pazienti da Cina, Brasile, USA ed Europa – continua Necchi – ma l’obiettivo è quello di aggiungere molti altri Paesi”. L’idea è di partire con un progetto prospettico, cioè con uno studio che arruolerà a partire da ora, e seguirà negli anni, altri pazienti e analizzerà anche variabili che non sono state incluse nello studio appena pubblicato. “Per esempio – dice e conclude Raggi – l’istologia del postoperatorio, perché retrospettivamente questo è un dato che non abbiamo avuto a disposizione. Ma lo avremo”.

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