Tumore del fegato, quanto conta quello che mangiamo

Tumore del fegato, quanto conta quello che mangiamo


CEREALI integrali, fibre e crusca potrebbero ridurre il rischio di tumore del fegato? È questa la domanda alla quale ha cercato di rispondere uno studio osservazionale americano, appena pubblicato su Jama Oncology, dopo aver seguito le abitudini alimentari di oltre 125mila individui per 24 anni. E stando alle conclusioni della ricerca una dieta ricca di cereali integrali potrebbe essere d’aiuto nella prevenzione primaria di questa neoplasia, perché l’assunzione di questo tipo di alimenti potrebbe mitigare alcuni dei fattori che spianano la strada a questa malattia oncologica, come l’infiammazione e l’iperinsulinemia.
 

L’importanza della dieta

Per lo studio i ricercatori hanno analizzato caratteristiche e stili di vita di oltre 77 mila donne e 48 mila uomini di età media pari a 63 anni, come attività fisica, indice di massa corporea (BMI), abitudine al fumo, assunzione di alcool e diabete di tipo 2. E hanno focalizzato la loro attenzione in particolare sull’assunzione di alcuni alimenti come cereali, crusca, frutta e verdura, effettuando lungo tutta la durata della ricerca dei controlli ogni quattro anni. Di tutto il campione preso in esame, il carcinoma epatocellulare – la forma più comune di tumore del fegato – è stato riscontrato in 141 persone (70 donne e 71 uomini). In particolare quello che è emerso dalla ricerca è che un maggior apporto di cereali integrali potrebbe essere associato a un minor rischio di sviluppare questo tipo di tumore, associazione che invece i ricercatori non hanno osservato nel caso di una maggiore assunzione di frutta e verdura.

“L’associazione tra l’aumento dell’apporto di cereali integrali o fibre nella dieta alimentare e il minor rischio di sviluppare il carcinoma epatocellulare è un’informazione inaspettata e nuova – spiega Bruno Daniele, direttore dell’U.O.C. di Oncologia dell’Ospedale del Mare di Napoli -, che dovrà essere ulteriormente studiata per evidenziare un’effettiva relazione di causa ed effetto.  Questo perché nello studio epidemiologico in questione non vengono presi in considerazione altri fattori di rischio, ad esempio l’incidenza dell’epatite B e C negli individui analizzati, dati che in un’analisi come questa potrebbero fornire informazioni importanti per capire quanto effettivamente pesi il consumo di questo tipo di alimenti nella prevenzione di tale neoplasia”. Per il carcinoma del colon “questa relazione è stata in parte già indagata in diversi studi epidemiologici – aggiunge l’esperto – ed è abbastanza ragionevole se pensiamo al fatto che il consumo di fibre determini una maggiore velocità del transito intestinale e quindi un minor contatto delle eventuali sostanze cancerogene presenti nei cibi con l’intestino.
 

Sindrome metabolica e cancro

Quello che si può certamente dire nel caso dell’epatocarcinoma è che lo stile di vita alimentare non deve essere sottovalutato perché, spiega Daniele, “fattori come l’obesità, ma anche il sovrappeso e il colesterolo alto possono aumentare il rischio di accumulo di grasso nel fegato, portando molti pazienti a soffrire di steatosi epatica e in alcuni casi steatoepatite, la forma più grave, che è riconosciuta come uno dei principali fattori di rischio dell’epatocarcinoma”.

Inoltre, sebbene sia ormai noto che l’obesità è associata all’aumento di incidenza di diverse malattie oncologiche, “nel caso dell’epatocarcinoma questo fattore di rischio così come la sindrome metabolica (cioè l’associazione di obesità, diabete e ipercolesterolemia, ndr.) stanno diventando sempre più importanti”, aggiunge Daniele, che conclude: “Mentre un paziente affetto da epatite è riconosciuto formalmente come paziente a rischio di carcinoma del fegato ed è quindi soggetto a una sorveglianza periodica dell’organo, in molti casi i pazienti obesi o diabetici sfuggono a questi controlli e la diagnosi del tumore al fegato avviene più tardivamente”.