Talco e tumore ovarico, nuovi dati non confermano l'aumento di rischio

Talco e tumore ovarico, nuovi dati non confermano l’aumento di rischio


SI torna a parlare di talco e rischio di cancro dell’ovaio. Più di una volta la polvere di talco per l’igiene dell’area pelvica è finita sotto accusa, tanto che una nota azienda farmaceutica è stata condannata a risarcire le famiglie di alcune donne che utilizzavano il prodotto e decedute per cancro all’ovaio. Questa volta ad accendere i riflettori non è però la cronaca, ma un nuovo studio pubblicato sul Journal of American Medical Association (Jama).
 

Una annosa questione

A partire dagli anni ’70 sono stati pubblicati articoli scientifici sulla possibile associazione tra l’uso della polvere di talco e lo sviluppo del carcinoma ovarico, e diversi studi hanno riportato un aumento del rischio, sebbene relativamente piccolo. Si tratta per lo più di studi di caso-controllo, in cui due popolazioni – con e senza tumore dell’ovaio in questo caso – vengono confrontate sull’uso del talco. I risultati hanno messo in luce una possibile associazione (a volte statisticamente significativa) fra la polvere di talco usata nella zona genitale e il cancro ovarico. Tuttavia, queste indagini hanno dei limiti, come sottolinea l’editoriale di Jama che accompagna il nuovo studio. Fra questi, il fatto che si basano sui ricordi e che persone già affette dal cancro potessero riferire di aver usato il prodotto più di quanto realmente avvenuto. Nella maggior parte dei casi, comunque, non si nota una correlazione tra uso di talco e l’aumento del rischio. Nel 2018, un’ampia revisione di 31 studi, di cui tre di coorte (cioè su grandi popolazioni), non aveva fornito ancora una conclusione chiara.

Nel frattempo, nel 2016 veniva resa nota la notizia del risarcimento da parte della Johnson & Johnson alla famiglia di una donna, morta di cancro all’ovaio, che aveva usato per anni la polvere di talco. Le ragioni della condanna riguardavano la mancanza di indicazione, sulle confezioni del prodotto, della dicitura “potenzialmente cancerogeno”. Da allora le cause contro la multinazionale sono state diverse e nel 2018 l’azienda è stata condannata ad un maxi-risarcimento destinato a 22 donne con cancro ovarico, stavolta per la presenza di amianto nel prodotto. Il talco può infatti contenere tracce di amianto, anche se quando viene lavorato il materiale cancerogeno viene eliminato e fin dagli anni ’70 per legge il talco in vendita non può contenerlo. Come riporta l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), “sulla base della scarsa qualità di prove ottenute in studi con esseri umani che hanno collegato il cancro ovarico all’uso di talco, lo IARC considera solo l’uso del talco a livello perineale (cioè genitale o intravaginale) come ‘possibile carcinogeno per l’uomo’”. Facile comprendere, quindi, perché fiocchino le ricerche per evidenziare o escludere la presenza di un aumento del rischio.

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Il nuovo studio

Per dipanare i dubbi, Katie M. O’Brien e gli altri ricercatori della Epidemiology Branch, presso il
National Institute of Environmental Health Sciences, hanno ora condotto una nuova analisi dei dati di ben 4 coorti statunitensi, basandosi sul Nurses’ Health Study (NHS), sul Nurses’ Health Study II (NHSII), sul Women’s Health Initiative Observational Study (WHI-OS) e sul Sister Study (SIS), per un totale di oltre 250mila donne: il più ampio campione mai raccolto finora per questo genere di indagine. In media quasi 4 partecipanti su 10 hanno riferito di aver usato la polvere di talco in maniera continuativa nell’area genitale per più di 20 anni, o di frequente (più di una volta a settimana). Durante un follow-up di più di 11 anni, circa 2 mila donne hanno poi sviluppato un tumore ovarico. In particolare, fra quelle che avevano fatto ampio uso del talco, la malattia ha fatto registrare una media di 61 casi su 100mila all’anno, mentre fra quelle che non lo avevano impiegato l’incidenza era di 55 su 100mila.
 

Nessuna “associazione statisticamente significativa”

A fronte di queste percentuali, molto simili fra loro, i ricercatori concludono che “non si è osservata un’associazione statisticamente significativa”, come scrivono I ricercatori nelle conclusioni, fra l’uso della polvere di talco e l’insorgenza del cancro. In altre parole, il piccolo aumento rilevato (61 su 100mila contro 55 su 100mila) è al di sotto della soglia per cui è possibile stabilire un qualsiasi nesso. “Ad ogni modo – riportano gli autori – lo studio potrebbe non essere sottodimensionato per identificare un piccolo aumento del rischio”, motivo per cui saranno ancora necessarie ulteriori ricerche.

Nonostante i grandi numeri analizzati, infatti, i casi di tumore ovarico sono relativamente pochi, per cui è difficile rilevare un eventuale lieve aumento di incidenza. I futuri studi dovrebbero concentrarsi solo sulle donne che hanno conservato le funzioni riproduttive durante l’uso del talco: un’impresa difficile perché per raccogliere questi dati potrebbero servire molti anni, e perché l’abitudine di utilizzare il talco continua a diminuire.


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Carlo Verdelli
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