Suicidi in calo in Italia, ma 10 persone al giorno si tolgono la vita

Suicidi in calo in Italia, ma 10 persone al giorno si tolgono la vita


CALANO i suicidi in Italia, ma ancora oggi ne avvengono oltre 10 ogni giorno: nel 1996 si erano tolte la vita 4.689 persone, venti anni dopo, nel 2016, lo hanno fatto 3.870. “Un numero che parla di un fenomeno complesso, alla cui base non vi è solo la depressione, ma una cinquantina di fattori di rischio”. A spiegarlo, analizzando i dati dell’Annuario 2019 dell’Istat, è Massimo Cozza, direttore del Dipartimento Salute Mentale Asl Roma 2, la più grande Asl metropolitana in Europa.

Nel 2016, anno più recente di rilevazione, in Italia si sono tolte la vita oltre 6 persone ogni 100 mila abitanti. “La diminuzione dei suicidi negli ultimi 20 anni – osserva lo psichiatra – si può collegare ad un complessivo miglioramento delle condizioni di vita. Mentre l’aumento temporaneo del trend tra il 2007 e il 2013 potrebbe essere stato collegato alla crisi economica”. La modalità più frequente avviene per impiccagione e soffocamento. Il numero cresce con l’età: si passa da 1,3 suicidi per 100 mila abitanti sotto i 24 anni a 10 per le persone di oltre 65 anni. Il Nord-est si conferma l’area con i livelli di mortalità più elevati: 7,9 suicidi ogni 100 mila abitanti.

A togliersi la vita sono più spesso gli uomini, con un rapporto di circa 4 ad 1 rispetto alle donne. “Questo – osserva lo psichiatra Massimo Cozza – potrebbe essere la conseguenza del ruolo affidato dalla società al genere maschile, basato sul lavoro svolto e sulle capacità economiche raggiunte”. Il maggior tasso al Nord Est rispetto al Sud, invece, “potrebbe essere frutto di maggior individualismo a fronte della più solida rete di protezione familiare e sociale tipica del meridione”. Mentre l’aumento della mortalità con il crescere dell’età “si spiega con un aumento del senso di isolamento sociale e l’insorgere di malattie croniche”.

Spesso si attribuisce la responsabilità di un suicidio alla depressione, “ma le cose non stanno così e il fenomeno è più complesso”. Una recente metanalisi pubblicata su Psychological Bullettin ha mostrato che esistono 50 fattori di rischio che possono avere un peso, “tra cui isolamento sociale, dipendenze, difficoltà di comunicazione, abusi durante l’infanzia, gravi malattie croniche, tendenze aggressive, detenzione, eventi molto stressanti”. Fare qualcosa si può. Ad esempio, aiutando il reinserimento nel mercato del lavoro chi lo ha perso ed evitando nei mass media il sensazionalismo per ridurre fenomeni di emulazione. Dal punto di vista sanitario, particolare attenzione va dedicata alle persone con sentimenti di disperazione, rabbia incontrollabile, che si sentono senza via di uscita. A salvare una vita, però, può essere chiunque, attraverso l’ascolto e la condivisione. “Una persona che sta per suicidarsi potrebbe fermarsi se qualcuno l’avvicina, forse lo spera e non ha avuto il coraggio di parlarne”. Per tutte queste ragioni, conclude Cozza, “è importante condurre campagne di sensibilizzazione su un tema verso il quale c’è ancora scarsa consapevolezza, stigma e pregiudizio”


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Carlo Verdelli
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