Smartphone e tablet, una dipendenza che inizia nell'infanzia

Smartphone e tablet, una dipendenza che inizia nell’infanzia


UNA famiglia al ristorante, il bambino si agita ma la soluzione è semplice: basta dargli un telefono o un tablet in mano e torna la calma. È una scena ricorrente, un gesto spesso fatto con leggerezza e buone intenzioni, ma non privo di conseguenze sulla psiche dei bambini: un legame troppo stretto e precoce con smartphone e device simili aumenta il rischio di disturbi legati all’attenzione e all’apprendimento. Un pericolo non da poco, visto che il richiamo di queste nuove tecnologie per i più piccoli è irresistibile: gli oggetti tecnologici infatti si sostituiscono alle cure di cui eravamo dipendenti, quelle della madre, e generano una dipendenza fortissima, che tende a prolungarsi anche nella vita adulta. Parola di Uberto Zuccardi Merli, psicologo e psicoanalista che studia il disagio infantile e l’iperattività nei bambini, che interverrà al KUM! Festival, in scena ad Ancona dal 18 al 20 di ottobre, durante un incontro dal titolo “Il bambino contemporaneo e la società delle dipendenze”.

Telefoni e tablet sembrano esercitare un’attrazione irresistibile sui bambini. È qualcosa di cui i genitori dovrebbero preoccuparsi?
“Sono strumenti tecnologici che offrono una soddisfazione passiva, simile a quella che riceviamo nell’infanzia dalle cure materne. E questa dipendenza dalle cure della madre, che nell’essere umano si protrae a lungo, è la matrice di ogni dipendenza. Tutte le droghe si sostituiscono ad altri meccanismi di soddisfazione, ed è qualcosa che ci ha accompagnato lungo tutta la storia della nostra specie. Nessun oggetto del passato però aveva la stessa capacità di attrazione che hanno questi oggetti della tecnologia. Se c’è qualcosa che il bambino deve compiere crescendo è proprio dematernalizzarsi, cioè allontanarsi da quella dipendenza dalle cure materne, e sostituendole con gli oggetti tecnologici questo non avviene”.

Cosa rende questi device così irresistibili per i più piccoli?
“È la capacità di offrire costantemente soddisfazioni passive. Sul telefono i bambini schiacciano tasti e ottengono sorprese: è già tutto lì, non devono fare uno sforzo di linguaggio, di invenzione, come accade per esempio quando giocano con i Lego. E quindi l’utilizzo dei device tecnologici non aiuta a imparare una capacità mentale fondamentale che si sviluppa durante il gioco tradizionale, cioè l’abilità di fare tanto con poco. Il risultato è che oggi il fare con poco ci angoscia, e gli oggetti tecnologici aiutano a riempire ed affrontare questa angoscia. L’oggetto ci chiama. Difatti, se togli l’oggetto i bambini hanno crisi di dipendenza. È emblematico il caso dell’iperattività: il bambino iperattivo non sa giocare, ha difficoltà nel mantenere l’attenzione, è insoddisfatto e passa da un oggetto all’altro in continuazione, ma l’unico oggetto con cui si ferma è proprio quello tecnologico. E la genesi dell’iperattività nei bambini non è una tara genetica, ma si sviluppa nella società”.

È per questo motivo che lei definisce la nostra una “società delle dipendenze”?
“Questa forma di maniacalità iperattiva è una dinamica tipicamente capitalista: i sintomi che noi osserviamo sui bambini sono i sintomi della società, la psicologia infantile racconta la psicologia collettiva. La società dei consumi ci dà un’offerta illimitata di oggetti. In questo senso la società capitalista è materna, colei che dà in continuazione. Basta in effetti guardare la camera di un bambino di oggi: rispetto a quella di un bambino del Novecento è piena di oggetti. Ingolfiamo i bambini di oggetti per sopire le loro angosce”.

Tenendo lontano un bambino dalle nuove tecnologie però potrebbe impedirgli di stare al passo coi tempi.
“Trovare il giusto bilanciamento in effetti non è facile. Faccio l’esempio di un padre che mi ha chiesto un aiuto per moderare il rapporto col telefono del suo bambino, che è iperattivo. Il padre lo rimprovera di stare troppo al telefono ma il bambino gli risponde: “Tu mi vuoi far uscire dalla realtà”. E ha ragione. Oggi viviamo in una mondo iperconnesso e in continuo cambiamento. E questi oggetti tecnologici rappresentano una connessione con questa realtà globale”.

E che conseguenza ha tutto ciò sull’infanzia?
“Aumentano le difficoltà nell’apprendimento. Banalmente, per studiare non si può guardare costantemente il cellulare e cresce l’incapacità nel gestire la propria impulsività. E poi osserviamo un aumento delle patologie legate alla reclusione, alla clausura, come il fenomeno degli “hikikomori” giapponesi, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera. E poi vediamo crescere anche le patologie legate al linguaggio”.

E allora come possiamo fare?
“Va fatto un discorso molto equilibrato: non viviamo in un villaggio tibetano agli inizi del ‘900 ed è difficile star dentro questi meccanismi senza ammalarsi. È evidente che se c’è più paranoia e si costruiscono muri nella vita collettiva anche nella vita individuale e nell’infanzia aumenta la chiusura. Ma i modi per guarire ci sono. Andare in analisi sicuramente aiuta. Ma soprattutto dobbiamo rendere più creativa la mente e non restare prigionieri dell’oggetto, per esempio, facendo aprire i libri ai bambini. Si diventa grandi con gli esempi e imparare a usare questi oggetti è la sfida dell’educazione familiare di oggi”.


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Carlo Verdelli
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