Parità di genere, Maria e Florence: infermiere tra Torino e Nairobi

Parità di genere, Maria e Florence: infermiere tra Torino e Nairobi


DONNE che lavorano nella sanità dal Nord e Sud del mondo, dal Piemonte al distretto di Nairobi, Kenya. Sono le voci di Maria, prima caposala laica all’ospedale Molinette di Torino che viene dal piccolo borgo di Poirino, e quella di Florence, capo-infermiera ferrista al Neema hospital, centro materno-infantile del Nord-Est della capitale keniota. È sugli obiettivi dell’Agenda 2030 legati alla salute (SDG3) e parità di genere (SDG5) che si concentra il progetto di storie, confronti e incroci delle ong World Friends e CrescereInsieme.

La versione di Maria

Maria racconta delle diversità e difficoltà in un’Italia degli anni del boom economico: discriminazioni rispetto ai fratelli maschi anche nella scelta e possibilità di studiare. C’era il nonno che diceva, non più di sessant’anni fa nelle campagne piemontesi, “le donne non son gente” e donava il soldino dei premi solo ai maschietti. E quando testardamente Maria divenne infermiera, sebbene avrebbe voluto studiare medicina, dovette superare gli scogli dell’egemonia delle suore nell’ospedale pubblico. Era il 1968, e non si era mai vista una capo-infermiera laica alle Molinette. Lei fu la prima.

“Emarginata in quanto meridionale”

Ricorda gli anni di lavoro in ospedale e i tanti meridionali o anche i veneti considerati stranieri a Torino e portatori di malattie. Maria racconta: «Quanti tumori polmonari, quanti operai venuti dal Sud, grandi fumatori, vittime dei veleni delle fabbriche e della tubercolosi». Certo la tisi, la malattia dimenticata nel Nord del globo, ma ancora presente, anche in Italia, 5mila casi l’anno, metà italiani, metà immigrati. «Povera gente giudicata e subito condannata, come oggi sento fare con gli extracomunitari». La storia si ripete e non insegna nulla. Maria aggiunge la sua versione e declinazione dell’uguaglianza al femminile: “non basta vedere l’altro, occorre guardarlo”. È quel “femminile di uguale” (www.ilfemminilediuguale.it)  che è titolo di questo progetto sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 dell’Onu, qui il 5 (Parità di genere) e il 3 (Salute), che confronta storie piemontesi, di italiane e di immigrate, con le vite di donne della regione di Nairobi. Un progetto sostenuto da COP, Consorzio Ong Piemontesi, con fondi europei, nell’ambito dell’iniziativa chiamata Frame,Voice, Report!. 

La versione di Florence

A Maria fa da contrappunto Florence, l’infermiera capo-ferrista della sala operatoria del Neema hospital di Nairobi, centro materno infantile, piccolo gioiello della solidarietà anche italiana con la ong Worldfriends. «Io ho studiato, ma per tante donne qui non è così, anche per effetto della tradizione e della cultura. Restano senza istruzione – spiega Florence –  La donna, secondo alcuni, dovrebbe diventare madre, pulire, cucinare, sposarsi. Io mi sono sposata, ho avuto due figli, ma poi otto anni fa è finita con mio marito. Io amo il mio lavoro, amo parlare con le persone, parlo molto con i pazienti, è importante. Sono felice così». Per Florence la parità si raggiunge attraverso la conquista di un lavoro che piace, soddisfa e rende indipendenti. 

Poche le donne in posizioni di dirigenza

Nel mondo il 70% degli occupati nel settore salute è donna, ma solo il 25% ha posizioni di dirigente e se andiamo nell’Accademia solo il 12% (dati Oms, 2019). Il più recente Report di Onu/Unicef/Oms segnala che dal 2000 a oggi i decessi infantili sono diminuiti della metà e quelli materni di oltre un terzo. Circa 2,8 milioni di donne incinte e neonati muoiono ogni anno, principalmente per cause che possono essere prevenute. 

Partorire in Africa

I livelli di decessi materni sono quasi 50 volte più alti per le donne nell’Africa sub-sahariana e i loro bambini hanno 10 volte più probabilità di morire nel loro primo mese di vita, rispetto ai paesi ad alto reddito. Le donne nell’Africa sub-sahariana corrono un rischio di morte durante la gravidanza o il parto in un rapporto 1 su 37. In Europa è 1 su 6500. L’Italia ha ridotto il tasso di mortalità infantile tra il 1990 e il 2018 dal 10 al 3 per mille nati; in Kenya nel 2017 era 41 per mille nati. In Italia l’aspettativa di vita è 80 per i maschi e 85 anni per le femmine; in Kenya è 64 e 69 rispettivamente. La spesa per la salute pro capite in Italia è di 3.239 dollari Usa, in Kenya di 169 dollari (dati Oms). Nel 2018, 121 paesi avevano già raggiunto l’Obiettivo fissato per il tasso di mortalità sotto i cinque anni. Tra i restanti 74, 53 paesi dovranno accelerare i progressi per raggiungere l’obiettivo sulla sopravvivenza dei bambini entro il 2030.

In Europa

In Europa, secondo il Report 2019 di ASVI Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile tra il 2010 e il 2017 vi sono miglioramenti nell’Obiettivo 3: aumenta la speranza di vita in tutti gli Stati dell’Unione e diminuiscono significativamente il tasso di mortalità da tubercolosi, epatite e HIV (-28% rispetto al 2010) e la quota della popolazione con necessità insoddisfatta di cure mediche. In Italia (dati Istat) nel 2017, l’incidenza delle infezioni da HIV è scesa a 5,7 nuovi casi ogni 100.000 residenti rispetto ai 7 casi nel 2012, ma è rimasto stabile dal 2015. Nel 2017 tornano ad aumentare in Italia i decessi in incidente stradale. Nel 2017 circa un sesto delle persone di 15 anni e più ha assunto comportamenti a rischio nel consumo di alcol.

Parità di genere

Un’indagine pubblicata sul British Medical Journal condotta in 162 Paesi tra il 2004 e il 2010 dovrebbe far riflettere: laddove le donne hanno più diritti la popolazione generale è più sana e la crescita economica più rapida. Più diritti alle donne più alti della media gli indicatori della salute, anche se i posti letto negli ospedali scarseggiano e il numero dei medici non è adeguato ai bisogni. Ma non si tratta di rispettare e promuovere i diritti civili in genere: nei Paesi che garantiscono il rispetto dei diritti civili, economici e sociali, ma non vi è sostegno nella parità di genere, la salute dell’intera popolazione non è migliore. Proprio la specificità di genere fa la differenza. 

Ricchi e poveri

Resta il tema delle disuguaglianze e delle disparità nell’accesso alla salute. Gli esperti concordano nel rilevare che i bambini nati in situazioni di povertà hanno quasi il doppio delle probabilità di morire prima del compimento del quinto anno d’età rispetto ai bambini nati nelle famiglie abbienti. Non solo: i figli di madri istruite – anche soltanto la scuola primaria – hanno più probabilità di sopravvivere rispetto ai figli di madri senza istruzione. Anche l’ultimo Report Oms sull’Europa segnala che il gap di salute fra ricchi e poveri permane o si riduce di poco rispetto all’atteso. E non è l’aumento del reddito pro capite a fare la differenza o incidere sulle disuguaglianze. Degli 8 parametri individuati l’effetto massimo si ha agendo sulle politiche del lavoro e le condizioni di vita e abitative.
 

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Carlo Verdelli
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