Overdose day, l'idea del fondatore di Villa Maraini che ha salvato migliaia di vite

Overdose day, l’idea del fondatore di Villa Maraini che ha salvato migliaia di vite


Oltre tremila vite, nella maggior parte dei casi di giovani ragazzi. Sono quelle salvate dagli operatori di Villa Maraini con il naloxone, un farmaco antagonista degli oppiacei che iniettato durante un’overdose riesce ad evitare il peggio. Nella Giornata mondiale contro le morti per overdose, promossa dal Penington Institute in Australia, Repubblica.it racconta il percorso di Massimo Barra, Fondatore di Villa Maraini, Agenzia Nazionale di Croce Rossa Italiana per le dipendenze patologiche. Settantatré anni compiuti la scorsa settimana, il medico romano iniziò a fare il volontario a soli 8 anni grazie ad una crocerossina che abitava di fronte casa sua. Dal 1965 compie missioni in tutto il mondo per la Croce Rossa. Dal 1974 cura i drogati ed esattamente 40 anni fa ebbe un’intuizione grazie alla quale è riuscito a riportare in vita tanti ragazzi andati in overdose, fenomeno che nell’84% dei casi è mortale. Nell’Unione Europea ha provocato nel 2019 oltre 9.400 morti.

Quarant’anni fa lanciò per la prima volta al mondo l’idea di effettuare interventi di primo soccorso con il farmaco Naloxone da parte di personale non medico. Come nasce la sua intuizione?
“In genere i centri antidroga aspettano che i ragazzi bisognosi di aiuto si rivolgano a loro. Noi a Villa Maraini da sempre abbiamo invertito questo approccio e li andiamo a cercare per strada. In questo modo possiamo intercettare anche chi non riesce a trovare la forza e il coraggio di chiedere aiuto. Siamo stati i primi a fare un’Unità di strada andando dove si drogano i ragazzi e quindi ci siamo imbattuti tantissime volte in chi era in overdose. Veder morire così tanti giovani, essere lì e sentirsi impotente è frustrante. Volevo trovare una soluzione a tutti i costi”.

Ma all’epoca il naloxone, farmaco utilizzato per antagonizzare l’effetto dei narcotici durante gli interventi chirurgici o nella cura del dolore, ancora non c’era….
“C’era il Nalorfina, un farmaco antagonista degli oppiacei che, però, aveva anche effetti collaterali soprattutto a livello respiratorio e perciò poteva essere usato solo dal medico. Quando in commercio arrivò il naloxone capii che avevo trovato la soluzione che cercavo perché questo principio attivo non ha effetti collaterali. Questo farmaco rappresenta forse l’unica molecola della farmacopea priva di controindicazioni e perciò valeva la pena già all’epoca attrezzare le ambulanze e auto mediche con questo farmaco salvavita. Bastava iniettare una fiala per salvare la vita di un ragazzo in overdose. Quando vedi uno che sta morendo, che sta andando incontro al coma o all’insufficienza respiratoria, l’uso del Naloxone è la più grande soddisfazione per un medico perché il ragazzo si risveglia dopo poco tempo. Ti regala un senso di onnipotenza perché riporti in vita una persona”.

Come riuscì a trasformare questa intuizione in una pratica che tutti potevano seguire?
“L’idea fu discussa anche a Klingenthal-Strasburgo in Francia, nel corso della prima riunione internazionale del Gruppo di Esperti sulle tossicomanie della Croce Rossa. In quell’occasione ho proposto di far utilizzare il Naloxone nell’ambito dei servizi di pronto soccorso gestiti dalla Croce Rossa, sia da parte del personale sanitario che dal personale volontario quindi non medico, questo per aumentare la possibilità di salvare vite in caso di overdose. Fu predisposta così, la prima raccomandazione del Movimento di Croce e Mezzaluna Rossa, per far fronte al fenomeno dilagante della droga e delle relative overdosi in tutto il mondo. Nel 1992 a Villa Maraini demmo seguito a questo documento. Non potevamo restare inermi, come Centro antidroga sentivamo il bisogno di intervenire e abbiamo sistematizzato le nostre uscite con il camper sul territorio alla stazione Termini appellandoci allo stato di necessità che ci ha consentito di salvare fino ad oggi quasi 3mila vite, che senza il nostro intervento non sarebbero arrivate vive al Pronto Soccorso”.


Overdose day, l'idea del fondatore di Villa Maraini che ha salvato migliaia di vite

Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini

Come ha reagito l’opinione pubblica? La vostra idea era vista come una sorta di connivenza con chi faceva uso di sostanze?
“In qualche caso ancora oggi c’è un po’ di scetticismo perché c’è ancora tanta gente che crede, per esempio, che distribuire siringhe nuove favorisca la pratica del drogarsi ma oggi la prassi del naloxone è ‘digerita’ da tutti anche dall’Oms soprattutto dopo che negli Usa hanno iniziato a morire 60-70 milioni di persone per la diffusione delle droghe artificiali. A quel punto l’uso del naloxone è diventato prioritario per la salute pubblica ma poiché gli americani hanno sempre avuto paura degli aghi da qualche anno le industrie farmaceutiche hanno messo in commercio uno spray nasale per cui non ci sono più remore ad usarlo. In Italia noi l’abbiamo sempre fatto fare agli ex tossicodipendenti che hanno una marcia in più perché sanno riconoscere i sintomi di un’overdose e sanno trovare le vene. Semmai da noi il problema è che le farmacie che dovrebbero obbligatoriamente avere il naloxone spesso non ce l’hanno perché non si vende visto che i genitori dei tossicomani non sanno che dovrebbero tenerne a casa almeno una fiala.

Chiunque può acquistare il naloxone o serve una ricetta medica?  
“Non serve, basta andare in farmacia e chiederlo. Noi vorremmo che tutti i genitori dei ragazzi che si drogano tenessero in casa qualche fiala di Naloxone da poter utilizzare in caso di bisogno perché ci sono anche ragazzi che muoiono a casa davanti agli occhi dei loro genitori impotenti”.

In che modo e dove operate a Roma?
“Abbiamo due camper, uno alla stazione Termini e uno a Tor Bella Monaca e poi abbiamo attivato il numero d’emergenza 5587777. Inoltre, c’è una macchina di emergenza che gira nei posti dove ci si droga e la nostra struttura è aperta 24 ore su 24. C’è una stretta collaborazione con le Forze dell’ordine che hanno imparato a chiamare Villa Maraini per le emergenze con i tossicodipendenti. Ogni giorno in media da noi arrivano circa 600 ragazzi”.

Cosa succede quando un volontario o un vostro operatore si trova davanti un ragazzo in overdose: come interviene?
“Prima di iniziare, si indossano i guanti sterili e si cerca di capire qual è il livello di intossicazione da eroina. Se la persona ha convulsioni o è in stato di incoscienza, si procede subito con un’iniezione intramuscolo di 0,4 mg di naloxone anche tramite gli indumenti per non perdere altro tempo e rischiare che muoia. Se dopo un paio di minuti il paziente non risponde agli stimoli dei soccorritori si può iniettare una seconda fiala di 0,4 mg possibilmente per via endovenosa. Per illustrare meglio come procedere, abbiamo realizzato anche un video tutorial che è possibile vedere sul nostro sito”.

Durante il lockdown i casi di overdose sono diminuiti?
“No, è rimasto tutto come prima. Il primo giorno eravamo terrorizzati perché i tossici vivono per strada e temevano che potessero infettare anche i nostri operatori. Invece, non abbiamo avuto nemmeno un caso di Covid né tra i tossicodipendenti che si sono rivolti al Camper né tra quelli che sono ricoverati nella nostra struttura tanto che ritengo che la loro situazione immunitaria sia molto diversa. La mia ipotesi è che il tossico non sia capace di avere una reazione immunitaria esagerata che poi porta all’espressione clinica del Covid. Ma a parte questa considerazione, nessuno è andato in astinenza e ciò vuol dire che il sistema di distribuzione della droga è talmente oliato che supera anche i limiti del lockdown. A marzo abbiamo avuto 8 casi in una settimana”.