NON solo riserve di grasso. Le cellule del tessuto adiposo giocherebbero un ruolo importante anche nella progressione del melanoma – uno dei tumori più aggressivi della pelle -, facilitando la diffusione del cancro in altre zone del corpo. A suggerirlo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv (Israele) e pubblicato sulla rivista scientifica Science Signaling.

“Abbiamo risposto a una grande domanda che ha preoccupato gli scienziati per anni”, spiega Carmit Levy, tra gli autori della ricerca. Sì, perché quello che non è ancora molto chiaro sulla progressione di questo tumore della pelle riguarda proprio i meccanismi che consentirebbero al melanoma di penetrare nel derma – lo strato di cute localizzato sotto l’epidermide – e formare delle metastasi nell’organismo.

Gli alleati del tumore

Secondo le analisi condotte su dozzine di campioni di melanoma – ottenuti dalle biopsie di pazienti oncologici seguiti negli ospedali Wolfson Medical Center e Tel Aviv Medical Center – i ricercatori hanno osservato una vicinanza sospetta tra le cellule malate e le cellule del tessuto adiposo e così hanno condotto delle analisi in laboratorio per verificare se ci fosse un’interazione tra le due popolazioni di cellule prese in esame. Dalle indagini svolte è emerso che le cellule adipose producono delle molecole – chiamate citochine – in grado di influenzare il comportamento delle cellule tumorali.

“Si tratta di una ricerca interessante che mette ancora più in evidenza il ruolo fondamentale del microambiente nella formazione e progressione delle malattie oncologiche: il cancro, infatti, non è dovuto soltanto a un accumulo di mutazioni genetiche, che portano la cellula ad ammalarsi. La crescita tumorale è il risultato anche di una serie di segnali che provengono dall’esterno delle cellule”, spiega Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli. E in questo studio emerge proprio questo aspetto: “I ricercatori hanno osservato come le cellule del tessuto adiposo sottocutaneo inviano dei segnali alle cellule malate, attraverso la produzione di alcune citochine – continua l’esperto -, favorendo il processo di metastatizzazione del melanoma e rendendo dunque questo tumore della pelle infiltrante e più aggressivo”.

In poche parole, l’effetto di questa comunicazione è l’aumento di produzione di TGF beta (Tumor Growth Factor, in italiano fattore di crescita tumorale), un fattore che stimola la progressione tumorale e che, tra l’altro, come fa notare Ascierto, “ha un potere altamente immunosoppressivo, che nelle cellule malate analizzate nello studio è risultato maggiormente espresso. Diversi studi nel passato si sono focalizzati su questa molecola, ma raramente si sono ottenuti dei buoni risultati. In questa ricerca emerge come il responsabile della iperproduzione del TGF beta nelle cellule malate sia la scarsa quantità di una piccola molecola chiamata miRna211, che è quella che viene ridotta dall’effetto delle citochine prodotte dagli adipociti. Questa scoperta potrebbe far ben sperare per la ricerca di nuovi farmaci efficaci contro l’evoluzione del cancro”.

Un altro aspetto importante evidenziato nella ricerca riguarda poi la migrazione delle cellule del tessuto adiposo dal sottocute al tumore, cioè dalla loro normale posizione a quella dove risiede il melanoma: “Sebbene non sia chiaro ancora il motivo, è possibile che il tumore richiami le cellule dello stroma circostante mediante la produzione di alcune molecole attrattive, dette chemochine, per crearsi una barriera contro il riconoscimento delle cellule del sistema immunitario”.

Una domanda che verrebbe naturale farsi è se a questo punto un maggior numero di cellule adipose possa in qualche modo peggiorare la prognosi del melanoma, ma l’esperto risponde: “Purtroppo non è ancora possibile dire con certezza che l’obesità possa avere un peso importante nell’evoluzione del melanoma, come si potrebbe interpretare dalla ricerca. Al momento questa resta soltanto una speculazione, anche se oramai è sempre più evidente che l’obesità rappresenti un fattore di rischio per diverse patologie”.

Nuove terapie

Tra le evidenze più interessanti emerse nella ricerca c’è inoltre la possibilità di intervenire in qualche modo su questi meccanismi molecolari “difettosi” – puntando ad esempio sull’inibizione di TGF beta -, ricorrendo al cosiddetto drug repositioning, cioè all’utilizzo di farmaci progettati per altre neoplasie e non ancora utilizzati per il trattamento del melanoma: “Stiamo parlando di sostanze attualmente in studio come possibili trattamenti per il cancro del pancreas, per i tumori della prostata, del seno, delle ovaie e della vescica”, sottolinea Tamar Golan, tra gli autori della ricerca. Farmaci che potrebbero rivelarsi utili anche per questo tipo di tumore della pelle, come fa notare Golan: “Abbiamo visto che queste sostanze sono in grado di frenare il processo metastatico, oltre a far tornare il melanoma in uno stato relativamente calmo e dormiente”.

Un’evidenza che se venisse confermata, consentirebbe di arginare l’evoluzione di questa malattia oncologica, tra quelle che in passato ha contribuito di più al drug repositioning, “cioè all’utilizzo di molti farmaci progettati per la cura contro questo tipo di tumore e poi visti essere efficaci anche contro altre malattie oncologiche, come nel caso dell’immunoterapia e dei farmaci anti-BRAF/MEK”, continua Ascierto, che conclude: “Certamente per il futuro si stanno aprendo diverse opzioni terapeutiche per il melanoma. Dalle strategie basate sulla Car-T, sulla quale si stanno conducendo numerosi studi, agli approcci di potenziamento dell’immunoterapia, come per esempio la combinazione con gli inibitori dell’enzima HDAC”.



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