Meditare contro lo stress della malattia

Meditare contro lo stress della malattia



Meditare contro lo stress della malattia

Mindfulness e terapia cognitivo-comportamentale possono migliorare la qualità di vita e ridurre lo stress nei pazienti con malattia di Crohn. Lo suggerisce uno studio presentato al congresso europeo a Copenaghen


COPENAGHEN – I risultati sono preliminari, ma incoraggianti. Specie se letti nel contesto in cui vengono presentati, quello del congresso europeo sulle malattie infiammatorie croniche intestinali  in corso a Copenaghen. Accanto alle novità in materia di farmaci, monitoraggio e diagnosi, un’intera sessione del congresso è stata dedicata infatti alle terapie complementari. Che cosa prendono i pazienti che soffrono di Crohn e colite ulcerosa in cerca di un aiuto per gestire la propria malattia? Perché? Quali i rischi e le potenzialità? A rispondere, in parte, è stato lo studio guidato da Doron Schwartz, gastroenterologo del Soroka Medical Center israeliano che ha presentato i primi risultati di una sperimentazione in corso per la gestione dello stress nei pazienti con malattia di Crohn attraverso un approccio di mindfulness e terapia cognitiva-comportamentale.
 

Mindfulness contro le malattie croniche

“La maggiore parte dei pazienti con malattie infiammatorie intestinali soffre di qualche tipo di riduzione della qualità della vita, in molti riferiscono fatigue, dolore – racconta Schwartz – tutti questi aspetti contribuiscono in negativo al benessere della persona, la fanno sentire senza energia e la costringono a rimanere nei propri spazi”. Col rischio, continua l’esperto, che le persone riducano le interazioni con le famiglie e gli impegni. Schwartz e colleghi hanno cercato di capire se mindufulness e terapia cognitivo-comportamentale potessero rappresentare un’opportunità nella gestione della malattia, spinti da alcuni indizi secondo cui questo tipo di interventi potrebbero essere utili nella riduzione dello stress nei pazienti con malattie croniche.
 

Lo studio

Prima di tutto gli scienziati hanno raccolto i dati provenienti da più di 600 pazienti con malattie croniche infiammatorie intestinali, sottoponendoli a test per capire come si sentivano e quali fossero i loro bisogni. Partendo da questo, Schwartz e il team multidisciplinare da lui guidato hanno messo insieme un programma specifico di mindfulness e terapia cognitivo-comportamentale per chi soffre di malattie croniche infiammatorie intestinali. Con interventi che utilizzavano internet, incontri via skype con gli specialisti una volta a settimana per due mesi e sessioni di dieci minuti che i partecipanti dovevano fare due volte al giorno a casa (come esercizi di rilassamento e riconoscimento delle emozioni, tecniche di respirazione, gestione delle sensazioni negative). “Il nostro scopo prima di tutto è quello di trovare un modo per migliorare la qualità della vita delle persone, per aiutarle a gestire meglio la loro patologia, e questi oggi sono tra i migliori strumenti che conosciamo per farlo senza medicine, solo  ‘allenando’ i pazienti a gestire la malattia in maniera ottimale”, ha raccontato Schwartz. L’idea non è quella di sostituirsi ai farmaci, quanto piuttosto di capire se e in che misura queste strategie possano aiutare a intervenire sulla malattia stessa. “Possiamo immaginare di combinare questo tipo di interventi con medicinali e ottenere dei risultati migliori”. Accanto agli strumenti per la misurazione dello stress e della soddisfazione, lo studio israeliano colleziona dati anche relativi all’attività di malattia, più inerenti gli aspetti clinici della malattia. Per capire appunto, riprende lo studioso, se e in che misura, interventi di riduzione dello stress potrebbero incidere sui marcatori più oggettivi di malattia, come quelli relativi all’infiammazione.
 

Meno stress

Dei 200 pazienti previsti nello studio, ancora in corso, sono una settantina quelli arruolati finora. I risultati presentati a Copenaghen riguardano una trentina di pazienti con Crohn, analizzati prima e dopo l’adesione al programma. “Questi sono solo dati preliminari e siamo agli inizi – precisa Schwartz – ma abbiamo indizi che mostrano come interventi di questo tipo possano migliorare la soddisfazione e la qualità della vita dei pazienti, con effetti positivi anche sugli aspetti clinici relativi alla malattia e all’infiammazione”. I risultati finali sono attesi per il 2021, e aiuteranno a capire la reale efficacia e gli effetti sul lungo termine. “Interventi analoghi possono aiutare i pazienti a vedere oltre la malattia e possono essere fatti ovunque, anche in posti remoti, grazie a internet – conclude il ricercatore – in questo modo un paziente da qualsiasi parte del mondo potrebbe mettersi in contatto con qualcuno che si occupa di questi trattamenti senza bisogno di muoversi. Questo può essere veramente un intervento globale e costo-efficace”.