L'oncologo Maio: "La mia cura anticancro grazie alle donazioni"

L’oncologo Maio: “La mia cura anticancro grazie alle donazioni”



C’è un assassino che gira armato di notte. È vestito di nero e guida a fari spenti. I poliziotti che gli passano accanto non riescono a vederlo. E lui continua a uccidere. “Il nostro lavoro? Riaccendere i fari dell’auto, così il killer può essere arrestato” spiega Michele Maio, 61 anni, che nella vita non fa il meccanico ma cura il cancro.

Insegna oncologia all’università di Siena, dirige il Centro di immuno-oncologia all’azienda ospedaliera universitaria Le Scotte e ha una riserva di energia e spirito positivo che sono essenziali per combattere un nemico così formidabile e dare forza ai pazienti. “Il cancro è l’assassino. Il sistema immunitario sono i poliziotti. Il cancro spesso uccide perché è abile a mascherarsi e sfugge al sistema immunitario”. La tecnica per riaccendere i fari è appena diventata un farmaco contro il melanoma. La conferma della sua validità è stata pubblicata pochi giorni fa sulla rivista Clinical Cancer Research. “Ci lavoriamo da sei, sette anni e non ce l’avremmo mai fatta senza i fondi dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro” conferma Maio.

Di che farmaco si tratta?
“È una strategia che assesta un uno-due al tumore, per dirla come i pugili. È la combinazione di una coppia di farmaci. Il primo agisce sul Dna e modifica la sua forma esterna, rendendo la cellula più riconoscibile dal sistema immunitario. È l’equivalente del riaccendere i fari. Il secondo toglie i freni all’auto della polizia. Spinge cioè il sistema immunitario ad attaccare il cancro. Il primo approccio, quello del “togliere il velo al tumore” è frutto proprio della nostra ricerca. Il secondo rientra nel filone dell’immunoterapia oncologica che da qualche anno ci sta regalando tanti buoni risultati”.

L’immunoterapia è stata premiata con il Nobel della Medicina l’anno scorso e lei è stato il medico che fra i primi l’ha portata in Italia. Perché ci ha sempre creduto?
“Perché dietro c’è un’idea affascinante. Quella di non mettere dentro ai pazienti farmaci che distruggono il tumore. Ma di aiutare i pazienti ad aiutare se stessi. La strategia è dare un calcio al sistema immunitario perché ci pensi lui, a distruggere il tumore”.

Funziona?
“Per vari decenni non ha funzionato. C’erano troppe cose che non capivamo e applicavamo in maniera sbagliata. Ma grazie alla ricerca nel 2013 in Italia sono arrivati i primi farmaci efficaci. Efficaci davvero”.

Qualche esempio?
“Per i tempi della medicina, si tratta di farmaci nuovi, quindi abbiamo dati affidabili solo per i tumori che affrontiamo da più vecchia data. Il primo è stato il melanoma, nel 2004, che non aveva armi per aumentare l’aspettativa di vita, mentre ora con le terapie immunologiche ha una sopravvivenza a 5 anni del 50%. Dopo nel 2008 è arrivata la sperimentazione per il polmone, che ha raggiunto una sopravvivenza del 30% a 3 anni.
Ma sono sicuro che le cifre miglioreranno, man mano che proseguiamo con l’uso. Dal 2010-2011 abbiamo iniziato a studiare il rene e ora si affronta anche il seno, che è partito più tardi perché dispone di altre cure efficaci. Il vantaggio dell’immunoterapia è che, quando funziona, lo fa nel lungo periodo. Non cessa di agire dopo un po’, come a volte accade con altri tipi di farmaci”.

Per i nemici più ostici, il pancreas ad esempio?
“Ci arriveremo. Per noi i tumori si dividono in caldi e freddi. Quelli caldi sono quelli che, sotto al microscopio dell’anatomopatologo, appaiono ricchi di cellule del sistema immunitario. Magari non riescono a svolgere bene il loro lavoro, ma i poliziotti sono presenti. Quelli freddi invece sono i tumori in cui il sistema immunitario non riesce proprio ad arrivare”.

E lì c’è poco da fare.
“E lì c’è molto da fare. Bisogna dare al sistema immunitario un calcio tanto forte da trasformare quel tumore da freddo in caldo. La ricerca finanziata dall’Airc è essenziale per il futuro. Noi abbiamo dimostrato che quei soldi si trasformano in cure”.
Sappiamo che l’immunoterapia costa molto.

Oggi in Italia è garantita a tutti i pazienti?
“Sì, a tutti i pazienti per i quali è indicata. Il sistema sanitario italiano presta un’assistenza ottima”.

C’è un divario nord-sud?
“No. Se una terapia è indicata, la si trova ovunque. Possono esserci invece differenze per quanto riguarda le sperimentazioni. Noi ne abbiamo in corso una cinquantina, ma altri centri, come è normale che sia, non ne hanno. Può darsi che il farmaco da testare si riveli purtroppo inefficace. Ma se penso ai miei primi pazienti con il melanoma, che quindici anni fa rinunciarono alla chemioterapia per sottoporsi a una cura nuova, alla quale non credeva davvero nessuno. Molti di loro oggi sono vivi”.