Il commissario Ue alla Salute Andriukaitis: "Ora sui vaccini l’Italia è un esempio da seguire"

Il commissario Ue alla Salute Andriukaitis: “Ora sui vaccini l’Italia è un esempio da seguire”


IN QUALITÀ di Commissario Europeo per la salute, Vytenis Andriukaitis si è trovato a gestire dossier difficili per il nostro Paese: Xylella in Salento, peste suina africana in Sardegna, ma anche antibiotico-resistenza, vaccini. E le tensioni con il governo italiano, in passato, non sono certo mancate. Ma ora, a pochi mesi dal passaggio di consegne con la cipriota Stella Kyriakides, Andriukaitis sembra soddisfatto: il Paese ha fatto progressi sul versante delle vaccinazioni, e l’esempio italiano – assicura – meriterebbe di essere seguito anche da altre nazioni Ue che lottano con lo spettro della “vaccine hesitancy”, quella paura per le vaccinazioni che continua a tenere in vita malattie prevenibili come il morbillo. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove il commissario lituano era in visita per discutere di sprechi alimentari con il Papa, e con l’occasione abbiamo discusso di vaccinazioni e antibiotico-resistenza, un’altra emergenza di salute pubblica per cui l’Italia continua a vestire la maglia nera tra le nazioni Ue.

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L’epidemia di morbillo in Europa continua a peggiorare. Quali nazioni sono più indietro, e cosa sta facendo l’Ue per affrontare il problema?

“Quest’anno quattro paesi Ue hanno perso lo status di eliminazione del morbillo. È una situazione preoccupante, perché vediamo le posizioni anti-vax prendere piede in tutti i 28 stati membri dell’Unione. La situazione in Paesi diversi come la Romania, la Germania, la Gran Bretagna e l’Italia ci ricorda che dobbiamo essere molto attivi, e cercare di spiegare alle nostre società quali sono le conseguenze concrete delle posizioni anti-vax: oggi abbiamo 19mila casi di morbillo all’interno dell’Ue. Per noi è molto importante sensibilizzare i cittadini europei, e chiediamo a tutti gli attori coinvolti, compresi i media e i social media, di fornire informazioni scientifiche alla popolazione. L’unico modo per sconfiggere gli anti vax è far capire alle persone cosa sono i vaccini: strumenti economici ed efficaci, che salvano vite umane. È per questo che tutti gli stati membri dell’Ue dovrebbero fare del loro meglio. Lo spazio Schengen è un’area comune, e le malattie possono facilmente viaggiare da una nazione all’altra, visto che non abbiamo più frontiere”.

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In Italia abbiamo deciso di rendere obbligatorie le vaccinazioni per accedere alle scuole. E si iniziano a vedere i risultati, con un aumento delle coperture nelle coorti pediatriche. Pensa che sia una strategia utile per rispondere alla paura dei vaccini?
“Quello italiano è un ottimo esempio, che andrebbe seguito anche da altri Paesi. Penso è che sia strano trovarci ancora a discutere in termini di alternative. Non è questione di vaccinazioni volontarie o obbligatorie, ma di come raggiungere un alto livello di copertura vaccinale per adulti e bambini. E dove non si riesce a farlo con un piano di vaccinazioni volontarie, l’unica possibilità è quella di renderle obbligatorie. Non dovrebbe essere un argomento controverso. Di fronte a buoni risultati in nazioni come l’Italia, questo approccio andrebbe riconosciuto da tutti come pratica utile, e adottato anche in altri stati membri. Le posizioni anti-vax d’altronde non dipendono dall’obbligo vaccinale. Lo si ritrova infatti in un paese come l’Olanda, dove le vaccinazioni sono su base volontaria, come in Romania, dove sono obbligatorie. Questo vuol dire che il “no ai vaccini” ha radici molto differenti, che dobbiamo imparare a comprendere per organizzare campagne informative che rispondano alle preoccupazioni delle persone, e le aiutino a prendere decisioni basate su dati scientifici, avendo ben chiaro cosa sia realmente la vaccinazione”.

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Due appuntamenti importanti in questi giorni appena trascorsi: la giornata europea e la settimana mondiale degli antibiotici. Due iniziative che nascono per affrontare l’antibiotico-resistenza, uno dei grandi temi di salute pubblica di questi e dei prossimi anni. Cosa stiamo facendo nell’Ue per affrontare in questo campo? C’è la giusta attenzione per il problema?
“Nell’Unione Europea abbiamo circa 33mila morti ogni anno causate da infezioni resistenti agli antibiotici. È un’emergenza sanitaria in Europa e nel mondo, e va presa molto seriamente. Nel 2017 la Commissione Europea ha adottato il piano di azione One Health, che ha l’obbiettivo di ridurre l’utilizzo di antibiotici in campo agricolo e per la salute umana. E che punta al contempo a monitorare l’ambiente, nelle aree urbane, vicino a grandi allevamenti e ai maggiori ospedali, perché anche la contaminazione ambientale da parte di sostanze antimicrobiche è uno dei fattori che spinge alla diffusione di superbatteri. Abbiamo introdotto nuove norme, che limitano l’utilizzo di antibiotici in campo umano e veterinario, e un sistema di sorveglianza molto rigoroso per monitorare da vicino la situazione. Ogni sei mesi le istituzioni sanitarie europee, Ecdc, Ema e Efsa, devono fornirci un rapporto che fotografa la situazione in tutti i 28 stati membri dell’Ue. Abbiamo quindi a disposizione il network One Health, composto da esperti di tutte le nazioni europee che seguono da vicino le iniziative prese dagli stati Ue per affrontare il problema, e le valutano in luce degli obbiettivi decisi in sede europea. Abbiamo anche proposto molti incentivi finanziari per la ricerca e lo sviluppo di nuove terapie e dispositivi diagnostici. Pensiamo che sia un piano di azione ambizioso e promettente, e ci auguriamo che l’esempio europeo venga presto seguito anche in molte altre regioni del pianeta”.

I dati di quest’anno però ci dicono che i casi di infezioni resistenti in Europa sono rimasti immutati rispetto al 2018. Quando possiamo aspettarci di vedere i risultati delle iniziative prese dalla Commissione?
“A guardare bene i dati si può vedere una forte riduzione nell’utilizzo di antibiotici negli ultimi tre o quattro anni. E già questo è un risultato importante. Parlando di situazioni concrete, di focolai di batteri resistenti all’interno dei confini Ue, siamo costantemente a lavoro utilizzando i dati dell’Ecdc e dell’Efsa e Ema, e siamo pronti a reagire immediatamente quando accade qualcosa utilizzando il network One Health. Che ci siano nuovi casi è inevitabile, ma mi sento di dire che il trend degli ultimi anni è positivo”.


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Carlo Verdelli
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