Hiv, Andreoni: “Risultato interessante, ma terapia basata sui geni ancora lontana”

Hiv, Andreoni: “Risultato interessante, ma terapia basata sui geni ancora lontana”


IL paziente di Berlino nel 2007, quello di Londra nel 2019. Timothy Brown, il primo essere umano al mondo per cui gli esperti dichiararono, dodici anni fa, la “liberazione” dal virus dell’Hiv, ha appena trovato compagnia. Un uomo sieropositivo in Gran Bretagna – le cui generalità non sono state divulgate – è stato dichiarato “funzionalmente curato” e “in remissione” dall’Hiv dopo essersi sottoposto, proprio come Brown, a un trapianto di midollo per il trattamento di un’altra malattia, il linfoma di Hodgkin. Il successo “collaterale” è dovuto al fatto che il donatore era portatore di una mutazione genetica rara nota per conferire una (parziale) resistenza genetica alla replicazione del virus.

Commentando la notizia, comunque, gli esperti ci vanno con i piedi di piombo. E raccomandano la massima cautela. Perché per quanto i dati siano interessanti, e addirittura promettenti, non si può in alcun modo parlare di una terapia: “Il risultato appena pubblicato”, ha spiegato a Repubblica Massimo Andreoni, ordinario di malattie infettive all’Università degli studi di Roma “Tor Vergata” e direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), “rappresenta certamente un dato molto interessante, un ulteriore tassello che si aggiunge alla nostra conoscenza della patogenesi della malattia. Bisogna però considerare diverse cose: primo, al momento non si può parlare di terapia, ma piuttosto di una situazione molto particolare in cui il virus non riesce a replicarsi; secondo, il caso in esame è relativo al trapianto di midollo eseguito da un donatore con una caratteristica estremamente rara e peculiare, ossia la parziale resistenza all’Hiv data dalla modifica genetica CCR5 della 32 – i cui fondamenti biologici sono noti da anni –; infine, è necessario che l’organismo ricevente ‘accolga’ il trapianto in modo particolare, secondo circostanze non sempre ripetibili”.

Sostanzialmente, fa capire l’esperto, la comunità scientifica è già al corrente dell’esistenza di fattori genetici in qualche modo “protettivi” rispetto alla sopravvivenza e alla replicazione del virus nell’organismo. E ci sta lavorando da tempo: uno studio del 2017, per esempio, ha ripercorso tutti i tentativi terapeutici basati sulla modifica delle cellule dei pazienti con l’introduzione della variante CCR5, evidenziandone le potenzialità ma sottolineando che si tratta di una linea di ricerca ancora piuttosto acerba. L’obiettivo degli scienziati, per ora molto lontano, è “replicare” quello che è accaduto con il trapianto di midollo – il fatto che a distanza di anni le cellule rimangano libere da virus capaci di riprodursi – cercando metodi alternativi rispetto al trapianto stesso. Che non può essere insomma considerato risolutivo: “Non credo che il trapianto di midollo potrà entrare nella pratica clinica per il trattamento dell’Hiv, anche perché si tratta di un’operazione che comporta diversi rischi ed effetti collaterali. Oltre alle terapie attuali, che di per sé sono già molto efficaci, la strada della modifica genetica resta comunque molto interessante e si presta a ulteriori studi: bisognerà capire se e come è possibile ingegnerizzare le cellule del paziente in modo globale senza passare per il trapianto di midollo, obiettivo che fino a oggi le tecniche di terapia genica sperimentate non sono riuscite a raggiungere. Al momento, quindi, l’orizzonte temporale di questo approccio è ancora molto lontano”.