Dal laboratorio ai pazienti. E viceversa

Dal laboratorio ai pazienti. E viceversa


La prima volta che Sara Gandolfi è partita per gli Usa era il 2015:  l’idea era quella di rimanere negli Stati Uniti giusto il tempo di finire la tesi di specializzazione sul mieloma multiplo. Ma le cose sono andate diversamente. Il soggiorno a Boston, al Dana Farber Cancer Institute, da temporaneo è diventato, almeno per ora, permanente; e la sua ricerca da opportunità si è trasformata in un lavoro. L’amore per l’ematologia era nato a Milano, quando studiava all’Humanitas, ma è negli Usa che si è potuto esprimere al meglio: lì Gandolfi ha potuto costruirsi un suo spazio nell’ambito del laboratorio dove studiava, a metà fra la ricerca di base e quella clinica, diretta sui pazienti. “Ma otto mesi non sono abbastanza per costruire qualcosa così, una volta tornata in Italia, ho espresso il desiderio di continuare a lavorare a Boston. Grazie a una borsa di studio dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc) prima e della Fondazione Veronesi poi sono potuta ritornare a finire quello che avevo iniziato”, racconta Gandolfi.

Oggi, a 33 anni, la giovane italiana è stata assunta al Dana Farber, uno dei centri di ricerca sul cancro più famosi al mondo, e qui continua a studiare i meccanismi con cui il mieloma multiplo diventa resistente alle terapie e in particolare a quelle che usano le cellule natural killer (NK), un tipo specifico di cellule del sistema immunitario. “Una delle idee più promettenti degli ultimi anni è quella di trattare i pazienti cercando di “risvegliare” il loro sistema immunitario con specifici farmaci, oppure di utilizzare popolazioni di cellule immunitarie del paziente o di donatori, modificate in laboratorio per poter essere più potenti e mirate”, spiega Gandolfi. “Quando si sviluppa il mieloma multiplo, le cellule NK smettono di svolgere il loro compito. Una delle vie su cui si sta lavorando è quindi quella di renderle più potenti così che riescano ad attaccare le cellule malate”. Prima ancora di sviluppare una terapia così complessa bisogna capire però quali potrebbero essere i modi con cui la malattia aggira l’azione delle NK.

Ed è proprio quello che vuole fare Gandolfi che per il suo progetto di ricerca lo scorso giugno ha conquistato uno dei premi più ambiti per i giovani oncologi di tutto il mondo: lo Young Investigator Award della Conquer Cancer Foundation, la fondazione dell’associazione americana di oncologia clinica. Un assegno da 50mila dollari che dovrà sostenere la sua idea di poter un giorno sviluppare delle terapie più mirate contro questa malattia. E di diventare un medico traslazionale, parola difficile che descrive un professionista che si divide fra il laboratorio e il letto dei pazienti, che guarda ai malati – perché è lì che nascono le domande – e poi va in laboratorio a cercare le risposte per poi tornare in corsia e trasferire le conoscenze che ha acquisito con test ed esperimenti. “Un modo di lavorare che apporta uno stimolo continuo, aiuta a generare domande rilevanti per la cura sempre più – per quanto possibile – personalizzata e che fa risparmiare del tempo, avvicinando quindi il momento in cui la terapia possa essere fruibile”, conclude Gandolfi. “Un modo di lavorare che negli Usa è sempre più diffuso e che mi piace molto. Qui ho trovato molte più opportunità: per condurre questo tipo di studi sono necessari finanziamenti importanti per dotarsi di strumentazioni sofisticate. Mi piacerebbe tornare in Italia ma mi piacerebbero ci fossero migliori condizioni lavorative per i ricercatori, in modo tale che sia possibile realizzare progetti ambiziosi, il cui fine ultimo – dobbiamo ricordare – è la cura dei malati”. 

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Carlo Verdelli
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