APPENA SEI GENI SUL CROMOSOMA 3. Una variante maledetta, che può fare la differenza tra la vita e la morte, quando si parla del virus Sars CoV-2. I portatori hanno, infatti, un maggior rischio di contrarre una forma grave di Covid-19. Molto comune in Bangladesh – dove il 63% della popolazione possiede almeno una copia della variante – e diffusa nel 30% della popolazione del Sud-Est asiatico; meno frequente, invece, nel vecchio continente (presente solo nell’8% dei cittadini di origine europea), ancora più rara nell’Asia orientale, dove risulta portatore appena il 4% della popolazione, e praticamente assente in Africa.

Sarebbe anche questa un’eredità dei Neandertal: a sostenerlo è, ancora una volta, il laboratorio di Svante Pääbo del Max-Planck-Institut für evolutionäre Anthropologie di Lipsia, con un articolo in pre-print, cioè non ancora validato dalla comunità scientifica. I ricercatori sono partiti dai dati pubblicati qualche settimana prima dal bioinformatico David Ellinghaus sul “New England Journal of Medicine”: secondo questo studio, condotto su 1980 pazienti con Covid-19 in sette ospedali italiani e spagnoli, esiste un’associazione tra uno specifico segmento genomico sul cromosoma 3 e l’insufficienza respiratoria dovuta al coronavirus. Andando a esaminare quella stessa regione del cromosoma 3 in un database online di genoma neandertaliano, i ricercatori hanno scoperto la stessa variante presente nei resti di Neandertal rinvenuti nella grotta di Vindija in Croazia, e risalenti a circa 50 mila anni fa.

Attraverso quale percorso evolutivo questa variante si sia perpetuata per arrivare fino a noi non è chiaro, hanno più volte dichiarato gli stessi ricercatori. Forse, aggiungono, essendo così “dannosa” sta diventando sempre più rara, il che spiegherebbe le diverse concentrazioni nelle popolazioni. Oppure, suggeriscono, potrebbe avere avuto una sua antica utilità nelle aree del pianeta nelle quali è più diffusa – come in Asia meridionale – generando una forte risposta immunitaria nei confronti dei virus tipici di quelle regioni. Ma oggi, in tutt’altro scenario, è in grado di scatenare quella tempesta citochinica contro il coronavirus che è causa degli esiti gravi della malattia. “Bisogna sottolineare che, a questo punto, si tratta di pura speculazione”, ha affermato il co-autore di Svante Pääbo, Hugo Zeberg, direttore del Max-Planck-Institut für evolutionäre Anthropologie.  I ricercatori stanno, infatti, solo iniziando a capire perché Covid-19 è più pericoloso per alcune persone rispetto ad altre.

Nel frattempo, sempre il team di Pääbo ha scovato – e raccontato su “Current Biology” – una variante del gene SCN9A associata a una maggiore sensibilità agli stimoli del dolore che abbiamo ereditato dai Neandertal. Il gene in questione codifica per una proteina, Nav1.7, che ha un ruolo fondamentale nella generazione e nella conduzione degli impulsi dolorosi dalle vie periferiche al cervello. Chi presenta la mutazione – dicono i ricercatori – è come se avesse la manopola del volume impostata sui livelli più alti del dolore. Al contrario, le mutazioni con perdita di funzione del gene provocano insensibilità agli stimoli dolorosi, mentre altre varianti possono predisporre gli individui al dolore cronico.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *