Clara e la sua nuova mano bionica per ‘sentire’ gli oggetti

Clara e la sua nuova mano bionica per ‘sentire’ gli oggetti


VESTIRSI, allacciarsi le scarpe, afferrare un oggetto. Sono azioni che diamo per scontate ma che, per chi ha perso una mano, spesso non sono più possibili. Lo sa bene per esperienza personale Clara Puleo di Bagheria, in provincia di Palermo, che a soli dieci anni, a causa di una esplosione domestica, ha perso la mano sinistra. A Repubblica.it racconta il suo percorso, dalla perdita della mano quando era bambina, ai vari tentativi di protesi fino a partecipare alla sperimentazione della nuova ‘mano bionica’ che permette di toccare e sentire come una mano naturale.
 

Crescere senza una mano

Dopo la corsa in ospedale tutto è accaduto molto in fretta. «Me l’hanno amputata subito: una sensazione difficile anche da ricordare. Ma quando sono uscita dall’ospedale mancavano pochi giorni all’esame di quinta elementare e non mi sono persa d’animo», racconta Clara a Repubblica ricordando che la madre è stata per lei uno sprone continuo a non piangersi addosso. «Se c’era da tagliare la fettina di carne nel piatto, lei non mi aiutava e lasciava che ci provassi da sola anche se questo significava lasciar raffreddare il cibo».
 

Il primo motorino e la prima mano artificiale

A 14 anni Clara ha avuto il suo primo motorino e la sua prima mano artificiale: era cinematica, cioè una protesi in cui il movimento di apertura delle dita e di flesso-estensione del gomito avviene con determinati gesti che mettono in tensione cavi in nylon, ancorati a delle bretelle che passano per le spalle e si incrociano a otto sul dorso del paziente. «La cinghia sulle spalle era molto fastidiosa e non mi consentiva di fare granché. Così a 17 anni sono passata ad una protesi mioelettrica ma l’ho trovata poco funzionale: era grande, brutta, scomoda non la sentivo come mia e non mi dava nessuno vantaggio», prosegue la giovane donna che da allora ha rifiutato d’indossare ogni tipo di mano artificiale che non fosse puramente estetica. Fino a quando legge su Facebook la notizia di una mano mioelettrica di nuova generazione e di uno studio in cui reclutavano pazienti.
 

Il progetto Sensibilia

Così Clara due anni fa è entrata nel progetto Sensibilia portato avanti dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, del Politecnico di Losanna, della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs-Università Cattolica e del Centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio. I risultati di questa sperimentazione sono sintetizzati in due studi pubblicati sulla rivista Science Robotics. Per consentirle di essere ‘connessa’ agli arti bionici utilizzati nei test, Clara è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico al Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. Qui, un team di neurochirurghi, ortopedici, neurologi e bioingegneri, le ha inserito nel braccio sei elettrodi neurali che hanno consentito la restituzione in tempo reale delle sensazioni tattili e di movimento dell’arto bionico al cervello tramite il sistema nervoso periferico. Proprio ciò che accade a tutti noi quando afferriamo, muoviamo, tocchiamo un oggetto con la mano.
 

‘Reimparare’ a muovere la mano

Nel corso della sperimentazione, la donna ha prima ‘reimparato’ a produrre nel proprio cervello il movimento dell’arto perduto, stimolando aree corticali inattive da tempo; quindi, ha affinato le proprie capacità di ricezione delle sensazioni tattili, riuscendo a percepirle in ben 13 differenti zone della mano artificiale. Infine, si è esercitata per ripristinare le proprie capacità di manipolazione degli oggetti riuscendo a muovere la mano artificiale con sempre maggior destrezza al punto da essere in grado – bendata e con la musica al massimo volume nelle orecchie – di riconoscere e padroneggiare consistenze e posizioni degli oggetti nella mano.

Ritrovare le sensazioni tattili

La donna ha testato in laboratorio la protesi tattile che ha portato per 11 settimane durante le quali ha potuto sfiorare gli oggetti, distinguere tra il duro e il morbido, insomma toccare e sentire come una mano naturale. «E’ cambiato tutto perché penso ad un movimento e lo eseguo esattamente come faccio con la mia mano destra. Insomma, posso tradurre il pensiero in azione», racconta con un sorriso soddisfatto. «E’ stato bello riuscire ad impugnare una bottiglietta d’acqua, lasciarla scivolare dolcemente per versarne il giusto contenuto in un bicchiere; quindi rimetterla a posto sul tavolo e lasciare delicatamente la presa, senza rischiare di far cadere bottiglia e liquido» prosegue Clara.
 

Dalla sperimentazione alla vita reale

Poche settimane dopo la conclusione del progetto, la donna ha ricevuto una protesi di mano bionica intelligente simile a quella della sperimentazione, che utilizza quotidianamente. La domanda ora è: quanto tempo passerà prima che questo prodigio tecnologico possa essere disponibile per i pazienti amputati? Da un punto di vista medico-scientifico, i tempi sembrano maturi: «Inizialmente la mano robotica si poteva applicare solo per poche settimane – spiega Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di Neuroscienze della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli – ma nell’ultima sperimentazione siamo arrivati ben oltre ed ora sappiamo che l’elettrodo può funzionare per sei mesi. Questo vuol dire che siamo pronti a realizzare un impianto ’cronico’». Ma resta aperta la questione dell’accessibilità di una protesi così evoluta: «Nel giro di 4-5 anni – dichiara Rinaldo Sacchetti, direttore tecnico del Centro Protesi Inail – speriamo di trasformare questo progetto in un prodotto di cui tutti possano usufruire. Certo bisognerà risolvere il problema della sostenibilità dei costi ma nel frattempo continueremo a promuovere tutto ciò che può migliorare la qualità di vita non solo per gli invalidi sul lavoro ma per tutti i cittadini che hanno perso la loro autonomia».
 

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Carlo Verdelli
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