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Sclerosi multipla, oltre 2,8 milioni pazienti



OGNI 5 minuti viene diagnosticato un caso di sclerosi multipla nel mondo. Ci sono 2,8 milioni di persone che vivono con la sm e si tratta di un dato sottostimato. Una persona su 3000 convive con la malattia. Questa stima globale è aumentata rispetto al 2013 in cui erano stimate 2,3 milioni di persone con sm nel mondo. In italia si stimano oggi 126 mila persone con sm e questo dato epidemiologico nazionale è metodologicamente corretto, come spiegato nel Barometro della sm in italia pubblicato da Aism. Ma in molte altre nazioni il metodo di rilevazione è sottostimato o mancante.

A dare questa fotografia globale è Atlas, la più vasta indagine mondiale della malattia, presentata oggi in occasione di Ms virtual 2020: 8th Actrims/ectrims meeting, il più importante appuntamento dell’anno per quello che riguarda la ricerca sulla sclerosi multipla. Questa terza edizione dell’Atlante (Atlas) della sm 2020 è stata pubblicato dalla Federazione internazionale sclerosi multipla (Msif), ed ha aggiornato le precedenti edizioni pubblicate nel 2008 e nel 2013: è il quadro più chiaro della sm in tutto il mondo e di come viene diagnosticata la malattia.

Rispetto alle edizioni passate si registrano miglioramenti nella metodologia di conteggio, sia a livello nazionale che globale. Inoltre in molte nazioni in questi anni è migliorata la capacità di fare diagnosi, e comunque le persone con sm vivono più a lungo. Questi sono alcuni dei fattori che probabilmente hanno giocato un ruolo importante nell’incremento dei dati epidemiologici della malattia.

“L’importanza dei numeri e dello scenario reale della sclerosi multipla è fondamentale per le azioni di rappresentanza e affermazione dei diritti delle persone, per orientare la decisione da parte delle istituzioni nazionali e regionali in materia di sanità e di welfare,  in una parola per rispondere ai bisogni reali delle persone e delle loro famiglie”, spiega Mario Alberto Battaglia, presidente della Fism, Fondazione italiana sclerosi multipla, che ha fatto parte del gruppo di lavoro sin dalla prima edizione curata con l’Organizzazione mondiale della sanità.

Malattia di genere

L’Atlas 2020 conferma che le donne hanno una probabilità due volte più alta di avere la sm rispetto agli uomini (69% donne rispetto al 31% uomini), anche se in alcuni paesi come le regioni del pacifico occidentale e del sud-est asiatico le donne hanno una probabilità di avere la sm tre volte più alta. Le ragioni di tali differenze tra maschi e femmine sono ancora sconosciute, ma è probabile che diversi fattori siano coinvolti  come le differenze ormonali e genetiche, le diverse esposizioni sociali, di stile di vita e ambientali tra i sessi. Saranno necessarie ulteriori ricerche per capire in che modo la genetica, l’ambiente e altri fattori aumentano le possibilità di una donna di sviluppare la sclerosi multipla – questo potrebbe potenzialmente rivelare nuovi modi per trattare o addirittura prevenire la sclerosi multipla.

L’età della diagnosi

L’età media di esordio della malattia è di 32 anni. In genere, la sm viene diagnosticata nelle persone di età compresa tra 20 e 30 anni, ma può verificarsi a qualsiasi età. Ci sono anche casi a esordio pediatrico evidenziati dall’Atlas in  almeno 20 nazioni. La sclerosi multipla è una malattia cronica, imprevedibile e progressivamente invalidante. Non esiste una cura risolutiva per la sm, il che significa che le persone convivono con la malattia per molti decenni. Ciò differenzia la sm da altre condizioni neurologiche come la demenza e l’ictus, che colpiscono prevalentemente le persone in età più avanzata (pari o superiore a 65 anni).

La sm è la causa neurologica più comune di disabilità per i giovani adulti. Vista la giovane età in cui una persona fa progetti di vita è importante che i governi, i sistemi sanitari nazionali, i datori di lavoro consentano alle persone con sm di ottenere una miglior qualità di vita. Ciò include la diagnosi e il trattamento precoce della malattia per evitare le ricadute e prevenire la progressione della disabilità, insieme a una legislazione protettiva per consentire alle persone di accedere a cure e di mantenere il proprio lavoro.

Le diverse forme

All’85% delle persone con sm in tutto il mondo viene inizialmente diagnosticata la sclerosi multipla recidivante-remittente in cui sperimentano periodi di ricaduta e remissione, e al 12% la forma progressiva. Al restante 3% inizialmente la sm non viene riconosciuta. Per tutti coloro che ne sono colpiti, la sm rende la vita imprevedibile.

I registri di malattia

Sono pochi i paesi dove esiste un registro di patologia che consente di avere dati continuamente aggiornati e disponibili per la ricerca scientifica e per le istituzioni. Per questo è fondamentale un impegno per il futuro. “In Italia la Fondazione italiana sclerosi multipla e la Società italiana di neurologia hanno creato con proprie risorse il registro italiano, che ad oggi raccoglie i dati di oltre 70.000 pazienti – conclude Battaglia – ma ribadiamo la richiesta già formulata al ministero della Salute di arrivare alla formalizzazione del registro nazionale della sclerosi multipla e alla piene collaborazione con tutte le Regioni”.

 



Migrazione sanitaria, la fuga dal sud vale 4,6 miliardi



Chiamalo turismo sanitario, chiamalo spostamento verso regioni dove le strutture sanitarie e le cure appaiono migliori (e spesso lo sono), fatto sta che la migrazione sanitaria – sempre da sud verso nord – continua e nel 2018 è costata 4,6 miliardi. Con un attivo ovvio delle regioni del nord di 1,34 miliardi (quattro per l’esattezza: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana) e un passivo di 1,44 miliardi per sei del sud (Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, Puglia e Abruzzo). E circa un milione di pazienti che si sono spostati, spesso con componenti della famiglia, in cerca di cure migliori.

La fuga, dunque, continua, secondo il report dell’osservatorio Gimbe, che ha analizzato crediti, debiti e saldi delle regioni dulla mobilità sanitaria, fenomeno che ha – come è ovvio – non solo implicazioni economiche ma sociali e familiari non indifferenti. Ma veniamo ai dati: il 97,4% del saldo attivo va nelle casse delle 4 regioni citate sopra, l’84,4% di quello passivo sulle altre sei. E parliamo di costi sanitari, perché è difficile quantificare i costi degli spostamenti dei familiari, dei pernottamenti e della permanenza per periodi imprecisati in regioni diverse dalla propria.

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Sia chiaro, il diritto a spostarsi è sacrosanto così come quello ad essere assistiti in strutture sanitarie di regioni diverse dalla propria. Ma il fenomeno ha un peso economico consistente. La fondazione Gimbe, nel suo report, lo distingue in mobilità attiva (voce di credito che identifica l’indice di attrazione di una Regione) e mobilità passiva (voce di debito che rappresenta l’indice di fuga da una Regione). Annualmente vengono effettuate le compensazioni finanziarie tra Regioni su 7 flussi finanziari: ricoveri ospedalieri e day hospital (differenziati per pubblico e privato accreditato), medicina generale, specialistica ambulatoriale, farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso. Nel 2018 il valore della mobilità sanitaria ammonta a € 4.618,98 milioni, importo approvato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome il 31 marzo 2020, previa compensazione dei saldi.

Mobilità attiva
Le 6 Regioni con maggiori capacità di attrazione vantano crediti superiori a € 200 milioni: in testa Lombardia (26,1%) ed Emilia-Romagna (13,9%) che insieme drenano il 40% della mobilità attiva. Un ulteriore 31,9% viene attratto da Veneto (9,6%), Lazio (8,5%), Toscana (8,1%) e Piemonte (5,8%). Il rimanente 28,1% si distribuisce nelle altre 15 Regioni e Province Autonome, oltre che all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (€ 244,7 milioni) e all’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (€ 43 milioni). In generale, emerge la forte attrazione delle grandi Regioni del Nord, a cui fa da contraltare quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio.

Mobilità passiva
Ciascuna delle 6 Regioni con maggiore indice di fuga genera debiti per oltre € 300 milioni: Lazio (13%) e Campania (10,5%) costituiscono circa un quarto della mobilità passiva; un ulteriore 28,7% riguarda Lombardia (8,2%), Puglia (7,3%), Calabria (6,7%), Sicilia (6,5%); il rimanente 47,8% si distribuisce nelle altre 15 Regioni e Province Autonome. La mobilità passiva presenta differenze Nord-Sud più sfumate: gli indici di fuga sono elevati in quasi tutte le Regioni del Sud, ma sono rilevanti anche in tutte le Regioni del Nord con elevata mobilità attiva, documentando specifiche preferenze dei cittadini agevolate dalla facilità di spostamento: Lombardia (-€ 379,9 milioni), Emilia-Romagna (-€ 275,9 milioni), Veneto (-€ 274,7 milioni), Piemonte (-€ 263,8 milioni), Toscana (-€ 207,6 milioni) e Liguria (-€ 206,4 milioni).

Saldi
Le Regioni con saldo positivo superiore a 100 milioni di euro sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di 100 milioni di euro tutte del Centro-Sud. In particolare sono rilevanti i saldi positivi di Lombardia (€ 739,6 milioni), Emilia-Romagna (€ 324 milioni), Veneto (€ 140,9 milioni) e Toscana (€ 139,3 milioni); moderato quello del Molise (€ 33,7 milioni), minimo quello della Provincia Autonoma di Bolzano (€ 2,1 milioni) e Provincia Autonoma di Trento (€ 0,5 milioni). Tra i negativi è minimo quello di Valle d’Aosta (-€ 4,7 milioni), Friuli-Venezia Giulia (-€ 6,8 milioni), Umbria (-€ 10,4 milioni) e Piemonte (-€ 13,5 milioni), moderato quello di Marche (-€ 34,4 milioni), Basilicata (-€ 48,4 milioni), Liguria (-€ 51,1 milioni), Sardegna (-€ 90,4 milioni), rilevante quello di Abruzzo (-€ 100,8 milioni), Puglia (-€ 206,4 milioni), Sicilia (-€ 228,7 milioni), Lazio (-€ 230,7 milioni), Calabria (-€ 287,4 milioni), Campania (-€ 350,7 milioni)

Saldo pro-capite
Con questo indicatore elaborato dalla Fondazione Gimbe – spiega il presidente, Nino Cartabellotta – la classifica dei saldi si ricompone dimostrando che, al di là del valore economico, gli importi relativi alla mobilità sanitaria devono sempre essere interpretati in relazione alla popolazione residente”. In particolare: il Molise conquista il podio nella classifica per saldo pro-capite; le differenze tra Lombardia (€ 74) ed Emilia Romagna (€ 73) di fatto si annullano; la Calabria precipita in ultima posizione con un saldo pro-capite negativo di € 148, superiore alla somma del saldo pro-capite positivo di Lombardia ed Emilia-Romagna (€ 147).
“Tutte le nostre analisi – precisa Cartabellotta – sono state effettuate esclusivamente sui dati economici della mobilità sanitaria aggregati in crediti, debiti e relativi saldi, ma per studiare al meglio il fenomeno abbiamo inoltrato formale richiesta di accesso ai flussi integrali dei dati al Ministero della Salute e alla Conferenza delle Regioni e Province autonome”. Questi dati permetterebbero di analizzare, per ciascuna Regione, la distribuzione delle tipologie di prestazioni erogate in mobilità, la differente capacità di attrazione tra strutture pubbliche e private accreditate, la residenza di chi sceglie di curarsi fuori Regione per distinguere le dinamiche della mobilità “fisiologiche” da quelle francamente “patologiche”
Costi più alti
“I dati pubblicamente disponibili – conclude Cartabellotta – se da un lato dimostrano che il denaro scorre prevalentemente da Sud a Nord, dall’altro confermano che l’impatto economico della mobilità sanitaria è molto più elevato di € 4,6 miliardi. Infatti, se un lato è difficile quantificare i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti, dall’altro è impossibile effettuare stimare sia i costi indiretti (assenze dal lavoro di familiari, permessi retribuiti), sia quelli conseguenti alla mancata esigibilità delle prestazioni territoriali e socio-sanitarie, diritti che appartengono alla vita quotidiana delle persone e non alla occasionalità di una prestazione ospedaliera”.



Overdose day, l’idea del fondatore di Villa Maraini che ha salvato migliaia di vite


Oltre tremila vite, nella maggior parte dei casi di giovani ragazzi. Sono quelle salvate dagli operatori di Villa Maraini con il naloxone, un farmaco antagonista degli oppiacei che iniettato durante un’overdose riesce ad evitare il peggio. Nella Giornata mondiale contro le morti per overdose, promossa dal Penington Institute in Australia, Repubblica.it racconta il percorso di Massimo Barra, Fondatore di Villa Maraini, Agenzia Nazionale di Croce Rossa Italiana per le dipendenze patologiche. Settantatré anni compiuti la scorsa settimana, il medico romano iniziò a fare il volontario a soli 8 anni grazie ad una crocerossina che abitava di fronte casa sua. Dal 1965 compie missioni in tutto il mondo per la Croce Rossa. Dal 1974 cura i drogati ed esattamente 40 anni fa ebbe un’intuizione grazie alla quale è riuscito a riportare in vita tanti ragazzi andati in overdose, fenomeno che nell’84% dei casi è mortale. Nell’Unione Europea ha provocato nel 2019 oltre 9.400 morti.

Quarant’anni fa lanciò per la prima volta al mondo l’idea di effettuare interventi di primo soccorso con il farmaco Naloxone da parte di personale non medico. Come nasce la sua intuizione?
“In genere i centri antidroga aspettano che i ragazzi bisognosi di aiuto si rivolgano a loro. Noi a Villa Maraini da sempre abbiamo invertito questo approccio e li andiamo a cercare per strada. In questo modo possiamo intercettare anche chi non riesce a trovare la forza e il coraggio di chiedere aiuto. Siamo stati i primi a fare un’Unità di strada andando dove si drogano i ragazzi e quindi ci siamo imbattuti tantissime volte in chi era in overdose. Veder morire così tanti giovani, essere lì e sentirsi impotente è frustrante. Volevo trovare una soluzione a tutti i costi”.

Ma all’epoca il naloxone, farmaco utilizzato per antagonizzare l’effetto dei narcotici durante gli interventi chirurgici o nella cura del dolore, ancora non c’era….
“C’era il Nalorfina, un farmaco antagonista degli oppiacei che, però, aveva anche effetti collaterali soprattutto a livello respiratorio e perciò poteva essere usato solo dal medico. Quando in commercio arrivò il naloxone capii che avevo trovato la soluzione che cercavo perché questo principio attivo non ha effetti collaterali. Questo farmaco rappresenta forse l’unica molecola della farmacopea priva di controindicazioni e perciò valeva la pena già all’epoca attrezzare le ambulanze e auto mediche con questo farmaco salvavita. Bastava iniettare una fiala per salvare la vita di un ragazzo in overdose. Quando vedi uno che sta morendo, che sta andando incontro al coma o all’insufficienza respiratoria, l’uso del Naloxone è la più grande soddisfazione per un medico perché il ragazzo si risveglia dopo poco tempo. Ti regala un senso di onnipotenza perché riporti in vita una persona”.

Come riuscì a trasformare questa intuizione in una pratica che tutti potevano seguire?
“L’idea fu discussa anche a Klingenthal-Strasburgo in Francia, nel corso della prima riunione internazionale del Gruppo di Esperti sulle tossicomanie della Croce Rossa. In quell’occasione ho proposto di far utilizzare il Naloxone nell’ambito dei servizi di pronto soccorso gestiti dalla Croce Rossa, sia da parte del personale sanitario che dal personale volontario quindi non medico, questo per aumentare la possibilità di salvare vite in caso di overdose. Fu predisposta così, la prima raccomandazione del Movimento di Croce e Mezzaluna Rossa, per far fronte al fenomeno dilagante della droga e delle relative overdosi in tutto il mondo. Nel 1992 a Villa Maraini demmo seguito a questo documento. Non potevamo restare inermi, come Centro antidroga sentivamo il bisogno di intervenire e abbiamo sistematizzato le nostre uscite con il camper sul territorio alla stazione Termini appellandoci allo stato di necessità che ci ha consentito di salvare fino ad oggi quasi 3mila vite, che senza il nostro intervento non sarebbero arrivate vive al Pronto Soccorso”.


Overdose day, l'idea del fondatore di Villa Maraini che ha salvato migliaia di vite

Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini

Come ha reagito l’opinione pubblica? La vostra idea era vista come una sorta di connivenza con chi faceva uso di sostanze?
“In qualche caso ancora oggi c’è un po’ di scetticismo perché c’è ancora tanta gente che crede, per esempio, che distribuire siringhe nuove favorisca la pratica del drogarsi ma oggi la prassi del naloxone è ‘digerita’ da tutti anche dall’Oms soprattutto dopo che negli Usa hanno iniziato a morire 60-70 milioni di persone per la diffusione delle droghe artificiali. A quel punto l’uso del naloxone è diventato prioritario per la salute pubblica ma poiché gli americani hanno sempre avuto paura degli aghi da qualche anno le industrie farmaceutiche hanno messo in commercio uno spray nasale per cui non ci sono più remore ad usarlo. In Italia noi l’abbiamo sempre fatto fare agli ex tossicodipendenti che hanno una marcia in più perché sanno riconoscere i sintomi di un’overdose e sanno trovare le vene. Semmai da noi il problema è che le farmacie che dovrebbero obbligatoriamente avere il naloxone spesso non ce l’hanno perché non si vende visto che i genitori dei tossicomani non sanno che dovrebbero tenerne a casa almeno una fiala.

Chiunque può acquistare il naloxone o serve una ricetta medica?  
“Non serve, basta andare in farmacia e chiederlo. Noi vorremmo che tutti i genitori dei ragazzi che si drogano tenessero in casa qualche fiala di Naloxone da poter utilizzare in caso di bisogno perché ci sono anche ragazzi che muoiono a casa davanti agli occhi dei loro genitori impotenti”.

In che modo e dove operate a Roma?
“Abbiamo due camper, uno alla stazione Termini e uno a Tor Bella Monaca e poi abbiamo attivato il numero d’emergenza 5587777. Inoltre, c’è una macchina di emergenza che gira nei posti dove ci si droga e la nostra struttura è aperta 24 ore su 24. C’è una stretta collaborazione con le Forze dell’ordine che hanno imparato a chiamare Villa Maraini per le emergenze con i tossicodipendenti. Ogni giorno in media da noi arrivano circa 600 ragazzi”.

Cosa succede quando un volontario o un vostro operatore si trova davanti un ragazzo in overdose: come interviene?
“Prima di iniziare, si indossano i guanti sterili e si cerca di capire qual è il livello di intossicazione da eroina. Se la persona ha convulsioni o è in stato di incoscienza, si procede subito con un’iniezione intramuscolo di 0,4 mg di naloxone anche tramite gli indumenti per non perdere altro tempo e rischiare che muoia. Se dopo un paio di minuti il paziente non risponde agli stimoli dei soccorritori si può iniettare una seconda fiala di 0,4 mg possibilmente per via endovenosa. Per illustrare meglio come procedere, abbiamo realizzato anche un video tutorial che è possibile vedere sul nostro sito”.

Durante il lockdown i casi di overdose sono diminuiti?
“No, è rimasto tutto come prima. Il primo giorno eravamo terrorizzati perché i tossici vivono per strada e temevano che potessero infettare anche i nostri operatori. Invece, non abbiamo avuto nemmeno un caso di Covid né tra i tossicodipendenti che si sono rivolti al Camper né tra quelli che sono ricoverati nella nostra struttura tanto che ritengo che la loro situazione immunitaria sia molto diversa. La mia ipotesi è che il tossico non sia capace di avere una reazione immunitaria esagerata che poi porta all’espressione clinica del Covid. Ma a parte questa considerazione, nessuno è andato in astinenza e ciò vuol dire che il sistema di distribuzione della droga è talmente oliato che supera anche i limiti del lockdown. A marzo abbiamo avuto 8 casi in una settimana”.

 



Coronavirus, ecco perché è pericoloso anche a 20 anni. E senza sintomi


Anche a 20 anni ci si può ammalare di Covid. Perché il virus non conosce età e infetta chi può. Quindi anche a 20 anni bisogna fare attenzione. Da settimane ormai, Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di ricerca in Statistica medica ed Epidemiologia dell’Università Campus Biomedico di Roma, si sgola per mettere in guardia i più giovani. Parecchi dei quali – non tutti, è chiaro – col coronavirus hanno un rapporto per così dire disinvolto. Soprattutto nei luoghi di vacanza e di movida, e in particolare in queste settimane di piena estate. Per tornare poi a casa qualche volta positivi, spesso asintomatici, e diffondere il virus in famiglia.
 

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Abbiamo visto i nostri ragazzi fare lezione e sostenere esami universitari davanti a uno schermo. Preparare la maturità in casa, laurearsi in casa. Poi la voglia di divertirsi è esplosa. E almeno inizialmente, i comportamenti a rischio dei giovani e degli adolescenti di fatto sono stati tollerati. Un errore?
“La voglia di divertirsi si può capire, ma ci si deve divertire con criterio e buon senso, sempre osservando le tre regole fondamentali: mascherina, adeguato distanziamento, lavaggio frequente e accurato delle mani. Si tratta di tre comportamenti in fondo banali e semplici da mettere in atto, ma che salvano tutti dall’infezione. Bisogna ricordare che questo virus è molto contagioso, bastano 10-15 minuti di contatto con un infetto a una distanza che non sia di sicurezza o senza mascherina per infettarsi a propria volta.
 
Ma se questo virus è contagioso e bastano pochi minuti di contatto con un positivo per infettarsi, perché all’interno di uno stesso gruppo di amici che si comportano allo stesso modo e frequentano gli stessi luoghi c’è chi si ammala e chi no?
“Perché si ammala chi ha un sistema immunitario che in quel momento non è capace di produrre anticorpi a sufficienza. O chi ha il diabete, o chi poco prima del contatto con un positivo ha sostenuto uno sforzo fisico importante, anche solo una partita di calcio, e il suo sistema immunitario non ha ancora recuperato”.

Anche ballare richiede un certo impegno fisico…
“Ballare richiede sforzo fisico, e aumentando lo sforzo aumenta la frequenza del respiro, e quindi anche l’emissione delle particelle che veicolano il virus. Per questo il rischio di contagio in discoteca è alto. E poi c’è la questione della distanza: ballare a distanza di sicurezza, come ballare con la mascherina, è praticamente impossibile. E comunque di fatto non accade, stando ai filmati e alle immagini che tutti abbiamo visto. Anche fuori dalle discoteche, nei luoghi di aggregazione e movida, mascherine e distanza non sono stati e non sono comportamenti diffusi. Avrebbero dovuto esserlo, dovrebbero esserlo”. 
 
Chi deve fare il tampone?
“Chiunque sia stato a contatto con una persona risultata positiva, anche se la persona positiva è asintomatica e si è asintomatici a propria volta. E naturalmente chi sa di aver avuto comportamenti a rischio e presenta sintomi “strani”, che sono perdita del senso dell’olfatto e del gusto, febbre anche più bassa di 38 gradi, un po’ di tosse”.
 

in riproduzione….

Sebbene meno che nelle settimane passate, ancora oggi molti ragazzi dicono “tanto, pure se mi prendo il coronavirus, non mi succede niente”. Ma non è così…
“No, non è così. Un’infezione virale di questo tipo può lasciare strascichi per diverse settimane: per esempio una miastenia, ovvero un senso di intensa e costante stanchezza. Una infiammazione a livello cardiologico. Può durare a lungo anche l’assenza del senso di gusto e olfatto, che secondo uno studio irlandese è frequente soprattutto nei giovani. Parliamo di effetti transitori, ma comunque di disagi. E di disagi evitabili. Noi non sappiamo cosa questo virus lascia in eredità una volta passata l’infezione, anche se lo si incontra a 20 anni”.
 

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Quindi le regole di comportamento vanno rispettate non soltanto per un senso di altruismo nei confronti di genitori e nonni (il che sarebbe per altro giusto, e anche sufficiente). Ma pure, più egoisticamente, per se stessi…
“Mettere in atto i comportamenti adeguati di protezione dall’infezione da coronavirus significa proteggere anche se stessi. Certamente. In ogni caso essere davvero maturi vuol dire tenere in conto la propria salute e quella delle persone a cui si vuole bene: genitori, nonni, parenti anziani. Che col Sars-cov-2 rischiano di più”.
 
Torniamo al tampone: cosa fare in caso di sintomi o di contatto con un positivo al Covid, o se si ritorna da zone ritenute pericolose?
“Bisogna avvisare la Asl di competenza che indirizza al centro o al drive in dove recarsi per sottoporsi al test. Chi torna in aereo da zone a rischio può trovare in aeroporto personale che effettua il test, ma oggi non tutti gli aeroporti sono attrezzati per questo. Va detto che molti ragazzi stanno chiedendo il test, c’è una consapevolezza e maturità, anche se acquisita in ritardo”.
 

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Infine, cose fare se il tampone è positivo?
“Mettersi in quarantena per 14 giorni. Quarantena non significa prigione: non necessariamente bisogna stare chiusi in una stanza, ma indossare sempre la mascherina e naturalmente mettere in atto tutte le altre misure di protezione dal virus. Dopo due settimane si ripete il tampone: se è negativo si ripete dopo 48 ore, e se anche il secondo tampone è negativo si è liberi. Oggi ancora non sappiamo quanto dura l’immunità, ma certamente possiamo contare su uno-due mesi di mesi protezione”. 
 
Se dovesse rivolgersi ai ragazzi direttamente cosa direbbe?
“Dimostrate di essere maturi, se a 18 anni si può votare e decidere chi ci governerà e amministrerà, anche voi direttamente potete decidere il vostro futuro e quello di chi avete intorno”.  

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Ragazzi, attenti alle infezioni sessuali


In Italia le persone con un’infezione sessuale confermata sono aumentate del 40% in meno di 30 anni. 134 mila i malati dal 1991 ad oggi; circa 5000 ogni anno, con un’impennata nel 2018 di ben 6574 infezioni. Giovanissimi: età media 33 anni. È il quadro che emerge dal “Notiziario” del Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità. Ma cosa sono le Ist, le infezioni sessualmente trasmesse, e perché è bene non sottovalutarle? Chi sono i più colpiti? E soprattutto, che fare per evitarle?

In aumento le IST meno conosciute

Non c’è solo l’Hiv, tutt’altro. Le Ist nel nostro Paese sono in netto aumento. A preoccupare gli esperti in particolare, infezioni come la gonorrea i cui casi sono raddoppiati in 3 anni, ma soprattutto l’impennata della clamidia, che registra un +30% negli ultimi dodici mesi. La sifilide poi, si diffonde a ritmo doppio rispetto al 2000 per uomini e donne eterosessuali, e addirittura 10 volte più velocemente per i maschi omosessuali. “Quando si parla di infezioni sessuali, si pensa sempre ad una malattia sola, ma in realtà ce ne sono anche molte altre”, avverte Barbara Suligoi, direttrice del Centro operativo Aids dell’Iss, l’Istituto superiore di Sanità. “Parliamo di infezioni virali come il papilloma virus umano (hpv), herpes genitali ed epatiti virali. Ma anche infezioni batteriche come la clamidia, la sifilide e la gonorrea”.

Un nemico pericoloso, difficile da individuare

 “Le Ist sono un mostro dalle mille facce con tempi di incubazione, manifestazione e sintomi anche molto diversi, ma che colpiscono tutte nel momento in cui siamo più vulnerabili”, spiega l’esperta. E soprattutto in maniera ‘discreta’. Una volta avvenuto il contagio infatti, in molti casi la malattia decorre senza sviluppare disturbi importanti o segni visibili sul corpo, rimanendo talvolta latente per anni. Le conseguenze però si faranno sentire nel lungo periodo. “La clamidia ad esempio, si manifesta spesso con sintomi assolutamente vaghi e trascurabili. Se non riconosciuta e trattata progredisce e si moltiplica, arrivando ad occludere le tube e non permettere più la gravidanza”. Una clamidia non curata può portare anche l’uomo alla sterilità. Manifestazioni asintomatiche o paucisintomatiche della clamidia si hanno per il 25% nei maschi con infezione e addirittura per il 75% nelle donne. “Stiamo assistendo negli ultimi decenni ad un aumento della procreazione medica assistita che è dovuto anche (non soltanto beninteso), ad infezioni da clamidia pregresse non diagnosticate e trattate”. Ma non è tutto. I virus delle Ist sono spesso oncogeni. Come sottolinea Suligoi, l’Hvp (il papilloma virus umano) provoca i condilomi ma può portare anche tumori al collo dell’utero, del pene e dell’ano. Il batterio della sifilide in stadio tardivo invece, può arrivare ad infettare gravemente organi come cuore, cervello e fegato.

Giovani e meno fortunati i più colpiti

Il dato più allarmante è senza dubbio la prevalenza delle infezioni sulla fascia d’età 15-24 anni. La frequenza dell’infezione da Chlamydia trachomatis ad esempio, è più che tripla per giovani e giovanissimi, rispetto a soggetti di età superiore. “Purtroppo questo è un trend ormai consolidato”, nota la professoressa. Ma per quale motivo proprio i giovani sono i più colpiti? La prima è una ragione di ordine fisiologico. “I tessuti dell’apparato genitale in adolescenza non sono ancora completamente maturi – osserva la direttrice del Coa – e questo li rende più fragili”. Poi c’è il lato comportamentale. “La curiosità in quel momento della vita è grande e i rapporti sessuali potrebbero essere, se non più frequenti, con più scambi di partner rispetto ad età più adulte”, prosegue. E questo aumenta il rischio di incontrare portatori di infezione, spesso inconsapevoli. “È fondamentale parlarne per creare una coscienza, specie negli individui che hanno meno mezzi per difendersi”. In effetti, analizzando i dati, salta agli occhi l’attitudine delle IST a penetrare strati di popolazione più vulnerabili non solo per ragioni demografiche, ma anche socio-economiche. Prova ne è che l’87% delle infezioni sessuali diagnosticate dal 1991 ad oggi ha colpito individui con livelli di istruzione medio-bassa. L’incidenza negli stranieri poi, è quasi raddoppiata dai livelli degli anni ‘90.

Parola d’ordine: prevenzione e diagnosi precoce

Ma che fare quindi per fermare le infezioni? “Al primo segnale a livello genitale che possa far pensare a qualcosa di strano, o per lo meno di inusuale, è opportuno andare dal medico di famiglia o dal ginecologo per un consulto”. Sovente le Ist esordiscono con piccoli puntini o verruchine, pruriti o bruciori in area genitale. Sono sintomi lievi, ma che non devono mai essere sottovalutati. I ragazzi peraltro, tendono a non trattare l’argomento con facilità, complice in molti casi la scarsa consapevolezza. “Esiste proprio per questo un numero verde gratuito ed anonimo gestito da Iss (800-861061), a cui rispondono medici, psicologi ed avvocati”. Gli specialisti offrono supporto personalizzato che va dagli aspetti medici e psicologici a quelli legali e possono anche fornire una lista di centri clinici e laboratori pubblici a cui rivolgersi gratuitamente. Il mezzo oggi più familiare per i giovani è però internet e spesso le informazioni sono spesso approssimative e fuorvianti: serve una bussola. “La trovano nel sito www.uniticontrolaids.it, dove ci sono tante informazioni sulle Ist e una comoda mappa della Penisola. Cliccando sulla città in cui ci si trova, esce un elenco di centri vicini a cui affidarsi per visite o consulti”. Insomma, è fondamentale che i ragazzi, spesso disorientati di fronte a disturbi che non conoscono, cerchino e trovino aiuto. “A questo punto, diagnosi precoce e terapia corretta riescono nella maggior parte dei casi ad evitare complicazioni”. Con l’avanzamento scientifico degli ultimi anni i test di laboratorio sono molto precisi e per la maggior parte poco invasivi. Ma la raccomandazione più importante rimane quella di praticare le regole del sesso sicuro. “Insieme all’utilizzo del preservativo – conclude Suligoi – è opportuno ridurre il numero di partner sessuali e restare sempre lucide/i durante il rapporto”. Meglio prevenire che curare.
 



Cosa rischiamo con troppi video pornografici


Guardando troppi video pornografici si rischia un ‘flop’ sotto le lenzuola. Un uso eccessivo e prolungato della pornografia può creare le condizioni per la disfunzione erettile e rendere insoddisfacente il rapporto con il partner, provocando un calo del desiderio. A mettere in guardia è uno studio presentato all’ultimo Congresso annuale dell’Associazione Europea di Urologia (Eau). L’indagine, condotta su un campione di 3267 uomini in Belgio e Danimarca, ha correlato il tempo medio di visualizzazione di materiale pornografico (70 minuti alla settimana, una media di 5-15 minuti per sessione) con il grado di disfunzione sessuale emerso dalle risposte: è risultato che circa il 25% degli intervistati riferiva livelli variabili di disfunzione erettile durante i rapporti col partner. Solo il 65%  riteneva che il sesso con il partner fosse più eccitante della visualizzazione di materiale pornografico. E un 20% dichiarava che, per eccitarsi e portare a termine un rapporto sessuale soddisfacente, richiedeva immagini di tipo pornografico “estremo” di cui nella situazione reale non poteva disporre.

“Occorre soffermarsi- evidenzia Rocco Damiano, responsabile dell’ufficio risorse e comunicazione della Società Italiana di Urologia (Siu) -sul fatto che la pornografia influenza la modalità con cui viviamo il sesso. La visione determina un iperstimolo eccitatorio in grado di influenzare il comportamento sessuale, facilitando la produzione di dopamina, ed elevandone il livello per la comparsa di eccitazione sessuale. Di conseguenza, però, nella vita reale, il sesso non risulta più all’altezza delle aspettative generate”.Importante in ogni caso è ricordare che in alcuni casi la pornografia può anche essere di aiuto nel trattamento della disfunzione erettile, che secondo il professor Walter Artibani, segretario generale Siu,” è multifattoriale. Sarebbe riduttivo associarla esclusivamente alla visualizzazione di materiale pornografico.Vi sono altri fattori,dal calo di libido all’abuso di alcol e l’obesità”. Per Damiano però “i rischi dell’abuso di pornografia sono ignorati dalla maggior parte delle persone.Diventa importante poter definire la soglia oltre cui si è a rischio”.
 



Bambini: gelato sì, ma non tutti i giorni. Attenzione a ‘strappi’ alimentari


L’estate è un momento di svago e spensieratezza per i bambini, ma attenzione ai troppi  ‘strappi’ alle regole dal punto di vista alimentare e agli imprevisti giocando all’aria aperta, come contusioni o fratture. Dal punto di vista alimentare, come spiega Anna Maria Staiano, vicepresidente della Società italiana di pediatria, sì al gelato, preferibilmente alla frutta, ma non tutti i giorni, tenendo conto che dal punto di vista nutrizionale rappresenta un vero e proprio pasto. No anche a pietanze troppo elaborate, soprattutto a pranzo, preferendo invece soprattutto per il momento centrale della giornata e in spiaggia piatti unici e leggeri: una buona opzione sono le insalate di riso, o anche panini, conditi con verdure fresche, olio a crudo, prosciutto o mozzarella.Sì a pesce e legumi, per un adeguato apporto di omega-3, promossi anche latticini e uova, fonti di vitamina d, sì anche alla carne bianca.

Semaforo verde per la frutta di stagione, ricca di minerali, vitamine, acqua e fibre e che non andrebbe mai sostituita con il succo di frutta, soprattutto se confezionato. Occorre poi bere tanta acqua. “Può sembrare banale – evidenzia Staiano – ma rappresenta la prima regola per evitare l’insorgenza di disidratazione e ‘colpi di calore’,  soprattutto nei bambini più piccoli che sono maggiormente a rischio quando ci si trova in zone calde, ancor di più se con clima umido. Se il bambino non gradisce l’acqua, a partire dai 3 anni si può somministrare del the preparato in casa”. In estate, poi, come ricorda la Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (Siot), va incoraggiata l’attività all’aria aperta dei bambini, pronti però a gestire possibili imprevisti.

Nel caso delle contusioni è sufficiente applicare impacchi freddi con il ghiaccio, che limitano il gonfiore e il dolore, mentre una pomata specifica può essere utile per il riassorbimento dell’ematoma. Nel caso di dolore prolungato è sempre indicato del paracetamolo. In caso di sospetta frattura invece, qualora il profilo osseo risulti alterato o se il bambino non riesca a muovere le articolazioni come il polso, il gomito e il ginocchio, è necessario raggiungere il pronto soccorso più vicino. Per verificarlo è sufficiente aspettare un’ora dopo il trauma e toccare la zona contusa anche in un momento di distrazione del bambino. Se manifesta una reazione significativa al dolore è bene farlo visitare dal medico.

Infine attenzione in piscina, il rischio di cadute, come di prendere botte alla testa, a causa del pavimento bagnato è alto. In montagna, invece, ricordarsi di portare il kit di pronto soccorso, mentre per quanto riguarda l’attività sportiva per la corsa servono le scarpe giuste, in bici ricordare di far indossare sempre il casco.



Effetto (disastroso) del lavoro agile sulla schiena


Chi poteva immaginare che la sedia della cucina o quella della scrivania, scelta più per estetica che per comodità, sarebbe diventata una postazione di lavoro fissa per settimane e poi mesi. Eppure così è stato, causa lockdown, e l’uso prolungato del computer su una seduta poco ergonomica ha spezzato la schiena a tanti. “Una sedia rigida può causare dolori alla colonna vertebrale, sia nella parte alta cervicale e dorsale, sia in quella bassa lombosacrale”, commenta Simone Ripanti, segretario della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia e chirurgo ortopedico dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni/Addolorata di Roma. “Una sedia con schienale ad S e un’altezza che permette di formare un angolo retto tra colonna e arti inferiori porta a un beneficio o quanto meno riduce la sensazione di dolore a tutta la schiena”. Ora la quarantena è finita, ma il lavoro agile no e c’è chi cerca di rendere la propria postazione di lavoro più confortevole per prevenire e risolvere le sofferenze muscolari.

Posizioni sbagliate e troppo tempo

Come spiega Michele Riva, ricercatore e medico del lavoro all’Università di Milano-Bicocca, lo scopo di una sedia ergonomica è quello di mantenere la colonna vertebrale in una posizione il più naturale possibile, ma non esistono studi che stabiliscono la superiorità di una tipologia piuttosto che un’altra e “ogni lavoratore dovrebbe decidere il modello in base alla sua problematica con l’aiuto di uno specialista”. Esistono però ricerche, come quella condotta su più di 500 lavoratori e pubblicata sull’International Journal of Occupational Medicine and Environmental Health nel 2018, che confermano che chi si lamenta maggiormente di dolori alla schiena e al collo lavora per tante ore senza interruzioni su sedie che supportano solo alcune zone del corpo, con un mouse troppo distante dalla tastiera e con la testa inclinata di 45 gradi. 

Supporto lombare

Tra le caratteristiche imprescindibili di una sedia ergonomica, sottolinea Riva, “lo schienale inclinabile, la possibilità di regolare l’altezza, necessaria per personalizzare la seduta in base alle caratteristiche fisiche di ognuno, e i braccioli, che permettono di appoggiare gli avambracci, rilassare le spalle e il collo”. Funzionali anche “le ruote, che permettono di muoversi con più facilità e non sovraccaricare eccessivamente il rachide negli spostamenti”. Secondo l’esperto, la maggior parte dei dolori lombari e cervicali possono essere alleviati da sedie con queste peculiarità, anche perché “molte hanno la possibilità di incorporare un cuscino o esistono già accessoriate di poggiatesta, supporto lombare o schienale diviso in più parti, orizzontali o verticali, con un ulteriore vantaggio ergonomico”. 

Sulle ginocchia o a palla

Ci sono poi sedute da lavoro meno standardizzate, come quelle con l’appoggio sulle ginocchia, nate in Svezia negli anni Settanta, quelle a sella e quelle a palla. Quasi sempre sono prive di braccioli e poggiatesta, perciò non ideali per chi  ha problemi cervicali. Nelle sedie con appoggio sulle ginocchia “il bacino viene inclinato in avanti, favorendo una postura neutra della colonna vertebrale, e vengono attivati e rinforzati i muscoli della schiena e dell’addome – spiega l’esperto – non sono adatte a chi ha disturbi agli arti inferiori, soprattutto di natura circolatoria, perché i movimenti delle gambe sono limitati”. Lavorano sul bacino, invece, le sedute a sella: “Possono essere faticose perché per mantenere la schiena dritta bisogna impegnarsi, non le suggerirei a persone con scoliosi; lo stesso vale per le sedie a palla”. Chi usa il pallone ergonomico per lavorare fa quasi un allenamento, perché essendo instabile obbliga le persone a utilizzare tutta la muscolatura del tronco per stabilizzarsi nella postura corretta. Un pregio, ma anche un difetto, dato che “dopo qualche ora può diventare faticoso e indurre una posizione leggermente insaccata. In più non è regolabile in altezza e quindi poco personalizzabile – conclude l’esperto – la consiglierei a persone giovani senza problemi specifici”.

Sofferenza lombare

Se ci sono già disturbi alla colonna o si è in presenza di un dolore cronico, le sedie ergonomiche sono un aiuto indispensabile, ma non riescono ad eliminare da sole la sofferenza lombare. “L’utilizzo di medicine, anche quelle transdermiche come i cerotti, sono nel bagaglio del medico per ridurre la sintomatologia dolorosa – conclude il chirurgo ortopedico Ripanti – ma la strategia deve essere più ampia e comprendere anche una serie di esercizi di natura posturale da concordare con un medico e terapista della riabilitazione, monitorando nel tempo la corretta esecuzione se eseguiti in modo autonomo”.
 



Coronavirus, ecco come danneggia il sistema nervoso



Più tempo passa e più scopriamo novità sul Sars-Cov-2 che ha rivoluzionato la nostra vita. Abbiamo avuto conferma che non è vero che i bambini sono indenni – anche se per fortuna sono meno colpiti – che non è vero che non passa attraverso la placenta. E che può colpire praticamente qualunque organo del nostro cuore, dal cuore al sistema neurologico. Oltre, ovviamente, ai polmoni. Molti dei sintomi individuati in questi mesi – riduzione del gusto e dell’olfatto, alterazione dello stato di coscienza, fatica, mialgie e cefalea – sono di fatto riconducibili ad alterazioni del sistema neurologico.

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Lo studio “Nervous system: subclinical target of SARS-CoV-2 infection”, condotto da un team di ricerca del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell’Università di Verona, con il contributo parziale della Fondazione Cariverona, ha messo in luce le modalità con cui il sistema nervoso è così frequentemente coinvolto nei dati clinici dei pazienti affetti da Covid-19.
“I dati clinici generali e neurologici di 123 pazienti affetti da Coronavirus sono stati confrontati con i livelli di neurofilamenti a catena leggera (proteine che costituiscono un indice di danno delle fibre del sistema nervoso), che sono stati dosati nel sangue dei pazienti con un metodo ultrasensibile – ha spiega Sergio Ferrari, dirigente medico della sezione di Neuropatologia – i risultati ottenuti permettono di osservare che i sintomi neurologici in corso di Covid-19, come riduzione del gusto e dell’olfatto, alterazione dello stato di coscienza, fatica, mialgie e cefalea, sono molto frequenti nella patologia da Sars-Cov-2. Livelli elevati di neurofilamenti a catena leggera sono risultati statisticamente correlati alla gravità delle condizioni generali (maggiori nei pazienti ricoverati in terapia intensiva), mentre non sono risultati strettamente associati alla presenza di sintomi neurologici non-specifici, come i disturbi dell’olfatto o del gusto. Infine, un aumento dei livelli sierici di neurofilamenti a catena leggera è stato riscontrato in numerosi pazienti anche in assenza di manifestazioni neurologiche aspecifiche, a conferma di un frequente interessamento anche subclinico del sistema nervoso”



La fotografia “che cura”. Al via la fase 2 del progetto “EmozZOOM: metti a fuoco le emozioni”



“EmozZOOM: Metti a fuoco le emozioni”. Si chiama così il progetto di fotografia a scopo espressivo e terapeutico destinato a tutti i pazienti in cura presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e ai loro familiari. Il progetto nato in piena emergenza sanitaria da Covid-19 ha preso avvio lo scorso aprile per iniziativa dall’UOS di Psicologia Clinica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, coordinato dalle dottoresse Simonetta Ferretti e Daniela Chieffo e ideato dalle dottoresse Letizia Lafuenti e Stefania Carnevale, psicoterapeute della stessa UOS di Psicologia Clinica.

L’iniziativa si inserisce all’interno del più ampio progetto #Nonseisolo, messo a punto dall’UOS di Psicologia Clinica e dall’UOC di Psichiatria del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS (professor Gabriele Sani) dedicate a pazienti e operatori sanitari per fronteggiare l’emergenza nuovo Coronavirus. “EmozZOOM: Metti a fuoco le emozioni” ha un testimonial d’eccezione: l’attore e regista Carlo Verdone che con grande generosità ha aderito all’iniziativa, sposando l’idea di un progetto che intende scavare e riappropriarsi delle emozioni umane. La scelta del testimonial non è casuale dato che Verdone nella sua vita artistica e in quella privata ha sempre mostrato particolare attenzione alle emozioni umane, nonché nella sua filmografia si è sempre distinto per la spiccata capacità di trasformare i piccoli-grandi drammi quotidiani in riflessioni più leggere che possono strappare un sorriso.   

“Obiettivo del progetto, oltre naturalmente a garantire una continuità nell’assistenza psicologica ai pazienti della Fondazione – spiegano le dottoresse Ferretti e Chieffo – è stato quello di offrire, nel periodo dell’emergenza sanitaria, uno spazio ‘neutro, che fungesse da contenitore di storie di vita, di emozioni, di difficoltà ma anche di sogni nati e coltivati nelle proprie case”. Per questo è stata realizzata una piattaforma on line, il sito www.nonseisolo.eu, come contenitore virtuale e spazio mentale, che ha dato la possibilità di creare uno sguardo condiviso di narrazione, utilizzando la fotografia come un ponte tra inconscio e pensiero, tra individualità e socialità, come collante di un gruppo che si è riconosciuto in una progettualità partecipata e in emozioni condivise”. “EmozZOOM – spiegano le ideatrici Lafuenti e Carnevale – ha ottenuto un grande riscontro, non solo tra i pazienti e i familiari del Gemelli, ma anche tra operatori sanitari (provenienti da tutto il territorio italiano), e tante altre persone incuriosite dall’iniziativa che hanno inviato le loro ‘emozioni’ racchiuse in uno scatto fotografico da diverse parti del mondo: Europa ma anche Stati Uniti e Cina”.

Con gli scatti più significativi per la loro potenza espressiva, l’Agenzia di comunicazione Saatchi & Saatchi ha realizzato una campagna sociale no profit che a breve sarà on-air su diversi mezzi. Il progetto, la cui prima fase si è conclusa il 10 maggio scorso, è entrato ora in un nuova fase: il sito www.nonseisolo.eu sta continuando a svolgere funzione di “contenitore” di emozioni legate, stavolta, alla seconda fase dell’iniziativa: “EmozZOOM: metti a fuoco le emozioni” si è trasformato dunque in “EmozZOOM: Emozioni in trasformazione” per tenere traccia, con le nuove immagini inviate e condivise, del cambiamento emotivo legato al graduale recupero della propria progettualità di vita.

Contemporaneamente, l’UOS di Psicologia Clinica del Gemelli sta progettando un lavoro più propriamente clinico e formativo con pazienti, operatori e colleghi. Questa seconda fase, coinvolgerà in modo più diretto anche la Scuola CINE-TV Rossellini di Roma, in cui è docente il fotografo partner dell’iniziativa Fabio Massimo Aceto, attraverso la definizione di un percorso di formazione rivolto ai giovani studenti della scuola relativo all’utilizzo della fotografia a scopo clinico e terapeutico e volta a far loro comprendere gli obiettivi generali del progetto, il contesto in cui è stato ideato, la tipologia di persone cui è indirizzato, il valore psicosociale della fotografia. Gli studenti della scuola saranno anche coinvolti nella realizzazione di un docufilm che racconterà il progetto “EmozZOOM” attraverso immagini e testimonianze audio-video di chi ha partecipato e sostenuto l’iniziativa.

La parte clinica con i pazienti verterà invece sulla programmazione di gruppi espressivo-terapeutici (on-line o in presenza) finalizzati al lavoro con il materiale fotografico raccolto, che saranno condotti dalle dottoresse Stefania Carnevale e Letizia Lafuenti. Il fotografo Aceto e il team creativo dell’Agenzia Saatchi & Saatchi, composto da Manuel Musilli (Direttore Creativo), Ignazio Morello (Direttore Creativo Associato) e Leonardo Cotti (Direttore Creativo Associato), continueranno a sostenere il progetto attraverso la loro collaborazione a titolo gratuito.