Category Archive SALUTE E BENESSERE

Cancro della prostata, sul web una sitcom per abbattere i tabù


AFFRONTARE un tema importante con il sorriso sulle labbra. Usando un mezzo, come il web, che è uno degli strumenti principali con cui i cittadini cercando informazioni sulla salute. “L’uomo tende a chiudersi quando si tratta di malattia, non solo a casa ma anche con gli amici. Vogliamo scardinare i tabù e sensibilizzare non solo gli over 50 ma anche i giovani adulti a prendersi cura di sé”, spiega Pietro Presti, vice presidente di Europa Uomo che, insieme a Fondazione Onda, promuove la campagna “Qui Pro Quo. Salute della prostata: stop agli equivoci, sì alla prevenzione”, realizzata con il contributo incondizionato di Astellas, che ha come fulcro una web sitcom interpretata da Francesco Paoloantoni ed Emanuela Rossi. Il tumore della prostata è il più diffuso fra la popolazione maschile con 37mila nuove diagnosi registrate nel 2019 e circa 470mila italiani che convivono a oggi con la malattia. Si calcola che ogni italiano con più di 65 anni abbia circa il 3% di probabilità di morire proprio per questa malattia.

I tabù

I problemi urologici e sessuali sono spesso fonte di grande imbarazzo per gli uomini, spaventati dall’idea di controlli periodici. “Parlare di temi così delicati non è semplice, ma indispensabile, e la campagna QUI PRO QUO, con la sit com diffusa sui canali social, è uno dei modi più attuali ed efficaci per informare gli uomini sulla prevenzione del tumore prostatico e stimolarli a sottoporsi a periodici controlli – dichiara Maria Laura De Cristofaro, Presidente Europa Uomo Italia Onlus – In questa campagna, uomini e donne si sono alleati perché la donna è portatrice di cultura della buona salute e del prendersi cura del proprio corpo, dentro e fuori le mura domestiche e trasmette queste conoscenze ai figli, femmine e maschi”.

L’importanza della prevenzione

Anticipare il percorso diagnostico aiuta a curare il tumore in maniera efficace. “Si tratta di un tumore a lenta crescita nella maggior parte dei casi, con una sintomatologia spesso assente nelle fasi iniziali, il cui principale fattore di rischio è la familiarità per tumore prostatico – dice Pietro Acquati, Dirigente Medico Urologo IRCCS San Donato di San Donato Milanese e Membro dell’Ufficio Ricerca della SIU – La prevenzione prevede il semplice dosaggio del marcatore PSA e la visita urologica ogni due anni dopo i 50 anni di età”. La prevenzione è fondamentale per intercettare il tumore della prostata in fase iniziale: difficoltà a urinare, in particolare a iniziare la minzione, stimolo frequente a urinare specie di notte, difficoltà a mantenere un flusso costante (getto debole o intermittente), sensazione di non riuscire a svuotare del tutto la vescica, dolore quando si urina o durante l’eiaculazione, sangue nelle urine o nello sperma sono campanelli d’allarme che possono essere intercettati meglio grazie al supporto della partner. “La donna è abituata a parlare in modo aperto e libero di problemi riguardanti la salute dell’apparato uro-genitale e con altrettanta libertà e delicatezza può avvicinare il compagno a queste tematiche suggerendogli ad esempio di confidare i propri timori e di recarsi insieme dal medico per un controllo alla prostata, magari facendo leva sul desiderio di invecchiare insieme e in salute e di rimanere anche sessualmente attivi”, afferma Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione ONDA.

Sorveglianza e trattamento

Spesso può essere scelta la strategia della sorveglianza attiva, cioè uno stretto monitoraggio del PSA, con la ripetizione periodica di biopsie prostatiche e visite cliniche così da rilevare tempestivamente l’eventuale progressione della malattia e procedere eventualmente al trattamento locale con intento ‘radicale’. “In fase avanzata di malattia invece, si può ricorrere all’ormonoterapia, associata o meno alla chemioterapia e, in caso di metastasi ossee, a farmaci che inibiscano il riassorbimento osseo e il danno scheletrico (che provoca spesso dolore e/o fratture) oppure alla radioterapia o alla terapia radio-metabolica”, spiega Stefania Gori, Presidente Fondazione AIOM e Direttore di Oncologia Medica Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria, Negrar, Verona. Tra le diverse opzioni terapeutiche oggi disponibili, la radioterapia ha assunto negli ultimi anni un ruolo sempre più importante. “La radioterapia riveste una funzione preponderante come alternativa alla chirurgia, con intento curativo nella malattia localizzata o poco estesa, sia associata alla chirurgia dopo l’intervento, quando si riscontra un residuo di malattia, sia in caso di recidiva, come trattamento di salvataggio con finalità di nuova guarigione – sottolinea Dario Zerini, Dirigente Medico Divisione di Radioterapia, Istituto Europeo Oncologico (IEO) e Consigliere uscente del Gruppo di Studio AIRO Uro-Oncologico – Ma la radioterapia oggi trova spazio anche in fase molto estesa di malattia, come trattamento di palliazione, in particolare per il dolore da compromissione ossea e per migliorare la qualità di vita dei pazienti”.

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Carlo Verdelli
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La dieta mediterranea ci aiuta a mangiare sano e sprecare meno


La maggior parte delle famiglie – nonostante le buone intenzioni – spreca ogni giorno tanto cibo. Il tema torna alla ribalta oggi che si celebra la Giornata mondiale della nutrizione che precede la Giornata nazionale della dieta mediterranea. A fotografare il fenomeno facendo anche una sorta di identikit degli “spreconi” è un’indagine condotta dall’Osservatorio sulle eccedenze, recuperi e sprechi alimentari del CREA presentata oggi in occasione della II edizione della giornata della nutrizione, Nutrinformarsi: lo spreco nel piatto.
 

I giovani sprecano di più

L’ indagine ha raccolto dati provenienti da diversi paesi europei (Olanda, Spagna, Germania e Ungheria) coinvolgendo 1.142 famiglie rappresentative della popolazione italiana. Il 77% delle famiglie ha gettato via del cibo nella settimana precedente all’indagine, percentuale che si riduce con l’aumentare dell’età del responsabile acquisti, con il diminuire del reddito e in famiglie che vivono al sud e isole. Lo spreco maggiore si è riscontrato nelle famiglie monocomponenti e nei segmenti di età più giovane. I prodotti alimentari più sprecati sono verdura, frutta fresca e pane, seguiti da pasta, patate, uova, budini, derivati del latte (yogurt, formaggi), per un totale in media di 370 g/settimana/famiglia. Il dato italiano sullo spreco alimentare è allineato con quello olandese (365 g/settimana) e molto inferiore a quello spagnolo (534 g/settimana), tedesco (534 g/settimana) e ungherese (464 g/settimana).

La scheda – Le strategie per evitare lo spreco

Quant’è sana e sostenibile la dieta mediterranea
E in vista della Giornata nazionale della Dieta mediterranea, anche l’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market / SWG ha diffuso dei dati su come questo regime alimentare, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità nel 2010, possa contribuire a ridurre gli sprechi. Dall’indagine emerge che 1 italiano su 3 (33%) dichiara di praticarla nel quotidiano e 1 italiano su 2 (52%) almeno “parzialmente”, per un totale di 85% di cittadini che hanno presente il significato del “mangiare mediterraneo” e improntano, del tutto in parte, la loro alimentazione ai parametri di questa dieta. “Aspetto decisamente rilevante per il monitoraggio sull’evoluzione delle abitudini alimentari degli italiani – commenta l’agroeconomista Andrea Segre?, fondatore di Last Minute Market e della campagna Spreco Zero – e? quello legato alle scelte nutrizionali: i dati Waste Watcher evidenziano che 1 italiano su 3 (29%) ha ridotto il consumo di carne, mentre il 39% dei cittadini ha aumentato il consumo di verdura e legumi o abbracciato le regole del regime nutrizionale mediterraneo”.

La Dieta Mediterranea si dimostra anche un prezioso alleato nella prevenzione/riduzione dello spreco alimentare secondo il 64% degli italiani. Secondo il 26% aiuta a ridurre del tutto gli sprechi e per il 38% parzialmente. “Del resto – conclude Segre? – i nostri studi dimostrano che il modello agro-nutrizionale mediterraneo ha un impatto ambientale assai ridotto: il consumo di acqua e? pari a 1.700 metri cubi procapite rispetto ai 2.700 del modello anglosassone, il che dimostra la sostenibilita? della Dieta Mediterranea, sia dal punto vista della produzione che del consumo”.
 

Dalla Cina (e non solo) a scuola di Dieta Mediterranea

 
La nostra dieta mediterranea fa proseliti anche all’estero e persino in paesi molto distanti dalla nostra tradizione alimentare. Infatti, di recente un gruppo selezionato di giovani ricercatori e operatori di area nutrizionale provenienti da Cina, Spagna, Olanda e Italia si è recato in Cilento, nei luoghi dove il fisiologo nutrizionista americano Ancel Keys ha studiato e “scoperto” la Dieta Mediterranea, per acquisire le conoscenze indispensabili sul modello di alimentazione globale più salutare, sicuro e sostenibile al mondo. L’occasione è arrivata dal 2° Ancel Keys International Seminar on Mediterranean Diet and Sustainable Dietary Models, promosso dalla Società Italiana di Nutrizione Umana in sinergia con l’Università di Napoli Federico II, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II e l’Istituto di Scienza dell’Alimentazione del CNR di Avellino.  
 
“Purtroppo – sottolinea Pasquale Strazzullo, docente dell’Università Federico II di Napoli e Presidente della Società Italiana di Nutrizione Umana – a dispetto dei vantaggi ampiamente riconosciuti per la salute umana e per l’ambiente, le abitudini alimentari delle popolazioni mediterranee si sono gradualmente modificate negli ultimi cinquant’anni, allontanandosi in misura preoccupante dal modello tradizionale, a causa del crescente consumo di prodotti animali e della riduzione dell’uso di prodotti vegetali, con conseguente maggiore assunzione di grassi saturi e proteine animali in sostituzione di proteine vegetali e grassi, cereali integrali e fibre alimentari”.
 
 

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Carlo Verdelli
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Spreco alimentare, strategie per combatterlo


Una buona pianificazione della spesa, accortezze nella preparazione degli alimenti e una buona conservazione

Acquisti, che passione!
Ma bisogna resistere alle tentazioni: dalle offerte alle maxi confezioni agli acquisti superflui, lo spreco puo? essere sempre in agguato

Stai fresco!
In casa vengono sprecati soprattutto prodotti freschi, pane, frutta e verdura, pensiamoci quando li acquistiamo

Occhio all’etichetta
Leggila sempre bene, con particolare attenzione alle indicazioni sulla durata dei prodotti

Scadenza: istruzioni per l’uso
“Da consumarsi entro” e? il limite oltre il quale il prodotto non va consumato (di solito usata per pochi prodotti altamente deperibili come il latte fresco). “Da consumarsi preferibilmen- te entro” indica che, oltre la data riportata, il prodotto puo? essere ancora consumato, pos- sibilmente in tempi brevi, senza rischi per la salute.

Quanto basta
Attenzione alle dosi quando cucini, la sovrabbondanza di cibo poi non consumato porta allo spreco

Il gusto degli avanzi
Mangia il giorno dopo quello che e? avanzato o utilizzalo in nuove ricette. Cosi? non sprechi e dai piu? valore al tuo cibo e al tuo denaro.

E’ qui la festa?
In occasione di feste e ricevimenti gratifica i tuoi ospiti con un dono gastronomico «avanzato»

W la doggybag!
Anche in Italia, ormai, e? sempre piu? diffusa al ristorante la doggybag, la scatola che permet- te di portare a casa gli avanzi dei pasti, chiedila

Dai il tuo contributo
Informati sui programmi anti spreco della tua citta?, cosi? potrai donare il tuo surplus alimen- tare a chi ne ha bisogno

LEGGI – La dieta mediterranea combatte lo spreco alimentare


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In Italia 32.000 neonati prematuri l’anno, aumenta la sopravvivenza


OGNI anno in Italia una cittadina di medie dimensioni nasce prima di quanto dovrebbe: il 7% delle nascite, cioè circa 32 mila bambini, nasce prima della trentasettesima settimana di gestazione. La giornata mondiale della prematurità, che si celebra il 17 novembre, è un’occasione per accendere i riflettori su quella che gli esperti considerano una vera e propria malattia. Non solo dal punto di vista clinico ma anche sociale: questi bambini contribuiscono a più del 50 per cento della mortalità neonatale e a circa il 40 per cento di quella infantile. Fin dalla venuta al mondo, il loro percorso sarà complesso: immaturi in diversi organi e apparati, questi neonati non sono autonomi e dipendono dalle cure – più o meno intensive – per sopravvivere, completare lo sviluppo e rimediare, quando possibile, agli eventuali strascichi provocati da questa partenza anticipata.

Ogni bimbo che ce la fa è un singolo successo

“Non si devono creare allarmismi ma nemmeno edulcorare la realtà: ogni prematuro che sopravvive è un successo. Perché per quanto possano essere piccoli sono dei lottatori straordinari” spiega Fabio Mosca, presidente della Società Italiana di Senologia e direttore dell’unità operativa di neonatologia e terapia intensiva neonatale del Policlinico di Milano. La sopravvivenza e la qualità della vita futura del bambino variano molto in base alle settimane di gestazione e al peso alla nascita. Tra i prematuri, i più a rischio sono i 4.400 ogni anno – circa l’1 per cento del totale – il cui peso è inferiore al chilo e mezzo. Il loro tasso di mortalità in Italia è tra i più bassi al mondo: 13,8 per cento contro il 15 per cento della media del pianeta. Tuttavia, gran parte delle probabilità di successo dipendono dalla struttura dove avviene il parto. “Le prime ore sono cruciali. Questi bambini devono nascere in ospedali dotati di terapie intensive neonatali (TIN) che, nella maggioranza dei casi, possiedono anche un reparto di medicina materno-fetale” riprende il neonatologo.

La tecnica del marsupio

Dei 418 punti nascita presenti in Italia, 124 possiedono la terapia intensiva neonatale. I rimanenti ospedali formano una rete di assistenza alla nascita attrezzata per il trasporto neonatale che copre quasi per intero il territorio nazionale grazie a 53 centri di trasporto. Nel 2018 sono stati trasportati appena 305 bambini nati prima delle 30 settimane. Il che, paradossalmente, dimostra che la rete funziona bene. “Diabete, gestosi, precedenti parti pretermine: le gravidanze a rischio sono in larga parte prevedibili e in genere le madri sono indirizzate fin da subito verso centri specializzati” sostiene Mosca. Attrezzature moderne e personale specializzato garantiscono un’assistenza adeguata, in linea con gli standard di qualità europei. Questi centri consentono l’accesso e il coinvolgimento diretto dei genitori 24 ore su 24 per incoraggiare, non appena le condizioni siano stabili, la cosiddetta kangaroo care che prevede il contatto pelle a pelle tra madre e piccolo.

Sebbene i tumultuosi progressi della medicina abbiano migliorato sopravvivenza e prognosi a breve termine, alcuni dei neonati prematuri rischiano infatti di andare incontro a problemi nel corso della crescita. “I bambini pretermine, e in particolare quelli più gravi, dovrebbero essere tenuti sotto osservazione costante fino all’età scolare poiché sono a elevato rischio di sviluppare disturbi neurosensoriali, cognitivi o respiratori” conferma il neonatologo. Per questo motivo, la maggioranza dei centri di riferimento di terapie intensive neonatali oggi prevede dei protocolli di follow-up multidisciplinare nei quali il bambino è seguito individualmente non solo dal pediatra ma anche da neuropsichiatri, pneumologi, otorini e nutrizionisti per garantire il miglior sviluppo possibile e intervenire precocemente nel caso in cui emergano disturbi. Ma anche di uno psicologo che sostenga i genitori ad affrontare una situazione così diversa dalle aspettative.

Il nodo dei servizi

Sfortunatamente, l’erogazione di questi servizi non è riconosciuta ufficialmente né tantomeno codificata dal Sistema Sanitario ma è lasciata all’intraprendenza del singolo centro. Risultando pertanto estremamente eterogenea sul territorio nazionale. Un’indagine apposita, presentata martedì presso l’Istituto Superiore di Sanità, ha restituito per la prima volta un’immagine di insieme. La maggior parte delle terapie intensive neonatali segue ogni anno più di 50 bambini ad alto grado di complessità. “Il follow-up dei prematuri risulta essere garantito nella maggior parte dei centri fino ai 2-3 anni di vita. Purtroppo, solamente il 22% delle TIN riesce a prolungarlo fino all’ingresso del bambino a scuola” riassume il neonatologo, sottolineando che “se si vogliono mantenere standard elevati di qualità, sono necessarie più risorse, sia umane che tecnologiche. Nonché un maggiore supporto alle famiglie da parte delle istituzioni nazionali e locali”.
 

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Antibioticoresistenza, Italia ancora maglia nera per le infezioni


Ogni anno 700mila persone muoiono per infezioni resistenti agli antibiotici e l’Italia continua a essere maglia nera in Europa. Nel 2018 le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species) risultano essere più alte rispetto alla media europea, pur nell’ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti.

Gli oltre 2.000 casi diagnosticati nel 2018 – anche questo un dato costante – di infezioni nel sangue causate da enterobatteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro) evidenziano la larga diffusione nel nostro Paese di tali batteriemie. Sono questi i dati aggiornati, pubblicati in vista dell’imminente European Antibiotic Awareness Day (18 novembre) e della World Antibiotic Awareness Week (18-24 novembre), della Sorveglianza Nazionale dell’antibiotico-resistenza (AR-ISS) e della Sorveglianza delle CPE, coordinate entrambe dall’Istituto Superiore di Sanità. “Il futuro degli antibiotici”, ovvero la loro capacità di continuare a essere efficaci, “dipende da ognuno di noi”, è il claim della Settimana mondiale della consapevolezza degli antibiotici per ricordare che molto dipende dalle nostre abitudini e politiche sanitarie.

“Purtroppo, il nostro Paese detiene il triste primato, nel contesto europeo, della mortalità per antibioticoresistenza – dichiara Annalisa Pantosti, Responsabile della Sorveglianza AR-ISS – Infatti, dei 33.000 decessi che avvengono in Europa ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10.000 succedono in Italia”.

“Gli ultimi dati disponibili – continua l’esperta – mostrano che i livelli di antibioticoresistenza e di multi-resistenza delle specie batteriche sotto sorveglianza sono ancora molto alti, nonostante gli sforzi notevoli messi in campo finora, come la promozione di un uso appropriato degli antibiotici e di interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria. In questo contesto, il “Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020″, rappresenta un’occasione per migliorare e rendere più incisive le attività di contrasto del fenomeno a livello nazionale, regionale e locale”.

Dalla loro scoperta, gli antibiotici sono stati “la pietra angolare della medicina moderna”, ricorda l’Oms. Tuttavia, il loro persistente uso eccessivo e abuso nella salute umana e animale hanno incoraggiato l’emergere di batteri resistenti ai farmaci usati per trattarli. Obiettivo dell’iniziativa, attraverso messaggi semplici diffusi online e sui social media, è quello di incoraggiare le migliori pratiche per evitare l’ulteriore diffusione di superbatteri.

Tra i consigli pratici, che ognuno può mettere in atto, quello di assumere gli antibiotici secondo prescrizione medica e non di propria iniziativa, rispettando gli orari previsti e non interrompendo il trattamento prima del termine. Ma ci sono anche altre azioni da non sottovalutare come l’igiene delle mani, il sesso sicuro e le vaccinazioni: tre buone pratiche che, precisa l’Oms, “riducono la circolazione di infezioni e meno infezioni significa anche meno antibiotici e meno rischio di sviluppare resistenza”.


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Aids, 15mila pazienti non sanno di avere il virus dell’Hiv


SONO circa 15mila le persone che non sanno di essere infette perché non si sottopongono al test per l’Hiv. Negli ultimi 7 anni in Italia il numero di nuove diagnosi è stato stabile con circa 3500 nuovi casi ogni anno causati soprattutto da infezioni a trasmissione sessuale, sia da rapporti eterosessuali che omosessuali. Più del 50% delle nuove diagnosi, però, avviene in condizioni avanzate di malattia. Inevitabile conseguenza del calo di attenzione su questa malattia di cui i millennialls sanno poco o nulla. Il tema è stato al centro di un incontro dal titolo “Hiv – Presente e futuro del paziente cronico” Approccio, Progresso, Prevenzione” promosso dalla Società di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) e svoltosi oggi presso il Ministero della salute.

L’importanza della diagnosi precoce

Da troppo tempo le campagne di informazione non hanno più coinvolto la popolazione, specie giovani e giovanissimi, sui rischi di un’infezione che si mostra comunque sempre minacciosa. E’ probabilmente questo il motivo per cui sono tanti i casi ‘sommersi’. Con l’avvicinarsi della Giornata mondiale dell’Aids che si celebra il 1° dicembre, l’attenzione torna alta con l’obiettivo di promuovere il test per l’Hiv tra i soggetti più a rischio. “Ai fini della prevenzione – sottolinea Massimo Galli, presidente della Simit – va tenuto conto che i giovani, anche quelli che appartengono alle cosiddette popolazioni chiave,  nei quali il rischio di infettarsi è maggiore, come i giovani maschi che fanno sesso con maschi (MSM), hanno poca o nessuna esperienza di malattia, non hanno visto in presa diretta la malattia negli anni bui, funestati da migliaia di decessi e hanno una percezione molto bassa della gravità potenziale dell’Hiv”.

Test a 13 anni e distribuzione di profilattici nelle scuole

Di fronte alla richiesta che arriva dai medici e dalle associazioni di pazienti di far salire nuovamente l’attenzione sull’Aids, il Ministero risponde annunciando una serie di iniziative: “E’ vero che la malattia è abbastanza stabile con 120mila pazienti cronicizzati, circa 3.500 nuove diagnosi ogni anno – afferma Pierpaolo Sileri, vice-ministro della Salute – ma resta il problema dei casi sommersi. E’ necessario tornare a fare delle campagne di sensibilizzazione per evitare un aumento dei casi e lo faremo utilizzando anche i social tra cui Instagram che abbiamo attivato da poco”. Il Ministero ha messo in campo varie azioni correttive inserite nel piano nazionale come, per esempio, rendere uniformi le schede di segnalazione delle nuove infezioni per avere un’unica centrale di controllo. Altro obiettivo su cui si sta lavorando è quello di creare un Pdta comune in modo che i pazienti di tutte le regioni possano avere lo stesso percorso di cura. “Dobbiamo lavorare – prosegue Sileri – in accordo con il Miur per fare informazione nelle scuole e favorire la distribuzione di profilattici e brochure informative nelle scuole e nelle università. Infine, stiamo elaborando una bozza di decreto per consentire l’accesso al test per l’Hiv anche ai ragazzi dai 13 anni in poi senza dover chiedere consenso ai genitori in modo da responsabilizzare i ragazzi e fargli superare il timore di essere giudicati”.

Verso il vaccino preventivo

Nonostante gli enormi progressi compiuti, il virus dell’Hiv non è stato ancora sconfitto. Per questo la ricerca si sta concentrando sullo sviluppo di vaccino preventivo anti Hiv che potrebbe contribuire a porre fine all’epidemia entro il 2030, come auspicato dalle Nazioni Unite tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile adottati all’unanimità dagli Stati Membri nel 2015. “Subito dopo la scoperta del virus più di trent’anni fa – spiega Adriano Lazzarin, primario della Clinica infettiva dell’Ospedale San Raffaele di Milano – i principali centri di ricerca internazionali hanno dedicato notevoli risorse allo sviluppo di un vaccino preventivo contro il virus Hiv: le difficoltà di trovare un vaccino in grado di indurre una risposta immunitaria efficace contro un virus con una eccezionale mutagenesi ed una altrettanto evidente capacità di eludere i meccanismi di controllo immunologico da parte dell’ospite hanno rallentato moltissimo la concretizzazione di trial vaccinali nelle popolazioni a rischio”.

I fallimenti dei primi vaccini

Infatti, soltanto nel 2009 sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine i risultati della vaccinazione con ALVAC ed AIDSVAX per prevenire l’infezione da Hiv in Thailandia che purtroppo hanno dimostrato come l’efficacia del vaccino fosse risultata del 31.2%, lontana dal limite del 60% che avrebbe reso convincente un piano vaccinale. Un aggiustamento del candidato ad un successivo piano vaccinale in Sud Africa ha poi fornito nello studio di fase ½ risultati più convincenti e ha dato qualche informazione in più sui correlati immunologici di una risposta immune efficace”.

Al via studio internazionale in 55 centri

Ora è allo studio un regime vaccinale “a mosaico” sviluppato per la prevenzione dell’infezione da un’ampia varietà di ceppi virali, responsabili della malattia. Finora questo vaccino sperimentale ha raccolto i risultati degli studi di fase 1/2a in termini di sicurezza ed immunogenicità e si appresta ad esser sperimentato all’interno di una popolazione più ampia con uno studio americano ed europeo che coinvolge anche l’Italia. Lo studio Mosaico prevede l’arruolamento di 3.800 persone, in circa 55 centri in otto Paesi distribuiti in tre continenti. L’inizio dello studio è previsto negli Stati Uniti in queste settimane e, previa approvazione dalle autorità competenti locali, potrà avere luogo anche in Argentina, Brasile, Italia, Messico, Perù, Polonia, Spagna.

Lo studio è condotto da Janssen in partnership, a livello globale, con il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), l’HIV Vaccine Trials Network (HVTN) all’interno del Fred Hutchinson Cancer Research Center e la U.S. Army Medical Research and Development Command (USAMRDC). L’obiettivo è quello di studiare un regime vaccinale che preveda quattro somministrazioni nell’arco temporale di un anno. “La prova della sua efficacia – conclude Lazzarin –  potremo averla solo a studio concluso. La complessità e variabilità dei processi di risposta immune innescati da Hiv (linfociti B, linfociti T , cellule accessorie) nel singolo individuo lasciano purtroppo  margini di imprevedibilità, e questo trial sarà una buona opportunità per conoscerli meglio”.


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Carlo Verdelli
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Vietavano di prescrivere il farmaco più economico, dirigenti Aifa indagati per danno all’erario


ROMA. Dirigenti e componenti pro tempore della Commissione consultiva tecnico scientifica dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, sono accusati di aver provocato un danno all’erario do 200 milioni per avere imposto limitazioni alla prescrivibilità di un farmaco più economico per curare alcune malattie oculari, costringendo il Servizio sanitario nazionale a sostenere costi maggiori. Il tutto nell’interesse di due multinazionali farmaceutiche, Roche e Novartis. La Guardia di Finanza ha notificato ai soggetti coinvolti un invito a dedurre per l’indagine della Corte dei Conti del Lazio.

Gli accertamenti svolti dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Roma, coordinati dal procuratore regionale della Corte dei Conti Andrea Lupi e dal vice procuratore Massimo Perin, avrebbero consentito di accertare che i farmaci ‘Avastin’ e ‘Lucentis’ avevano la stessa equivalenza terapeutica, come dimostrato da una serie di studi comparativi. Ma nonostante questo, il primo non è stato inserito tra i prodotti rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale fino al 2014 e  sono state imposte una serie di “ingiustificate limitazioni” al suo utilizzo almeno fino al 2017, causando un aggravio di spesa per lo Stato.

Al totale di 200 milioni, dice la Gdf, si è arrivati calcolando la differenza di prezzo tra i farmaci – tra i 600 e i 730 euro per singola dose – in relazione al numero di trattamenti che sono stati effettuati con il Lucentis anziché con l’Avastin. I dirigenti dell’Aifa e i componenti della Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia hanno ora 60 giorni di tempo per fornire la loro versione alla Corte dei Conti.

Sulla vendita dei due farmaci si è pronunciata in passato anche l’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato: nel 2014 infatti l’Autority ha multato le due case farmaceutiche produttrici – Roche e Novartis – con una sanzione di oltre 180 milioni per aver creato una sorta di ‘cartello’, decidendo una differenziazione dei prodotti che in realtà era artificiosa. “I due gruppi si sono accordati illecitamente per ostacolare la diffusione dell’uso di un farmaco molto economico, Avastin, nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio di un prodotto molto più costoso, Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti. Oltre che per curare alcune malattie oculari, i farmaci in questione sono impiegati per il trattamento di varie forme tumorali, tra cui quelli del colon-retto, del polmone e del rene.

Per il Sistema Sanitario Nazionale l’intesa ha comportato un esborso aggiuntivo stimato in oltre 45 milioni di euro nel solo 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l’anno” scriveva l’Autority nel 2014 aggiungendo: “Le condotte delle imprese trovano la loro spiegazione economica nei rapporti tra i gruppi Roche e Novartis: Roche, infatti, ha interesse ad aumentare le vendite di Lucentis perché attraverso la sua controllata Genentech – che ha sviluppato entrambi i farmaci – ottiene su di esse rilevanti royalties da Novartis.

Quest’ultima, dal canto suo, oltre a guadagnare dall’incremento delle vendite di Lucentis, detiene una rilevante partecipazione in Roche, superiore al 30%”. La sanzione dell’Antitrust è stata di recente confermata da una sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso delle due aziende farmaceutiche condannandole anche al pagamento delle spese.


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L’Oms approva il primo vaccino mondiale contro il virus Ebola


ADDIS ABEBA – Un sì che potrebbe rappresentare una svolta. L’Organizzazione mondiale della sanità ha approvato il primo vaccino mondiale contro il virus Ebola. Il farmaco, chiamato Ervebo e prodotto dalla casa farmaceutica Merck, è stato utilizzato in una fase sperimentale nella Repubblica Democratica del Congo. Ma ora secondo l’Oms ci sono prove sufficienti che il vaccino funzioni. Ciò significa che il mondo ha adesso il primo farmaco in assoluto per prevenire l’Ebola.

Una pre-qualificazione dell’Oms viene concessa solo dopo che un farmaco ha superato importanti test di sicurezza ed efficacia. Ma il vaccino è già in uso dallo scorso anno per contenere due focolai nella Repubblica Democratica del Congo. Il governo ha invocato “protocolli compassionevoli” per consentirne l’uso mentre la ricerca era ancora in corso. Le prove raccolte durante quel periodo hanno convinto i regolatori che era sicuro ed efficace contro l’Ebola. Il vaccino sarà disponibile sul mercato a partire dalla metà del prossimo anno.


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Dal laboratorio ai pazienti. E viceversa


La prima volta che Sara Gandolfi è partita per gli Usa era il 2015:  l’idea era quella di rimanere negli Stati Uniti giusto il tempo di finire la tesi di specializzazione sul mieloma multiplo. Ma le cose sono andate diversamente. Il soggiorno a Boston, al Dana Farber Cancer Institute, da temporaneo è diventato, almeno per ora, permanente; e la sua ricerca da opportunità si è trasformata in un lavoro. L’amore per l’ematologia era nato a Milano, quando studiava all’Humanitas, ma è negli Usa che si è potuto esprimere al meglio: lì Gandolfi ha potuto costruirsi un suo spazio nell’ambito del laboratorio dove studiava, a metà fra la ricerca di base e quella clinica, diretta sui pazienti. “Ma otto mesi non sono abbastanza per costruire qualcosa così, una volta tornata in Italia, ho espresso il desiderio di continuare a lavorare a Boston. Grazie a una borsa di studio dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc) prima e della Fondazione Veronesi poi sono potuta ritornare a finire quello che avevo iniziato”, racconta Gandolfi.

Oggi, a 33 anni, la giovane italiana è stata assunta al Dana Farber, uno dei centri di ricerca sul cancro più famosi al mondo, e qui continua a studiare i meccanismi con cui il mieloma multiplo diventa resistente alle terapie e in particolare a quelle che usano le cellule natural killer (NK), un tipo specifico di cellule del sistema immunitario. “Una delle idee più promettenti degli ultimi anni è quella di trattare i pazienti cercando di “risvegliare” il loro sistema immunitario con specifici farmaci, oppure di utilizzare popolazioni di cellule immunitarie del paziente o di donatori, modificate in laboratorio per poter essere più potenti e mirate”, spiega Gandolfi. “Quando si sviluppa il mieloma multiplo, le cellule NK smettono di svolgere il loro compito. Una delle vie su cui si sta lavorando è quindi quella di renderle più potenti così che riescano ad attaccare le cellule malate”. Prima ancora di sviluppare una terapia così complessa bisogna capire però quali potrebbero essere i modi con cui la malattia aggira l’azione delle NK.

Ed è proprio quello che vuole fare Gandolfi che per il suo progetto di ricerca lo scorso giugno ha conquistato uno dei premi più ambiti per i giovani oncologi di tutto il mondo: lo Young Investigator Award della Conquer Cancer Foundation, la fondazione dell’associazione americana di oncologia clinica. Un assegno da 50mila dollari che dovrà sostenere la sua idea di poter un giorno sviluppare delle terapie più mirate contro questa malattia. E di diventare un medico traslazionale, parola difficile che descrive un professionista che si divide fra il laboratorio e il letto dei pazienti, che guarda ai malati – perché è lì che nascono le domande – e poi va in laboratorio a cercare le risposte per poi tornare in corsia e trasferire le conoscenze che ha acquisito con test ed esperimenti. “Un modo di lavorare che apporta uno stimolo continuo, aiuta a generare domande rilevanti per la cura sempre più – per quanto possibile – personalizzata e che fa risparmiare del tempo, avvicinando quindi il momento in cui la terapia possa essere fruibile”, conclude Gandolfi. “Un modo di lavorare che negli Usa è sempre più diffuso e che mi piace molto. Qui ho trovato molte più opportunità: per condurre questo tipo di studi sono necessari finanziamenti importanti per dotarsi di strumentazioni sofisticate. Mi piacerebbe tornare in Italia ma mi piacerebbero ci fossero migliori condizioni lavorative per i ricercatori, in modo tale che sia possibile realizzare progetti ambiziosi, il cui fine ultimo – dobbiamo ricordare – è la cura dei malati”. 

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Doctor House: lo strano caso dei colpi di tosse violenti e ravvicinati


Pensavo di essere riuscita a proteggerla e invece temo che anche Martina si sia ammalata: è così che la mamma di Martina si rivolge al suo pediatra. Alla sua terza esperienza di mamma, la famiglia di Martina si era ben attrezzata: per proteggere la piccolina di soli 50 giorni di vita, tutti si erano vaccinati contro il virus dell’influenza stagionale, compresa la baby sitter. Ciò nonostante, il papà da circa una settimana aveva iniziato a tossire.
Una tosse strana, secca, stizzosa, senza raffreddore e senza febbre.
Per qualche giorno la mamma di Martina aveva sperato fosse legata al fumo ma poi anche la piccola Martina aveva iniziato con una tosse sporadica e accompagnata da abbondante scolo nasale, poi sempre più intensa, seguita a volte da vomito. «A volte la tosse è cosi forte che mi sembra non riesca più a respirare», riferisce preoccupata la mamma. Il pediatra la visita: l’obiettività toracica sembra normale. «Potrebbe essere un virus para-influenzale o il rhinovirus o ancora il virus respiratorio sinciziale. In questa stagione è facile ammalarsi!». Il pediatra prescrive aerosol terapia per Martina e raccomanda alla mamma di controllare bene che la piccola continui ad assumere il latte e a respirare bene. Ma proprio mentre le sta programmando un controllo per il giorno dopo, ecco Martina che inizia a tossire. Tanti colpi di tosse, intensi, ravvicinati. E intorno alle labbra Martina assume un colore bluastro. La mamma inizia a urlare spaventata e a soffiare sul volto di Martina, che di lì a poco si riprende. Il pediatra la tranquillizza, ma le consiglia di recarsi in ospedale per sottoporsi agli accertamenti. Cosa può essere accaduto?
Tutti si erano vaccinati ma la bambina non essendo ancora vaccinata ha contratto la pertosse che da’ anche talvolta cianosi ed ipossia transitorie
Elena Merolla md

Bronchiolite virale
Giulia Barranco

 “whooping cough” – Pertosse – infezione da Borderetella Pertussis Coccobacillo G-
Dott Roberto Polisca – Urbino –

Martina ha la pertosse. Al P.S. le faranno un emocromo che evidenzierà una linfocitosi. La diagnosi verrà confermata con test specifici di laboratorio. Il pediatra prescriverà un macrolide e , se le crisi di apnea sono frequenti, la ricovererà in osservazione per qualche giorno
Caterina Borgna

Crisi di apnea in soggetti con pertosse

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