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Coronavirus dalla Cina: due casi in Francia. Falso allarme a Bari e Parma


BARI. Tanta paura ma nessun contagio da coronavirus cinese per la donna ricoverata al Policlinico di Bari, una cantante, dopo aver manifestato sintomi di infezione polmonare. I risultati dei test effettuati all’Istituto Spallanzani di Roma escludono il contagio da 2019-n-CoV che in Cina ha causato la morte di 26 persone. E si attende la risposta definitiva anche per il secondo caso sospetto: una musicista ricoverata all’Ospedale Maggiore di Parma cui è stata diagnosticata un’influenza di tipo B. È l’esito dei primi accertamenti dell’istituto di Igiene dell’Università di Parma su tampone orofaringeo. Manca solo la conferma dello Spallanzani per escludere la presenza di coronavirus. Le due colleghe erano rientrate in Italia da Wuhan, cittadina focolaio del virus, dove si trovavano in tour insieme.

La paziente di Parma è in buone condizioni e non ha più febbre. Il caso, riferiscono i sanitari, è quindi solo sospetto. Non risultano altre persone che siano state in contatto con la donna, spiega l’infettivologo Carlo Calzetti, e che abbiano al momento sintomi analoghi. I dati del caso sono stati inviati allo Spallanzani di Roma e al Sant’Orsola di Bologna.

“È stato un falso allarme fino a un certo punto, perché è una persona che viene da una zona a rischio con una sintomatologia compatibile con quella del coronavirus. Quindi non è un falso allarme, è un allarme reale che è stato sciolto trovando un altro agente. In ogni caso dobbiamo avere tutte le conferme”, ha precisato il professor Angarano riguardo al caso sospetto del Policlinico barese.

Nel frattempo dalla Francia arriva la conferma dei primi due casi di contagio registrati in Europa dall’inizio dell’epidemia a dicembre. Si tratta di un paziente ricoverato a Bordeaux e un altro a Parigi, entrambi risultati positivi al coronavirus. Il primo è un uomo di 48 anni di origine cinese che risiede nel dipartimento della Gironda ed era andato a Wuhan per ragioni di lavoro. “E’ stato in contatto con una decina di persone dal suo arrivo in Francia”, fa sapere la ministra della Salute francese Agnes Buzyn. Il paziente contagiato che si trova ricoverato all’ospedale parigino Bichat “ha fatto un viaggio in Cina, – ha detto Buzyn – ma non sappiamo se abbia soggiornato a Wuhan”. E conclude: “E’ probabile che ci siano altri casi”.

Finora sono circa 900 i casi confermati in tutto il mondo di persone infette con il coronavirus scoperto per la prima volta in Cina. Le autorità di Pechino hanno disposto la chiusura di alcune parti della Grande Muraglia e ordinato alle agenzie di viaggio di interrompere la vendita di tour interni e internazionali. L’ambasciata d’Italia a Pechino esclude per ora casi di contagio tra i connazionali. Ieri, l’Organizzazione mondiale della sanità ha detto che il virus non rappresenta un’emergenza sanitaria globale, nonostante l’attenzione resti alta.



Coronavirus dalla Cina: studio Gb, a Wuhan possibili fino a 350 mila contagi


LONDRA – La capacità riproduttiva del misterioso coronavirus diffusosi a partire dalla città cinese di Wuhan è superiore a quella considerata fino ad ora. E – pur avvertendo che il modello matematico usato potrebbe essere influenzato dalla reale consistenza dei dati al momento a disposizione – i ricercatori dell’università di Lancaster (Inghilterra), della University of Florida (Usa) e della University of Glasgow (Scozia) hanno elaborato previsioni inquietanti: soltanto a Wuhan, la città cinese epicentro dell’epidemia che ha già fatto 41 vittime nel gigante asiatico, sono possibili fino a 350 mila nuovi contagi nel giro di appena due settimane. La “forchetta” esattamente va da 164.602 a 351.396 contagi. Al momento i contagiati superano le 1300 unità, in Cina.

Ma non solo (e qui la variabile dei dati reali a disposizione), per gli studiosi al momento a Wuhan – nonostante l’allarme lanciato tempestivamente dalle autorità sanitarie cinesi – è stato identificato soltanto il 5,1% delle infezioni a Wuhan. E questo a causa della difficoltà di diagnosticare questa nuova malattia e, soprattutto, della difficoltà di bloccare i viaggi da questa città in grado di fermare l’infezione.

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Altro dato: gli scienziati suggeriscono anche che il blocco dei trasporti a Wuhan “probabilmente non riuscirà ad essere efficace” nel frenare il contagio in Cina: “Con il 99% di riduzione effettiva dei movimenti, l’entità dell’epidemia all’esterno della città epicentro può essere ridotta solo  del 24%”. “Se non cambia nulla nel controllo o nella trasmissione, ci aspettiamo dunque ulteriori epidemie nelle città cinesi e che l’infezione continui ad essere esportata verso destinazioni internazionali a un ritmo crescente”, si legge nelle conclusioni dello studio. “Tra 14 giorni, il 4 febbraio 2020, il nostro modello predittivo indica che il numero di persone contagiate a Wuhan sia superiore a 250 mila.

Le città che potrebbero essere colpite maggiormente in Cina sarebbero Shanghai, Pechino, Guangzhou, Chongqing e Chengdu. E per via dei viaggi internazionali, all’estero il rischio maggiore si corre è in  Thailandia, Giappone, Taiwan, Hong Kong e Corea del Sud.

 


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Bambini più a rischio congiuntivite da inquinamento


I BAMBINI sono piu’ a rischio congiuntivite da inquinamento. Di fronte ai livelli record che l’inquinamento ha registrato nell’ultimo periodo, tra i diversi danni alla salute prodotti dalle polveri sottili, c’e’ anche l’inaridimento del prezioso film lacrimale che ricopre la superficie degli occhi: il particolato, insomma, agendo sull’occhio come talco, ci porta via anche le lacrime. Gli esperti parlano di “congiuntivite da inquinamento”. “E’ una nuova entita’ nosologica, caratterizzata da arrossamento, secchezza e tic”, evidenzia Paolo Nucci, professore ordinario presso l’Universita’ Statale di Milano e direttore Oculistica dell’Ospedale San Giuseppe di Milano. “Coinvolge prevalentemente i bambini, piu’ esposti alle polveri sottili perche’ di bassa statura e sommersi dall’inquinamento stradale”, aggiunge.

“Nell’ultimo mese – prosegue Nucci – e’ stata registrata a Milano un’impressionante serie di accessi presso gli ambulatori oculistici pediatrici: il genitore riconosce una tendenza compulsiva ad ammiccare, mentre l’oculista non e’ in grado di rilevare altre anomalie se non un’insolita fragilita’ del film lacrimale. Sono le polveri sottili che ‘asciugano’ le lacrime e inducono il bambino a strizzare gli occhi molto spesso per ricostituire lo strato protettivo. Recenti studi hanno attestato la corrispondenza tra maggiori livelli di inquinamento e recrudescenza dei disturbi oculari”.

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C’e’ un modo per fronteggiare il problema. “L’unica precauzione che possono adottare i genitori e’ quella di lavare gli occhi dei bambini con appositi colliri ripristinanti il film lacrimale”, spiega l’esperto. “Acqua o semplice soluzione fisiologica avrebbero l’effetto di diluire la lacrima, disperdendo enzimi, proteine e altre sostanze protettive. L’ideale – aggiunge – e’ applicare questi succedanei delle lacrime prima di uscire, in modo che durante l’esposizione alle polveri gli occhi siano il piu’ idratati possibile. Tuttavia, se il disturbo persiste, meglio consultare un oculista per verificare che non si tratti di altro, come una congiuntivite allergica”.

Alcuni accorgimenti di ordine pubblico, ragionevoli e di semplice esecuzione, permetterebbero di migliorare la qualita’ dell’aria, a beneficio non solo di polmoni e bronchi, ma anche degli occhi. “E’ necessario intervenire con misure drastiche e non temporanee per migliorare la qualita’ dell’aria e impedire la cronicizzazione del quadro. Ad esempio, bloccare l’accesso al centro storico a mezzi molto inquinanti come i bus turistici, che spesso sostano con il motore acceso, producendo grandi quantita’ di polveri sottili. Un’altra soluzione facilmente attuabile – dice Nucci – potrebbe essere il lavaggio frequente delle arterie piu’ trafficate della citta’, soprattutto nei periodi di piogge scarse. Gli pneumatici, infatti, transitando sull’asfalto, non solo rilasciano a loro volta una patina di materiale inquinante, ma risollevano anche le polveri gia’ presenti nell’aria e sedimentate al suolo”.


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Coronavirus, primi casi in Europa. Gli scienziati: “Vaccino in tre mesi”


Un primo caso sospetto a Bari, poi un altro a Parma. Ma nel giro di 24 ore le due donne, entrambi rientrate da Wuhan, sono risultate negative ai test per il coronavirus che si è scoperto essere stato trasmesso all’uomo dai serpenti e ha causato 26 morti in Cina. Le due pazienti italiane, una cantante e una musicista, si trovavano in tournée all’estero e una volta rientrate hanno manifestato sintomi di patologia polmonare.

L’allarme al Policlinico di Bari è rientrato ieri in serata, dove la donna si trova in buone condizioni. Il test per verificare se si trattasse di contagio da 2019-nCoV è risultato negativo: la conferma è arrivata questa sera dal direttore Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma. Mentre alla paziente ricoverata all’Ospedale Maggiore di Parma con lievi sintomi di infezione alle vie respiratorie è stata diagnosticata l’influenza di tipo B.

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Dalla Francia arriva però la conferma dei primi due casi di contagio in Europa: si tratta di un uomo ricoverato a Bordeaux, di origini cinesi, e di un altro paziente all’ospedale Bichat di Parigi. Entrambi i pazienti erano stati in Cina. “Probabili altri casi”, ha fatto sapere il ministero della Salute francese invitando i cittadini di ritorno dalla Cina a “controllare le proprie condizioni e al minimo sintomo non recarsi alle strutture di pronto soccorso ma contattare i Samu Centre 15”, ossia i servizi di emergenza medica d’urgenza.

Per il virus di Wuhan si attende il vaccino che però, dicono gli scienziati, non potrà essere pronto prima di un mese. I morti intanto salgono a 26 e i malati sono 830. E  in Cina le città isolate diventano dieci. Le autorità sanitarie di Shanghai intanto hanno innalzato il livello di risposta alle emergenze sanitarie al grado massimo, il livello 1. Lo riferisce in un tweet lo Shanghai Daily. Shanghai Disneyland ha annunciato la chiusura della struttura a partire da domani. Due i nuovi casi di polmonite da coronavirus confermati a Singapore, dove adesso sono tre le persone contagiate.

A Pechino intanto da domani saranno chiusi il Museo nazionale, la Biblioteca nazionale e un tratto della Grande Muraglia. I casi accertati di contagio da virus nCOV-2019 in Cina sono circa 900, mentre i morti accertati sono 26. Tra le quasi 40 province, regioni e municipalità speciali che compongono amministrativamente la Cina, solo il Tibet risulta ancora privo di casi.

In Gran Bretagna invece al vaglio 14 casi sospetti. Confermato un secondo caso negli Stati Uniti, dove altri 50 pazienti sono in fase di analisi. Gli scienziati della University of Texas Medical Branch (Utmb) di Galveston, negli Usa, stanno monitorando la diffusione del nuovo virus cinese e sono già al lavoro su un vaccino. “Abbiamo molta esperienza: abbiamo lavorato sulla Sars, l’Ebola, la Mers (Middle East Respiratory Syndrome)”, ha detto in un’intervista il professore Thomas Ksiazek dell’Utmb dove dirige l’High Containment Laboratory Operations.

La sequenza genetica del virus di Wuhan è stata pubblicata sul sito GeneBank, accessibile a tutti i ricercatori. “Il materiale su cui lavorare sta emergendo ora. Siamo nella fase iniziale. Si può cominciare con le sequenze ma per trovare il vaccino è preferibile avere il virus autentico in laboratorio”, ha spiegato Ksiazek, virologo tra i massimi esperti di Ebola.

Il primo caso del nuovo virus cinese negli Usa è stato confermato il 21 gennaio a Seattle mentre si sospetta il contagio di uno studente della A&M, in Texas, ricoverato da mercoledì. “Ci aspettiamo altri casi – ha dichiarato Ksiazek – per ora sembra che questo virus stia seguendo il tracciato della Sars. Si trasmette da uomo a uomo e questo è preoccupante”.

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La Sars è arrivava dagli zibetti, le Mers è stata passata agli uomini dai dromedari e c’è chi sostiene che questo nuovo virus sia partito dai serpenti. “E’ una tesi basata puramente sulle sequenze. Non ci sono dati in grado di supportare che sia trasmessa dai serpenti”, ha osservato Ksiazek.
 


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Coronavirus dalla Cina, Burioni: “Può essere trasmesso da persone senza febbre e senza sintomi. Brutta notizia”


ROMA – Chi fa “uscire queste notizie di ‘sospetta infezione da coronavirus’ a Bari, a Parma e via dicendo? I medici? I direttori sanitari? Chi? Non serve a niente”. Così scrive il virologo Roberto Burioni sul suo profilo Facebook. E aggiunge: “State zitti e comunicate solo le notizie certe in questo momento in cui la gente è spaventata”. E una notizia certa è quella che comunica lui stesso poco dopo sul suo sito medicalfact.it, citando The Lancet una delle riviste scientifiche più prestigiose. “Una pessima notizia”, così la definisce, che irrompe sull’epidemia di questo nuovo coronavirus che ha finora contagiato oltre 1300 persone e ne ha uccise 41. Allora: l’infezione, scrive una delle riviste scientifiche più prestigiose, può essere diffusa da persone che non hanno alcun sintomo e non hanno febbre. Segno di un virus che colpisce “a volto coperto”, che si conosce molto poco ma che di sicuro ha una velocità diffusione che forse le organizzazioni sanitarie hanno finora sottostimato. Lo studio pubblicato da The Lancet ha ricostruito la storia della trasmissione del virus 2019 n-CoV all’interno di un piccolo gruppo di sei individui (cinque dei quali della stessa famiglia) e indica come i tempi di incubazione possano variare da individuo a individuo, evidenziando il caso del bambino di dieci anni portatore del virus pur non mostrando alcun sintomo. L’articolo rileva inoltre che rari casi casi di trasmissione asintomatica erano stati segnalati anche nella Sars, l’infezione da coronavirus emersa nel 2002-2003 e che nel caso del virus 2019 n-CoV potrebbero essere “una possibile fonte di trasmissione dell’epidemia”. Per questo, rilevano gli autori della ricerca, “sarebbero necessarie ulteriori ricerche sui casi asintomatici” ed “è cruciale isolare i pazienti, tracciare e mettere in quarantena i contatti prima possibile”.

“Solo notizie certe”

“Capisco la paura – scrive Burioni a proposito degli allarmi lanciati e poi smentiti nel nostro paese – ma in Italia questo coronavirus – grazie al cielo -, non è ancora arrivato. Quindi, non c’è motivo di evitare ristoranti cinesi, quartieri cinesi e i cinesi stessi. L’unica cosa che devono fare i cittadini italiani (e io sono stato il primo a dirlo, suscitando qualche critica che ora appare grottesca), è semplice: non andare in Cina. Punto e basta. Dovrebbero anche cessare gli allarmi e la stampa dovrebbe smetterla di generare il panico ogni volta che un cittadino di origine asiatica ha la febbre. È il periodo dell’influenza ed è normale che accada. Vi prego, giornalisti: aspettate la conferma delle notizie, prima di diffonderle. Il virus della disinformazione e della paura è molto pericoloso”. In Italia, che non ha casi finora accertati (quelli sospetti sono stati smentiti) il ministro della Salute Roberto Speranza, ha fatto il punto con le Regioni (“C’è grande sintonia nel voler
avere il massimo livello di coordinamento, anche nella comunicazione”) e si è tenuto in contatto con l’Ue, che lunedì prossmo terrà una riunione del Comitato per la sicurezza della salute.

“Brutte notizie dalla Cina”

Il virologo nel suo articolo stigmatizza l’eccessiva cautale delle organizzazioni sanitarie internazionali dinanzi a quella che appare indubbiamente come un’emergenza. Con i numeri che aumentano in progressione geometrica. “Dal punto di vista delle notizie sul virus – scrive il virologo – invece, solo brutte notizie. I numeri che arrivano dalla Cina non li riporto neanche: sappiate che non hanno niente a che vedere con la realtà. Il World Health Organization (Who), con una decisione che a me sa molto di politica e poco di scienza, ha deciso dopo due giorni di discussioni che non c’è un’emergenza internazionale. Voglio vedere cosa dirà oggi a seguito della comunicazione che nuovi casi si stanno verificando ovunque, Francia compresa. Infine – conclude Burioni – la notizia che ritengo essere la più brutta di tutte, che arriva da un articolo pubblicato ieri su The Lancet. Ma proprio brutta. Sembra possibile l’esistenza di pazienti asintomatici, che stanno bene, non hanno febbre, ma possono diffondere il coronavirus. Il che significa che la misurazione della temperatura agli aeroporti potrebbe non essere sufficiente per bloccare la diffusione della malattia. La lotta contro quest’infezione sarà più difficile del previsto”.

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Dipendenza da gioco d’azzardo, un aiuto dalla stimolazione cerebrale


IL PENSIERO è sempre quello di scommettere. Secondo le stime dell’Istituto superiore di Sanità, un milione e mezzo di italiani hanno un problema con il gioco d’azzardo. Fra loro c’è chi sviluppa una dipendenza o ludopatia. Esistono diversi strumenti per trattare questo disturbo: si tratta di psicoterapie o di farmaci. Ma oggi la ricerca sta studiando nuove strade. Uno studio italiano ha appena messo in evidenza l’efficacia di una tecnica chiamata “stimolazione magnetica transcranica ripetuta” (in sigla rTMS) in un gruppo di otto pazienti con ludopatia. Secondo gli autori, la procedura, completamente non invasiva, potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche promettenti per questo e altri disturbi. La ricerca, cui ha preso parte l’Università G. D’Annunzio di Chieti insieme ad altri ospedali e centri italiani e internazionali, è pubblicata sulla rivista European Addiction Research.

La stimolazione magnetica transcranica

Questo metodo è stata approvato in Canada e negli Stati Uniti per la cura della depressione e negli Usa anche per l’emicrania. In Italia è ancora sotto studio anche se ci sono già altre prove del fatto che possa essere efficace e senza importanti effetti collaterali. “Di fatto si usano dei magneti in prossimità della cute che stimolano alcune aree cerebrali”, spiega Fabrizio Fanella, direttore sanitario del Centro La Promessa, centro per il trattamento delle dipendenze patologiche, che ha preso parte allo studio. “Pertanto non è per nulla invasiva”. E i risultati si vedono, prosegue Fanella. “Non è la prima volta che la impieghiamo nell’ambito della ricerca: un nostro precedente studio ha mostrato gli effetti benedici nella dipendenza da cocaina”.
 

La ricerca

Gli autori hanno coinvolto otto persone con un disturbo da gioco d’azzardo nella sperimentazione. Tutti i volontari giocavano quotidianamente più ore al giorno. Le prime due settimane sono stati trattati in maniera intensiva, due volte al giorno per cinque giorni a settimana, mentre per i tre mesi successivi il trattamento era di mantenimento un solo giorno a settimana per due volte. “Già dopo le prime due settimane i benefici sono stati evidenti”, ha spiegato Fanella, “con una riduzione di più del 70% del punteggio Gambling Symptom Assessment Scale, che valuta la compulsione al gioco. In pratica riducevano molto gli episodi di gioco fino a quasi non giocare più”. E il beneficio si manteneva nel tempo, anche nei mesi di follow up, mentre non ci sono stati effetti collaterali rilevanti.
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La ricerca è per ora all’inizio e su pochi pazienti, commentano gli esperti, ma i risultati sono confortanti. “La nostra idea è quella di estendere lo studio a un più ampio numero di persone”, aggiunge Fanella, “e possibilmente far sì che in futuro questo trattamento possa essere erogato dal sistema sanitario”. Già adesso, però, ci sono già armi importanti per il paziente, come chiarisce l’esperto. “È importante mettere in atto un approccio multidisciplinare, con trattamenti farmacologiche combinate con terapie psico-comportamentali, coinvolgendo anche la famiglia laddove possibile”. 
 

I meccanismi della stimolazione

La tecnica stimola a distanza, con magneti, una piccola zona della corteccia prefrontale. La corteccia prefrontale è un’area del cervello coinvolta nella pianificazione dei comportamenti e nell’inibizione degli impulsi legati all’azione. Una ridotta attività dei percorsi prefrontali diminuisce il controllo sul desiderio e sulla compulsione al gioco. Per questo, attivarla può aiutare ad alzare la soglia del controllo. “L’azione, in particolare, è diretta sui circuiti neuronali associati alle dipendenze”, sottolinea Fanella, “come quello della dopamina”. La dopamina è una molecola essenziale prodotta nel cervello e associata alla ricompensa e alla gratificazione. Ed è la stessa che ci induce a ripetere un comportamento che genera sensazioni piacevoli e che in certi casi è legata allo sviluppo di vere e proprie dipendenze.
 
 

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Virus di Wuhan, allarme a Bari per un caso sospetto: ricoverata una cantante tornata dalla città cinese


BARI – E’ scattato al Policlinico di Bari il primo allarme italiano per un sospetto caso di coronavirus. Si tratta di una donna barese proveniente dalla Cina e ricoverata nel Policlinico del capoluogo pugliese. Era arrivata al pronto soccorso con sintomi apparentemente influenzali, febbre e tosse, e sono state attivate, come da circolare ministeriale, tutte le procedure previste per prevenire la diffusione del virus.

“La paziente – si legge una nota dell’azienda sanitaria barese – si trova attualmente in isolamento respiratorio e da contatto presso il reparto di Malattie infettive e sta ricevendo le cure necessarie in attesa di conoscere gli esiti degli esami diagnostici di conferma”. Si tratta di una cantante della provincia di Bari di ritorno da un tour in Oriente che ha toccato anche la zona di Wuhan, città di origine del virus, che ha avvertito sintomi sospetti. Come previsto dal protocollo diramato dal ministero della Salute, i campioni biologici della paziente saranno inviati all’istituto Spallanzani di Roma per accertamenti.



Napoli, cure a domicilio per le pazienti con cancro al seno: è la prima volta in Italia


Terapia domiciliare oncologica. Una minirivoluzione nell’assistenza che parte da Napoli e che potrebbe fare da apripista in tutta Italia. Se le cose funzioneranno come da programma, sarà un successo per il Pascale e per la Roche che hanno messo a punto un protocollo secondo cui i farmaci biologici successivi alla chemioterapia potranno essere somministrati per via infusiva, cioè per flebo, direttamente a casa.

 

A beneficiare di questa possibilità, va ribadito, saranno soltanto le pazienti affette da tumore mammario del tipo Her2, una neoplasia che, appunto, risponde ai farmaci biologici. Le prime due (le selezionate ammontano a cento) sono già state arruolate:  la 55enne Rita Maria di Marano e Marisa che di anni ne ha 59 e vive a San Giuseppe Vesuviano. A loro è stata proposta questa possibilità assistenziale. Hanno accettato e, a fine febbraio, riceveranno a casa la visita dello staff sanitario: medico e infermiere rimarranno per tutto il tempo dell’infusione (con il farmaco biologico Transtuzumab), pronti appunto a intervenire in caso ci fossero reazioni o manifestazioni avverse. Il protocollo è stato presentato ieri sera durante un incontro all’Excelsior a cui hanno partecipato il direttore generale del polo oncologico partenopeo Attilio Bianchi e l’Ad della Roche Italia Maurizio de Cicco, insieme al direttore di Oncologia senologica Michelino de Laurentiis, al neodirettore sanitario Leonardo Miscio e al direttore scientifico Gerardo Botti, coordinati dalla responsabile della comunicazione Cinzia Brancato.

 

Rita Maria e Marisa, come si diceva, sono in cura da tempo al Pascale dove hanno già completato tutti i cicli di chemio (trattamento che per legge può essere praticato, in regime ambulatoriale, solo in ospedale a causa degli effetti collaterali). Il progetto innovativo, che di fatto contribuirà a rendere meno pesante l’intero protocollo oncologico delle pazienti Her 2 positivo, si chiama HERHOME, sinonimo che include la sigla della neoplasia e la parola home che in inglese significa casa. Per mettere in piedi l’organizzazione, sia dal punto di vista burocratico che da quello strettamente assistenziale, i dirigenti Roche e i vertici del Pascale hanno dovuto affrontare vari ostacoli. Ma l’obiettivo è stato raggiunto anche grazie alla volontà di onorare la memoria di Stefania Pisani, la paziente vittima di un tumore al seno che con l’Associazione “Noi ci siamo” si è spesa fino all’ultimo per promuovere programmi di cura realizzati a misura di donna. Dice de Laurentiis, che con la Pisani aveva avuto un rapporto professionale e di amicizia: “Era uno dei suoi sogni e sono felice di averlo condotto in porto. Grazie alle sinergie tra Pascale e Roche adesso è possibile  mettere al centro dell’organizzazione sanitaria la paziente e le sue esigenze. Ma sono anche contento per tutte le altre donne che potranno usufruire di un servizio evoluto non erogato, al momento, da nessun’altra istituzione italiana”. A de Laurentiis si aggiunge il manager Bianchi. Che commenta: Sono orgoglioso che il Pascale sia tra i primi in Italia a poter dare alle nostre pazienti questa opportunità. Il programma HERHOME, tra l’altro, favorirà il decongestionamento del Day Hospital dell’Istituto, sempre a vantaggio dei pazienti stessi”. Parla invece di collaborazione pubblico-privato, il direttore scientifico Botti: “È la prova che è possibile e necessaria, per realizzare progetti altrimenti destinati a rimanere un sogno”.

 



Regina Elena, asportato tumore di 9 cm dal fegato. E il paziente ha 91 anni


Gentile e robusto, proprio come la sua terra, l’Abruzzo. Guido Portieri, 91 anni, vedovo con 3 figli, è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione di un tumore del fegato di 9 cm X 7, un’operazione eccezionale vista l’età del paziente. “Non erano presenti alternative terapeutiche per questo caso”, spiega Gian Luca Grazi direttore di chirurgia epatobiliopancreatica dell’Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma. E questo “in quanto le terapie percutanee e quelle endoarteriose, anche se disponibili nel nostro Istituto, non avrebbero garantito risultati terapeutici ottenuti”.

L’intervento è durato 3 ore “e le condizioni del paziente sono apparse subito ottime. In letteratura sono riportati casi sporadici di interventi a questa età ma, visto l’allungamento della vita media, dovremo presto ampliare le casistiche di studio che in genere si fermano a 80 anni”, aggiunge Grazi. “Mia madre è vissuta 111 anni – racconta il signor Guido – il fratello 107 e via a scendere in famiglia, ma sempre intorno ai 100. Fino a luglio guidavo per andare ogni settimana al mio paese. Sto benissimo, leggo molto e nel quartiere mi conoscono tutti, al bar mi chiamano nonno. Non mi piacciono i saccenti così quando non mi va di discutere faccio finta che sono più sordo di quanto lo sia in realtà. Vorrei continuare a coltivare l’orto se i figli me lo permetteranno”.

Ad agosto scorso il signor Guido aveva ricevuto la diagnosi di tumore maligno del fegato localizzato nella zona centrale, nelle adiacenze delle strutture principali glissoniane del fegato.

Dopo qualche consulto per capire se esistevano terapie mediche alternative all’intervento, e qualche tentennamento da parte dei familiari, alla fine il paziente decide di farsi operare da Gian Luca Grazi, “indicatomi da molti come luminare” che, insieme al suo team, ha asportato la massa tumorale. Il giorno dopo l’intervento l’anziano si è alzato ed ha ripreso a mangiare, il ricovero è durato complessivamente meno di una settimana.

Guido Portieri appena può si rifugia nel paese d’origine. E per ringraziare il team che lo ha curato, ha dato appuntamento agli operatori per un bel pranzo in terra d’Abruzzo.
 



Trovate tracce di antibiotici e altri farmaci nel latte


ANTINFIAMMATORI, cortisonici e antibiotici. È quanto ha trovato un test del mensile Il Salvagente, da domani in edicola, in 21 confezioni di latte, fresco e Uht, di alcuni dei principali marchi italiani comprate in supermercati e discount. In più della metà delle confezioni sono state rilevate tracce di farmaci. Le più frequenti dexamethasone (un cortisonico), neloxicam (antinfiammatorio) e amoxicillina (un antibiotico), in concentrazioni tra 0,022 mcg/kg e 1,80 mcg/kg.

È stato possibile rilevarli grazie a un nuovo metodo realizzato dall’Università Federico II di Napoli e da quella di Valencia, in grado di scoprire contenuti molto piccoli. Niente allarmismi, secondo il direttore della rivista Riccardo Quintili, anche perché è tutto in regola con i limiti di legge, ma voglia di fare chiarezza. “Queste analisi – spiega – non vogliono essere una penalizzazione alle aziende nelle cui confezioni abbiamo trovato residui di farmaci. Molte si sono mostrate sensibili. L’interesse era sollevare un potenziale rischio per trovare soluzioni”. Da dove provengono questi residui di medicinali? Secondo Enrico Moriconi, veterinario e Garante degli animali della Regione Piemonte, sono “usati per curare le mastiti, cioè infezioni alle mammelle, nelle vacche da latte”. Cortisonici e antinfiammatori sono impiegati come coadiuvanti. Degli effetti di assunzione continuata di antibiotici in dosi basse,soprattutto sui bimbi che sono grandi consumatori di latte, si è discusso oggi a Roma.”L’assunzione costante di piccole dosi di antibiotico – evidenzia Ruggiero Francavilla, pediatra, gastroenterologo dell’Università di Bari – con gli alimenti possono determinare una pressione selettiva sulla normale flora batterica intestinale a vantaggio dei batteri resistenti agli antibiotici che possono diventare più rappresentati”.

I risultati confermano quelli di una ricerca su 56 latti italiani, pubblicata sul Journal of Dairy Science. “Neonati e bambini sono particolarmente esposti – conclude Alberto Ritieni, professore di Chimica degli Alimenti della Federico II- e potrebbero risultare più vulnerabili. Per questo un monitoraggio costante degli allevamenti sarebbe necessario”.

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