Category Archive SALUTE E BENESSERE

Brusaferro diventa presidente dell’Istituto superiore di sanità


Alla fine Giulia Grillo ha deciso di confermare Silvio Brusaferro, scelto il 7 gennaio scorso come commissario straordinario dell’Istituto superiore di sanità dopo le dimissioni di Walter Ricciardi. La ministra ha infatti annunciato che l’ordinario di Igiene di Udine diventerà il presidente dell’organo tecnico scientifico più importante in campo sanitario. Alla direzione dell’Istituto andrà invece Andrea Piccioli.

Come successo anche per l’agenzia del farmaco, Aifa, il ministero aveva chiesto di inviare i curricula a chi voleva candidarsi per la presidenza. Si riteneva infatti che quella procedura fosse trasparente e di rottura rispetto al passato. Alla fine però si è deciso di promuovere il commissario, un professore molto stimato che a gennaio era stato scelto direttamente, senza particolari selezioni e all’ultimo tuffo (un altro nome saltà il giorno prima dell’incarico). Ci si è quindi mossi come hanno fatto in passato altri ministri, prendendendo una persona che si riteneva meritevole. “Auguro a presidente e direttore di inaugurare una nuova stagione di protagonismo dell’Istituto superiore di sanità, vanto e fiore all’occhiello per il nostro Paese”, ha detto la ministra: “Ho scelto di dare continuità al lavoro avviato a gennaio dal professore Silvio Brusaferro. La sua lunga esperienza nella sanità pubblica di questo Paese e l’altissimo valore della sua competenza scientifica saranno garanzia di efficacia, efficienza e assoluta indipendenza per il governo del nostro più importante organo scientifico”.

Brusaferro è nato a Udine nel 1960 e oltre che ordinario di Igiene è direttore del dipartimento di area medica dell’Università Udine. “Ringrazio il ministro  della Salute Giulia Grillo per aver proposto la mia nomina alla presidenza dell’Istituto e per la fiducia che mi ha manifestato nel propormi per questo prestigioso incarico al servizio della sanità pubblica – ha detto Brusaferro – L’esperienza di questi mesi mi ha consentito di poter apprezzare l’elevata professionalità e competenza di tutto il personale dell’Ente e dei suoi Organi nonché la loro completa dedizione nel tutelare la salute dei cittadini”. Andrea Piccioli, 58 anni, romano, è a capo degli ispettori ministeriali e lavora nel settore della programmazione sanitaria. “Ha condotto oltre 40 ispezioni e task force per affrontare casi complessi come quello della bimba morta di malaria a Brescia, le ispezioni a Locri e all’ASP di Reggio Calabria, fino alla ultima spinosa vicenda dei fenomeni corruttivi concorsuali di Perugia”, dicono da ministro.

Soddisfatto per le nomine anche il presidente della Federazione dell’ordine dei medici, Fnomceo, Filippo Anelli. “Apprezziamo la scelta”, della ministra dice Anelli. “A lui ci lega un lungo rapporto fatto di stima professionale, collaborazione e amicizia: siamo certi che saprà apportare all’Istituto un prezioso patrimonio fatto di competenze umane e scientifiche, mettendo a disposizione della salute pubblica la sua esperienza nel campo della sicurezza delle cure, della prevenzione, della qualità e valutazione dei risultati sanitari, lasciandosi guidare sempre dal faro della scienza e dell’evidenza e incarnando, nell’esercizio dei suoi compiti, quei valori di libertà, indipendenza e autonomia che sono scritti nel Codice di deontologia medica. La scelta di porre due medici ai vertici dell’Istituto, e dunque in ruoli chiave della sanità, ci pare quanto mai attuale e significativa. Auspichiamo che sia un primo sintomo di un’inversione di rotta, che riporti al centro della sanità i professionisti e non i manager o gli algoritmi, e renda fine ultimo dei sistemi sanitari il conseguimento di obiettivi di salute e non di profitto”.

 


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Tumore del colon-retto, perché in Italia i giovani si ammalano di meno?


GIOVANI europei sempre più colpiti dal tumore del colon-retto. È quanto emerge da un’indagine pubblicata sulla rivista Gut, che ha analizzato i tassi di incidenza di questo tipo di neoplasia negli ultimi 30 anni. Secondo i risultati dello studio, infatti, il tumore del colon-retto sta colpendo sempre di più i giovani adulti, specialmente nella fascia d’età dei 20-29 anni.

LEGGI – Tumori, in aumento tra i giovani quelli legati all’obesità
 

In rapida ascesa

“Questo dato era già noto da alcuni anni per la popolazione statunitense e lo studio sembra evidenziare un analogo andamento anche nelle popolazioni europee”, spiega Giordano Beretta, presidente eletto Aiom e Responsabile Oncologia Medica Humanitas Gavazzeni di Bergamo. Un’evidenza che ha già spinto l’American Cancer Society a raccomandare di portare l’età dello screening a 45 anni invece che 50 nella popolazione degli Stati Uniti, e che, come concludono gli autori di questa ricerca, potrebbe riguardare in futuro anche l’Europa, se questi numeri persistono.

“Lo studio stesso – continua Beretta – non riesce a stabilire le reali cause di questo fenomeno ma ipotizza un ruolo, molto probabile, dell’obesità, della sedentarietà e dell’abuso alcoolico. Il ruolo di questi aspetti particolari degli stili di vita era già noto da tempo come un fattore favorente la comparsa di patologie oncologiche, verosimilmente attraverso la cosiddetta sindrome metabolica in cui si osservano un aumento dell’insulinemia e una condizione favorente gli aspetti infiammatori, entrambi fattori noti come agenti promuoventi i lo sviluppo delle cellule cancerogene”.
 

I risultai dello studio

I ricercatori hanno raccolto le informazioni di oltre 140 milioni di persone per la fascia d’età 20-49 anni, analizzando i dati di incidenza e morte per il tumore del colon-retto tra gli anni ’90 e il 2016, basandosi sui registri nazionali e regionali di 20 Paesi, tra cui Germania, Francia, Svezia, Regno Unito, Paesi Bassi, Italia, Groenlandia, Slovenia, Finlandia, Danimarca. Dalle analisi condotte emerge come quasi 188mila persone abbiano ricevuto la diagnosi di tumore del colon-retto, e l’incidenza nei giovani adulti è in generale in rapida crescita negli ultimi anni: dal 1990 al 2016 è passata da 0,8 a 2,3 casi per 100mila abitanti nella fascia d’età 20-29 anni, con un aumento più marcato (+ 7,4% all’anno) già a partire dal 2004, sebbene il numero di morti per questa malattia sia rimasto costante negli anni. Per il gruppo di età compresa fra 30 e 39 anni, l’incidenza è sì aumentata, ma più lentamente rispetto alla fascia di età più giovane, con un incremento medio del 4,9% all’anno dal 2005 al 2016, così come risultano diminuiti dell’1% i decessi nell’intero periodo analizzato. Un po’ diverso è invece l’andamento per la fascia 40-49 anni, che ha visto un piccolo calo (-0,8%) nell’incidenza del tumore il 1990 e il 2004, seguito poi da un leggero aumento, dell’1,6% all’anno dal 2004 al 2016, benché sia questa la fascia d’età tra tutte e tre quella in cui si è registrata la maggiore diminuzione di casi di morte per malattia (-2,4%).

I casi di tumore tra i giovani adulti, specialmente di età compresa tra i 20 e i 30 anni, sono aumentati per lo più in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Finlandia, Irlanda, Francia, Danimarca, Repubblica Ceca e Polonia. “La maggior incidenza nei soggetti giovani, in particolare l’aumento dell’incidenza stessa tra i 20 ed i 29 anni potrebbe essere imputabile al fatto che obesità ed alimentazione scorretta, così come la riduzione dell’attività fisica siano presenti in percentuali maggiori fin dall’età infantile”, spiega Beretta.


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Steroidi, gli uomini ne abusano pur conoscendo i rischi


SANNO che gli effetti collaterali sono più di uno, alcuni davvero pericolosi. Ma nonostante questo continuano ad abusare di steroidi. Ed è questo il cuore di una ricerca dell’Università medica statale di San Pietroburgo presentata a Lione durante la riunione dell’European Society of Endocrinology. Rivela, pur avendo sottomano un numero relativamente ristretto di intervistati (circa 550), come gli uomini che fanno uso di steroidi anabolizzanti per migliorare la forza e le prestazioni fisiche, sono spesso a conoscenza dei rischi che corre la loro salute, ma scelgono di continuare a prenderli. Un punto che solleva serie preoccupazioni tra gli esperti e non solo per la salute di chi ne fa uso, ma anche per quella delle generazioni future visto che gli effetti collaterali danneggiano il liquido seminale e aumentano il rischio di disfunzioni sessuali, malattie cardiache e danni al fegato.

Lo studio

Il dottor Mykola Lykhonosov e i suo colleghi dell’università russa di San Pietroburgo hanno condotto un’indagine anonima su un campione di uomini, che frequentano regolarmente la palestra, per valutare la loro conoscenza, l’uso e l’atteggiamento nei confronti dei rischi per la salute degli steroidi anabolizzanti. Scoprendo così che dei 550 intervistati il 30,4% usa steroidi – il 74,3% aveva un’età compresa tra i 22 ei 35 anni – e il 70,2% ha ammesso di essere a conoscenza degli effetti collaterali. Inoltre, il 54,8% di tutti gli intervistati ha dichiarato che vorrebbero ricevere maggiori informazioni sugli steroidi e sui loro effetti collaterali.
 
“Questi risultati sono stati sorprendenti, non solo la prevalenza dell’abuso di steroidi è elevata, ma anche la conoscenza degli effetti collaterali dannosi è stata alta, ma ciò non gli impedisce di prenderli”, ha spiegato Lykhonosov che ora ha in programma di studiare come trattare gli squilibri ormonali e i disturbi causati dall’abuso di steroidi. Aggiungendo: “Dobbiamo affrontare questo crescente problema di salute pubblica, aumentare la consapevolezza attraverso la promozione di storie di ex utenti, su come l’abuso di steroidi ha avuto un impatto negativo sulla loro salute e sulla vita, potrebbe essere un buon messaggio forte per scoraggiare gli abusi”.

I rischi

E sorprendente è per Alfredo Pontecorvi, direttore di Endocrinologia e Diabetologia al policlinico Gemelli di Roma, “come questa ricerca sveli che il 74% di chi ha ammesso di farne uso, pur sapendo di correre rischi, è giovane”. Non solo. Pontecorvi aggiunge come “l’uso di anabolizzanti, parliamo di un uso non medico, avviene soprattutto tra chi fa sport, e la categoria più a rischio è quella che fa sport in modo non agonistico. Perché in ambito agonistico i controlli sono molto rigidi. Mentre chi va in palestra e fa body building è più attratto da questo tipo di ormoni androgeni steroidi, che aumentano la massa muscolare, danno maggior forza e vigore e hanno un impatto sula psiche perché miglirando il corpo si tarasformano”.

Il rischio, dunque, è che a farne uso siamo persone che sottovalutano gli effetti collaterali “o li conoscono ma non si rendono conto sul momento “a cosa andranno incontro”. In più, rivela l’endocrinologo “sono pericolosi anche per un altro motivo: danno assuefazione, diventa difficile una volta presi farne a meno perché danno forza, vigore” e lo sono ancora di più tutti “quei prodotti acquistati su Internet per migliorare la muscolatura che hanno tra gli ingredienti proprio gli anabolizzanti ma non lo specificano chiaramente”.


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Ftalati, possono aumentare il rischio di obesità


L’ESPOSIZIONE agli ftalati potrebbe far aumentare il rischio di disordini metabolici inclusa l’obesità e il diabete. Un problema che può compromettere anche il fegato. La notizia, che rappresenta la conferma di altri studi presentati nel corso degli anni sugli interferenti endocrini, arriva dal congresso della European Society of Endocrinology in corso a Lione dove è stato presentato uno studio dell’Università di Novi Sad in Serbia.
 

Confezioni di latte, cosmetici e assorbenti: dove si nascondono

 
Gli ftalati sono degli additivi molto comuni utilizzati nell’industria per aumentare la flessibilità e la durata della plastica. Si possono rintracciare in tanti oggetti di uso quotidiano come le bottiglie di acqua, le confezioni di latte, del caffè istantaneo, del profumo, dei cosmetici, dello shampoo, dei giocattoli e di alcuni alimenti. Di recente, inoltre, un test pubblicato in Francia dal mensile 60 Millions des Consommateurs su 15 assorbenti femminili ha rilevato tracce di vari interferenti endocrini tra cui glifosato e fatlati. Già da tempo l’esposizione agli interferenti endocrini è stata identificata come fattore di rischio per la fertilità e lo sviluppo ormonale sia nei roditori che nelle persone. Tuttavia, nessuno studio aveva indagato direttamente su come l’esposizione a queste sostanze sia associata all’obesità e al metabolismo in generale.  
 
LA RUBRICA Manda una domanda al dietologo
 

La ricerca

 
Lo studio presentato all’Ece è stato condotto su 305 volontari di entrambi i sessi che sono stati divisi in tre gruppi in base all’indice di massa corporea, alla circonferenza della vita e ai livelli di glucosio: nel primo gruppo sono stati inseriti pazienti obesi, nel secondo gruppo quelli con diabete mellito di tipo 2 trattati solo con terapia nutrizionale medica e nel terzo gruppo di controllo, volontari sani di peso normale. La concentrazione di ftalati è stata misurata nell’urina del mattino.

LEGGI Obesità, stimolazione cerebrale riduce il desiderio di cibo
 

La correlazione con l’obesità e il danno epatico

Lo studio dell’Università serba ha trovato una correlazione tra i livelli di esposizione agli ftalati e i markers che segnalano una disfunzione del fegato e che sono a loro volta degli indicatori di un maggior rischio di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. I ricercatori hanno correlato i livelli di ftalati assorbiti dalle persone con il loro peso, l’incidenza di diabete di tipo 2 e i marcatori di alterazione del fegato e della funzione metabolica. E, in effetti, hanno riscontrato come ad esposizioni più alte agli ftalati corrispondesse un incremento dei marcatori di alterazione del fegato, insulino-resistenza e colesterolo.
 

Ridurre l’esposizione agli interferenti endocrini

 
“Anche se si tratta di uno studio piccolo – ha spiegato Milica Medi? Stojanoska, vice-preside e direttore del Dipartimento di endocrinologia presso la Facoltà di medicina dell’Università di Novi Sad – questi risultati suggeriscono non solo che gli ftalati alterano il metabolismo aumentando il rischio di obesità e diabete ma anche che possono causare un danno tossico al fegato”. I ricercatori ora stanno esaminando gli effetti degli interferenti endocrini sulla salute umana negli adulti, negli adolescenti e nei bambini: “E’ necessario informare le persone dei potenziali effetti avversi degli interferenti endocrini sulla loro salute e cercare di ridurre al minimo il contatto con queste sostanze chimiche dannose”, raccomanda Stojanoska.
 
 
 

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Creme solari: attenti alle ricette on line e ai cosmetici fai-da-te


BIO, organico. Possibilmente etico. Rigorosamente cruelty free. Sono le regole del cosmetico “green”, una rivoluzione nata dal marketing delle aziende, ma che trova il suo sbocco naturale nel mondo del fai da te. Un esercito crescente di “spignattatrici” – così si definiscono le appassionate di cosmetica casalinga – oggi ama infatti realizzare di persona creme, lozioni, smalti e lucidalabbra, scambiandosi ricette e consigli su blog e social media. Un’abitudine diffusa e apparentemente innocua, che però – avvisano gli esperti – può esporre a inutili rischi per la salute. Un buon esempio sono le creme solari: uno studio dei ricercatori del Nationwide Children’s Hospital di Colombus e dell’Università della Florida, ha messo alla prova le ricette più diffuse sulla rete, scoprendo che nella stragrande maggioranza dei casi il risultato è completamente privo di qualunque effetto schermante.

LEGGI – La bufala delle creme solari che aumentano il rischio di cancro

La ricetta corre su Pinterest

Lo studio, pubblicato sulla rivista Health Communication, si è concentrato su Pinterest, il social network per immagini che spopola tra gli amanti del fai da te per la facilità con cui si possono individuare e condividere ricette, tutorial e consiglio di ogni tipo. Navigando sul sito, i ricercatori hanno selezionato 189 ricette di creme solari (con una media di “pin”, ovvero di salvataggi, pari a 808, e un massimo di 21mila) e ne hanno messa alla prova l’efficacia. Parliamo di formulazioni che contengono ingredienti naturali come l’olio di cocco, l’olio d’oliva o la cera d’api, accompagnati in alcuni casi anche da sostanza chimiche comuni anche nei prodotti commerciali, come l’ossido di zinco o il biossido di titanio. In un terzo dei casi – notano gli autori dello studio – le ricette assicuravano anche l’affidabilità del risultato, quantificando il fattore di protezione anche fino a 50 fps (il livello consigliato per bambini, pelli chiare e prime esposizioni solari della stagione).

LA RUBRICA Fai una domanda alla dermatologa

LEGGI – Dalle Hawaii ai Caraibi: vietate le creme solari dannose per l’ambiente

Inutili contro i raggi Uv

Alla prova dei fatti, il 68% delle creme analizzate aveva una formulazione che non garantiva una protezione apprezzabile dagli effetti dei raggi Uva e Uvb. Abbastanza ovvio, a guardare la lista di ingredienti più comuni: gli oli vegetali come quello di cocco o di oliva forniscono infatti una bassissima, o persino assente, protezione dagli effetti dei raggi solari; e anche i filtri fisici usati nei prodotti veri e propri, come ossido di zinco e biossido di titanio, forniscono risultati deludenti se aggiunti a un miscuglio casalingo, perché è estremamente difficile assicurarsi di aver utilizzato le quantità necessarie, o di aver distribuito la sostanza in modo uniforme all’interno della crema. Insomma: usare una crema solare fatta in casa espone quasi sempre al rischio di una brutta scottatura. Un pericolo inutile, specie se a farne le spese è la pelle sensibile di un bambino. “Interne è un luogo meraviglioso per cercare ricette e ispirazioni per progetti di arte o artigianato, ma non è il posto dove cercare rimedi con cui garantire la propria sicurezza e quella dei nostri cari”, sottolinea Lara McKenzie, ricercatrice del Nationwide Children’s Hospital e coautrice dello studio. “Le creme solari fatte in casa, ad esempio, sono pericolose perché non offrono le garanzie di un prodotto commerciale, che deve seguire rigide norme di sicurezza, e viene sottoposto a test di efficacia prima di essere introdotto in commercio”.

LEGGI – Spray solari per bambini. Attenti alle sostanze vietate

L’allarme degli esperti italiani

Lo studio sulle creme solari è stato realizzato in America, è vero, ma anche il bel Paese non sembra immune al fascino del fai da te. È  degli scorsi giorni, ad esempio, un analogo allarme degli specialisti italiani, riuniti a Roma per il Congresso della Società Italiana di Medicina Estetica (Sime), che si sono detti estremamente critici riguardo alla recente moda della cosmesi casalinga. Senza i dovuti controlli – spiegano gli esperti – i cosmetici di ogni tipo possono presentare problemi di conservazione, stabilità, contaminazioni, e provocare allergie. “I cosmetici non sono più pozioni magiche – avverte Emanuele Bartoletti, Presidente della Società Italiana di Medicina Estetica – per complessità, studi scientifici e indicazioni possono quasi essere paragonati a un farmaco”.

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Occhio secco, casi in aumento anche acausa dell’inquinamento


“TRA i più ignorati e sottovalutati disturbi della società moderna”, è così che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito la patologia dell’occhio secco che in Italia colpisce il 90% delle donne in menopausa e il 25% della popolazione over 50. Questo mese il Centro Italiano Occhio Secco (Cios), la prima struttura completamente dedicata alla cura di questa patologia, in collaborazione con la Clinica Oculistica dell’Università dell’Insubria di Varese, promuove una campagna di screening gratuiti in diverse città italiane fino al 14 giugno. Ma perché l’occhio diventa secco? Aumento delle temperature ambientali, fumi e sostanze tossiche disperse nell’aria, troppe ore con lo sguardo fisso sul computer, uso improprio delle lenti a contatto, o anche utilizzo di alcuni farmaci: sono tutti fattori che colpiscono il sistema di difesa dell’occhio, per gran parte rappresentato da quello strato di lacrime che costantemente giorno e notte separano la superficie oculare dall’esterno.
 

L’importanza del film lacrimale

“La luce giunge all’occhio passando attraverso le lacrime”, spiega, infatti, Claudio Azzolini, direttore della Clinica Oculistica all’Università dell’Insubria di Varese. “La presenza di un buon strato di lacrime è fondamentale per consentire all’occhio di avere una buona vista. In caso contrario, la secchezza dell’occhio può portare a disturbi della vista, prurito, fastidio, sensazione di sabbia negli occhi”. La commissione internazionale del National Eye Institute, la società scientifica americana di oftalmologia, ha diviso la sindrome dell’occhio secco in due gruppi: ipolacrimie, caratterizzate da una ridotta produzione di lacrime e dislacrimie provocate, invece, da un’eccessiva evaporazione del film lacrimale. “Noi – spiega Azzolini – apriamo e chiudiamo le palpebre circa 1500 volte al giorno e con questo movimento, chiamato ammiccamento, ricambiamo in continuazione il film lacrimale, prodotto da numerose ghiandole, che ha la funzione di lubrificare e proteggere l’occhio”. Così, il film lacrimale formato da tre strati – lipidico, acquoso e mucinoso – viene distribuito uniformemente sulla congiuntiva e sulla cornea. “Qualsiasi sua alterazione – afferma Lucio Buratto, direttore scientifico del Centro Ambrosiano Oftalmico di Milano – ha un effetto sul funzionamento dell’occhio che senza questo liquido ha, infatti, difficoltà a muoversi. Per esempio, quando rimaniamo troppo tempo davanti al computer, tendiamo a sbattere le palpebre con una minore frequenza e questo può favorire la sindrome dell’occhio secco”.
 

Le grandi ondate di calore e l’inquinamento peggiorano i sintomi

“Ma – afferma Giuseppe Di Meglio, specialista del Cios – non è solo la tecnologia responsabile di questa sindrome, ma anche la presenza di un clima con scarsa umidità e le temperature elevate, aumentano e aggravano i sintomi dell’occhio secco”. Come ha sottolineato l’ultimo rapporto Global Change Research presentato a novembre 2018 (un rapporto richiesto ogni quattro anni dal governo degli Stati Uniti e realizzato da 13 Agenzie federali) il cambiamento climatico e l’aumento globale delle temperature hanno un effetto diretto sulla secchezza degli occhi. Senza sottovalutare l’inquinamento sia esterno sia interno: “Se da un lato – osserva, infatti, Di Meglio – lo smog e l’aumento della concentrazione delle polveri sottili nell’aria rompono il nostro film lacrimale e provocano spesso infiammazioni, dall’altro lato anche negli ambienti chiusi e poco ventilati si possono generare polveri, muffe e funghi microscopici pericolosi per la nostra salute. È utile, per esempio, pulire i filtri dei climatizzatori, così come seguire la regola del 20-20-20: ogni 20 minuti porre lo sguardo per 20 secondi su qualcosa almeno a 20 piedi da noi, cioè circa 7 metri”.
 

Depressione, insonnia e occhio secco

Gli occhi risentono del nostro stile di vita: fumo, alcol o una dieta sbilanciata possono favorire l’insorgenza di secchezza oculare. “Inoltre negli ultimi anni – osserva Azzolini – sono stati pubblicati molti studi epidemiologici che mostrano una correlazione tra depressione e sindrome dell’occhio secco”. I motivi non si conoscono, ma quel che è certo è che molti farmaci antidepressivi riducono la produzione di lacrime e favoriscono l’insorgenza dell’occhio secco. Anche l’insonnia è strettamente legata a questa patologia e si crea un vero e proprio circolo vizioso: “i frequenti risvegli causati dal dolore – afferma Di Meglio – portano insonnia, ma a sua volta l’insonnia peggiora la sindrome dell’occhio secco sia perché una riduzione del film lacrimale è conseguente alle poche ore di sonno, sia perché l’assunzione di farmaci per dormire ha come effetto collaterale l’ipolacrimazione”.
 

Come si cura

Fino ad oggi le “lacrime artificiali cioè colliri a base di sostanze che possiedono l’azione detergente, lubrificante e umettante delle lacrime naturali sono l’unico sostituto del film lacrimale”, spiega Buratto. Meglio quelli monodose che non contengono conservanti, per cui sono utilizzabili per lunghi periodi, ma c’è da dire che “l’uso inconsiderato di lacrime artificiali o altri colliri può essere causa di cheratiti o di forme di congiuntivite per cui è sempre bene rivolgersi al medico oculista per la giusta terapia”. Esistono, comunque, molti trattamenti che possono essere prescritti in base alla storia del malato e alla gravità della malattia, come i sostituti lacrimali biologici, la luce pulsata, il probing – che consiste nella pulizia delle ghiandole di Meibomio con un’apposita cannula – o l’occlusione dei puntini lacrimali.

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Le apnee notturne potrebbero aumentare il rischio di tumore, specie nelle donne


Chi soffre di Apnea ostruttiva del sonno ha una probabilità maggiore di ammalarsi di cancro, soprattutto se è donna. A dirlo è una ricerca pubblicata sulla rivista European Respiratory Journal. L’Apnea ostruttiva del sonno (OSA), nella quale le vie aeree si chiudono completamente o parzialmente molte volte durante il sonno, riduce i livelli di ossigeno nel sangue. Chi soffre di questo disturbo, che colpisce in media un adulto ogni dieci, russa, ha un sonno interrotto e quindi si sente spesso stanco. Il nuovo studio suggerisce che le persone che soffrono dell’occlusione delle vie aeree durante il sonno e i cui livelli di saturazione di ossigeno nel sangue scendono frequentemente al di sotto del 90% hanno maggiori probabilità di ricevere una diagnosi di tumore rispetto alle persone senza OSA.

Apnea ostruttiva e rischio tumore nelle donne

Non solo: lo studio, promosso dalla European Respiratory Society, ha anche rilevato che il cancro era più diffuso tra le donne con OSA rispetto agli uomini, anche dopo aver preso in considerazione fattori come età, indice di massa corporea (BMI), abitudine al fumo e consumo di alcol. “Recenti studi – spiega Athanasia Pataka, docente di medicina respiratoria presso l’Ospedale di Tessalonica in Grecia e principale autore dello studio – hanno dimostrato che bassi livelli di ossigeno nel sangue durante la notte e disturbi del sonno, che sono entrambi comuni in chi soffre di Apnea ostruttiva, possono giocare un ruolo importante nella biologia di diversi tipi di cancro. Ma quest’area di ricerca è molto nuova e gli effetti del genere sul legame tra OSA e cancro non sono stati ancora studiati in dettaglio”.

Lo studio

I ricercatori hanno analizzato i dati di 19.556 persone incluse nella banca dati europea sulle apnee notturne (ESADA), uno studio multicentrico internazionale che include pazienti con OSA, per esplorare il legame tra la gravità di questo disturbo, bassi livelli di ossigeno nel sangue e sviluppo del cancro. I partecipanti includevano 5.789 donne e 13.767 uomini in totale, che sono stati valutati anche per la loro età, indice di massa corporea, fumo e livello di consumo di alcol, poiché questi fattori possono influire sul rischio di sviluppare il cancro. Per valutare la gravità dell’OSA e il legame con lo sviluppo del cancro, i ricercatori hanno osservato quante volte i partecipanti hanno avuto una chiusura parziale o completa delle vie aeree durante il sonno e quante volte durante la notte i loro livelli di ossigeno nel sangue sono scesi al di sotto del 90%.

I risultati

Quando i ricercatori hanno analizzato nuovamente i dati in base al sesso dei partecipanti, hanno scoperto che le probabilità di diagnosi del cancro erano più alte nelle donne con OSA e che avevano una diminuzione maggiore dei livelli di ossigeno nel sangue durante il sonno rispetto alle donne senza OSA. Ma questa tendenza non si verificava quando si confrontavano uomini con Apnea ostruttiva rispetto a quelli che non soffrono di questo disturbo. E questo anche considerando altre variabili che potrebbero avere un impatto sul rischio di sviluppare il cancro, come l’Indice di massa corporea, l’età, il fumo e l’alcol. Per questo, i ricercatori hanno concluso che le donne con Apnea ostruttiva del sonno hanno maggiori probabilità di sviluppare il cancro rispetto agli uomini con OSA. Lo dimostrano i dati. Tra i partecipanti alla banca dati ESADA, 388 persone (2%) hanno ricevuto una diagnosi per cancro in stato avanzato. In questo gruppo c’erano 160 donne e 228 uomini, ovvero il 2,8% di tutte le donne e l’1,7% degli uomini con un’età media superiore ai 50 anni. Nelle donne il tumore riscontrato più frequentemente è stato il cancro al seno, mentre per gli uomini il cancro alla prostata.

I limiti dello studio

Anche se è stato condotto su un numero elevato di soggetti, gli stessi ricercatori ammettono che la loro analisi non ha tenuto conto di altri fattori che possono influenzare il rischio di cancro, come l’attività fisica dei partecipanti, il loro stato civile, il livello di istruzione e l’occupazione. Inoltre, hanno chiarito che i loro risultati non possono dimostrare che l’OSA provoca l’aumento del rischio di cancro, ma solo che esiste un’associazione tra le due cose e che sono necessarie ulteriori ricerche per capire come i sintomi di questo disturbo possano influenzare il cancro. Lo scorso anno un altro studio condotto da un gruppo della Facoltà di Medicina e Scienze della Salute dell’Università di Barcellona che è stato poi pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, aveva ipotizzato un legame tra questo disturbo del sonno e il carcinoma polmonare. Gli studiosi, attraverso un esperimento effettuato sui topi, avevano osservato che l’assenza di ossigeno mentre si dorme sarebbe un fattore in grado di accelerare la crescita di questo tipo di tumore nei più giovani.

Niente allarmismi, ma stile di vita sano per chi soffre di apnea notturna

Secondo una recente stima, in Italia sarebbero circa 6 milioni le persone in età lavorativa affette da Osa. Dovrebbero allertarsi? “Questo studio aggiunge informazioni importanti sul possibile legame tra l’apnea notturna e il rischio di sviluppare cancro e anche sulle potenziali differenze di genere”, chiarisce Anita Simonds, vicepresidente della European Respiratory Society che non è stata coinvolta nella ricerca. “Va chiarito, però, che la prevalenza complessiva del cancro era solo del 2%, quindi i pazienti con OSA non dovrebbero essere allarmati da questa ricerca. Ma i medici dovrebbero continuare a essere vigili quando valutano i pazienti con possibile OSA, specialmente tra le donne che possono presentarsi con sintomi meno comuni. A questi pazienti bisogna consigliare di aderire alla terapia e seguire uno stile di vita sano per gestire la loro condizione in modo più efficace, anche essendo fisicamente attivi, raggiungendo il peso corporeo ideale, limitando l’uso di alcool e non fumando”. Concorda anche Pataka che dichiara: “I classici sintomi dell’OSA come sonnolenza, russamento e arresto della respirazione durante la notte sono riportati più frequentemente negli uomini, mentre altri sintomi meno noti come affaticamento, insonnia, depressione e mal di testa mattutino sono più comuni nelle donne. Quindi i medici dovrebbero essere più attenti nel valutare le loro pazienti di sesso femminili per fare una corretta diagnosi di Apnea ostruttiva del sonno”.

 


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Il paradosso dell’invidia: si scatena di più per qualche cosa deve ancora accadere


“L’ATTESA del piacere è essa stessa il piacere”, così recitava il filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing. E come dargli torto? Basta pensare alla gioia che proviamo quando prenotiamo un viaggio, o, più semplicemente, agli eccitanti istanti prima che cominci il concerto del nostro cantante preferito. E anche la Scienza è d’accordo: secondo alcune ricerche, infatti, proviamo emozioni più intense per esperienze future, piuttosto che per cose che abbiamo già fatto, ovvero ricordi che, seppur belli, sono ormai parte del nostro passato. Ma se a prenotare quel viaggio, o ad andare a quel concerto fosse un nostro amico? Probabilmente proveremmo invidia. E sembra che anche in questo caso il discorso non cambi: proviamo più invidia per eventi che accadranno nel futuro, piuttosto che per esperienze fatte da altri nel passato. A sostenerlo è un studio appena pubblicato su Psychological Science, che dimostra come si tratti di un un sentimento che si spegne in fretta.

Passato e futuro

Per capire se anche per l’invidia potesse valere lo stesso discorso che per altri sentimenti, i ricercatori hanno coinvolto 620 partecipanti a cui è stato chiesto di immaginare che un caro amico avesse avuto esperienze o cose, come un’automobile da sogno o una promozione al lavoro, che anche loro avevano desiderato fortemente. Ad alcuni volontari è stato chiesto poi di pensare a come si sarebbero sentiti nei giorni e nelle settimane precedenti il verificarsi degli eventi fortunati dell’amico e ad altri, invece, di immaginare a come si sarebbero sentiti nei giorni e nelle settimane successivi.

Dalle risposte, i ricercatori hanno osservato che il fattore tempo era fondamentale: i partecipanti, infatti, hanno valutato le esperienze positive vissute dall’amico come meno invidiabili dopo che erano accadute rispetto a prima che accadessero. Per confermare questi risultati, il team ha successivamente esaminato i sentimenti di invidia riportati dai partecipanti durante il mese di febbraio, pensando agli appuntamenti romantici che i propri pari stavano organizzando per San Valentino. In linea con i dati del primo esperimento, è emerso che questo sentimento è aumentato con l’avvicinarsi del 14 febbraio, per poi diminuire il giorno seguente.

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Il paradosso dell’invidia

È interessante vedere, raccontano i ricercatori, come i sentimenti di invidia evolvano nel tempo: se da una parte, infatti, l’invidia per eventi futuri genera frustrazione e astio, dall’altra svanisce in fretta, trasformandosi in sentimenti più costruttivi, come motivazione e ispirazione. “La ricerca dimostra che gli eventi che possono suscitare invidia perdono potere una volta che sono passati”, spiega l’autore della ricerca Ed O’Brien dell’Università di Chicago. Dato, raccontano i ricercatori, da tenere ben presente in relazione all’uso sempre crescente dei social media, in cui si fa un continuo confronto con gli altri. “Più di 500 milioni di persone usato quotidianamente i social media come Facebook, in cui si diventa spettatori dei momenti più belli degli altri”, concludono i ricercatori. “Ma potrebbe esserci una sottile differenza nei tempi di condivisione di foto e informazioni: un conto è leggere un aggiornamento di stato come “Valigia per Maui fatta!”, e un conto è leggere “Tornato a casa”. C’è qualcosa di paradossale nelle nostre reazioni ad affermazioni di persone che ottengono ciò che desideriamo: feriscono meno se lo hanno già conquistato”.

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Doctor House: un linfonodo ingrossato. Che cosa avrà Andrea?



Andrea frequenta la prima elementare e gli piace molto andare a scuola. O forse dovremmo dire gli piaceva molto andare a scuola perché negli ultimi mesi purtroppo ha saltato diverse lezioni: prima la bronchite, poi la gastroenterite e infine l’influenza. Ora ci risiamo: neanche una settimana tra i banchi e Andrea non sta di nuovo bene. Infatti, la mamma nota una piccola tumefazione dura sul collo del figlio, a sinistra. E poche ore dopo compare anche una lieve alterazione della temperatura, comunque inferiore ai 37.5°C. Perciò, preoccupata per tutte queste malattie, decide di andare dal pediatra prima di portare il bambino a scuola. Così Andrea, già con la divisa scolastica e lo zainetto sulle spalle, si presenta con la madre nello studio del dottore. Il bambino appare un po’ pallido, occhi cerchiati, ma il resto dell’esame obiettivo sembra a posto. Eccetto per quel grosso linfonodo, di circa 2.5 cm, duro ma non dolente in regione laterocervicale posteriore a sinistra e per un paio di linfonodi un po’ aumentati di dimensioni, lì vicino. Il pediatra sospetta una forma di faringite streptococcica, perché nei giorni scorsi ha visitato tanti compagni di Andrea con febbre e mal di gola, risultati poi positivi al tampone faringeo.

«Andrea non ha mal di gola come i suoi compagni, ma si sente solo più stanco e debole del solito.

Gioca un po’ con il nostro gatto, ma la maggior parte del tempo vuole stare a letto», risponde la mamma, che comunque acconsente a far sottoporre Andrea all’esame. «Esito negativo: Andrea non ha l’infezione streptococcica. Ma è meglio qualche giorno di riposo ancora a casa. Lo ricontrolliamo tra 5-6 giorni». E dopo 5 giorni, Andrea torna dal pediatra perché febbricola, stanchezza e cefalea continuano e i linfonodi sono sempre un po’ ingrossati. «Meglio approfondire», dice il pediatra, che prescrive ad Andrea degli esami ematici e una ecografia del collo. Ecco i primi risultati: emocromo e transaminasi normali, PCR lievemente alterata.

segretario nazionale Sip

Andrea potrebbe aver contratto la Malattia da graffio di gatto Fernando Agrusti

Mononucleosi?, Dennis Linder

Malattia da graffio di gatto. dott Roberto Polisca

Potrebbe trattarsi di TOXOPLASMOSI. Michele Rubertelli

toxoplasmosi.Vanda Binello

Andrea ha una malattia da graffio di gatto. Claudio Petrillo 

Bartonellosi, malattia da graffio di gatto Dott. Giancarlo Majorano

Il piccolo Andrea ha la malattia di graffio di gatto Bruno

Linfoma di Hodgkin Simone

Infezione da EBV o Toxoplasmosi visto il contatto con il gatto di casa Maria Gabriella Maquignaz MAP della Valle di Aosta Inviato da iPhone

 

 

Obesità, stimolazione cerebrale riduce il desiderio di cibo


LA STIMOLAZIONE magnetica transacranica, una tecnica indolore e non invasiva da qualche anno già usata per la cura di malattie come la depressione maggiore e le dipendenze, funziona anche per ridurre il desiderio di cibo nei pazienti obesi. Lo conferma uno studio pubblicato su Diabetes,Obesity and Metabolism  e realizzato da un gruppo di ricerca dell’IRCCS Policlinico San Donato di Milano. L’indagine, che ha coinvolto  circa 50 adulti sottoponendoli a 15 sedute di stimolazione tre volte alla settimana per 5 settimane, ha riscontrato nei pazienti trattati  una riduzione dell’indice di massa corporea dell’8,4%  e uno stacco di quasi nove chili tra loro e il gruppo di controllo. Un risultato significativo, secondo gli autori,  e duraturo anche, visto che si è mantenuto nel corso di un anno di follow up. Tutto questo perché la stimolazione cerebrale riesce a ridurre il desiderio di cibo.

Senza dolore

La stimolazione magnetica transcranica profonda è una procedura non invasiva e indolore che si somministra facendo indossare al paziente  una sorta di casco leggero che dall’esterno applica una sollecitazione elettromagnetica a differenti regioni del cervello, corticali e subcorticali. É già utilizzata per modulare il sistema dopaminergico in malattie neuropsichiatriche come la depressione maggiore e le dipendenze da nicotina, alcol e cocaina. “La nostra ipotesi – ragiona Livio Luzi, responsabile dell’area di Endocrinologia e Malattie Metaboliche del San Donato e ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano che ha guidato il gruppo di ricerca – era che si potesse usare anche per ridurre il desiderio di cibo, supportando così le terapie comportamentali ‘classiche’ per la perdita di peso, incentrate sull’attività fisica e la dieta” .

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Emergenza globale e sfida cruciale

“L’obesità – continua Luzi – è un’emergenza globale e fornire una terapia non invasiva ai soggetti obesi è una sfida cruciale, anche dal punto di vista sociale, sia per il numero di vittime, in crescita costante, sia per i significativi costi che la complessità di questa patologia e delle patologie correlate rappresentano per la comunità –– (…) I risultati stabiliti in quest’ultima pubblicazione ci rendono fiduciosi nell’auspicare che questa terapia, facilmente somministrabile e sicura per i pazienti, diventi in un prossimo futuro una terapia d’elezione per l’obesità”. “Sappiamo – ha aggiunto l’esperto – che la fame è regolata da fattori legati alle nostre scelte e al nostro metabolismo ma sappiamo anche che nei comportamenti alimentari anomali sono implicate alcune disfunzioni nei circuiti cerebrali della  ricompensa, che sono modulati dalla dopamina”.  

Prevenzione negli adolescenti

Per gli autori lo studio rappresenta il punto di partenza di un approccio “altamente innovativo, non farmacologico, non invasivo, a basso costo e ripetibile nel tempo per trattare le persone obese”. Ma non solo questo, in un futuro non lontano questa tecnica di stimolazione profonda potrebbe essere applicata – dicono – anche per prevenire lo sviluppo dell’obesità nella fascia di età più a rischio, cioè gli adolescenti. “Il nostro gruppo di ricerca –  conclude Luzi – è infatti impegnato a sperimentare anche altri tipi di stimolazione cerebrale ancora più agevoli da utilizzare, ad esempio micro-correnti elettriche, sempre volte a modulare, in modo non invasivo, i circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione della fame sia metabolica sia voluttuaria”.  

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