Category Archive SALUTE E BENESSERE

Dal colore di Nefertiti un aiuto per la ricerca biomedica


CHIUNQUE abbia visto anche solo in fotografia il celebre busto di Nefertiti, esposto all’Altes Museum di Berlino, ricorda certamente il particolare azzurro del suo copricapo. E ora quel colorante antichissimo, utilizzato già 2500 anni prima della nostra era, arriva in aiuto alla scienza. Partendo da quel particolare azzurro, fatto da un composto di silicato di calcio e rame i ricercatori dell’università tedesca di Gottinga sono riusciti a produrre un nanomateriale utilizzabile per indagini microscopiche e spettroscopiche a infrarossi NIR, una particolare lunghezza d’onda che permette di esaminare nel dettaglio minuscoli campioni biologici
Il blu Nefertiti, infatti, è un ottimo emettitore di luce e può essere usato per macchiare piccolissimi campioni di materiale, in modo da farli risaltare con una risoluzione migliore. L’idea di realizzare lo studio pubblicato on line su Nature, che ha come primo firmatario un giovane ricercatore italiano, Gabriele Selvaggio, è nata per caso, quanto i ricercatori hanno messo sotto il microscopio un campione etichettato con quel particolare blu e si sono resi conto che l’inchiostro risaltava in modo imprevisto.  

LEGGI Il giallo di Nefertiti

 

 

 Il fatto che oggetti antichissimi non abbiano perso il loro colore è la migliore conferma della stabilità del composto. E dato che sono pochissimi i coloranti utilizzabili in condizioni così estreme, i ricercatori hanno provato a ridurre le particelle blu in sfoglie di dimensione nanometrica centomila volte più sottili di un capello – provando a utilizzarle per migliorare la definizione di campioni biologici. E con ottimi risultati: si è visto che anche alle più piccole dimensioni il colorante mantiene le proprie caratteristiche, che permettono a esempi o di esaminare embrioni di moscerini drosofila, utilizzati come modelli animali in molte ricerche. Inoltre i test eseguiti mostrano che può essere utilizzato in organismi viventi senza danneggiarli: due caratteristiche che ne fanno una risorsa preziosa per studiare sistemi biologici complessi. 
 

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Allergie alimentari nei bambini: no al fai da te nella dieta


A VOLTE SI ESAGERA e si prendono iniziative inutili. Come quella di eliminare dalla dieta dei bambini uno o più alimenti per verificare se c’è un’allergia. Una tendenza sempre più diffusa ma del tutto immotivata. Infatti, se alcuni studi stimano una prevalenza di allergia alimentare in età pediatrica fino al 20%, in base al test di provocazione con l’alimento sospetto che fino ad oggi è il criterio diagnostico più attendibile, il dato più realistico è quello compreso tra lo 0,5% ed il 5%. Gli esperti spiegano quali sono gli alimenti allergizzanti, quando vanno introdotti e come provare a superare la reazione allergica.

Gli alimenti a rischio allergia

Otto alimenti causano il 90% delle allergie nei bambini. Latte e uova, nei primi anni di vita. Grano, arachidi, soia, frutta a guscio, crostacei e pesce, nelle fasi della crescita. Negli anni ‘80 e ‘90 si pensava che l’assunzione precoce, nei primi mesi di vita, degli alimenti “allergenici” potesse favorire la sensibilizzazione e il successivo sviluppo di allergie alimentari. Perciò, i pediatri, nello svezzamento, ritardavano l’introduzione degli alimenti ritenuti allergizzanti. Questa strategia preventiva si è dimostrata non solo inefficace, ma forse addirittura dannosa perché vari studi hanno dimostrato che ritardare l’introduzione degli alimenti solidi oltre il 6° mese di vita non previene l’allergia alimentare anzi può favorirla. “In quest’ottica – spiega Giuseppe Pingitore, allergologo pediatrico e coordinatore regione Lazio dell’Associazione Allergologi Immunologi Italiani Territoriali ed Ospedalieri (Aaiito) – gioca un ruolo fondamentale l’allattamento al seno, la cui durata ottimale dovrebbe essere prolungata, laddove possibile, almeno per i primi 6 mesi di vita e, in ogni caso, non sospeso durante tutto il periodo dello svezzamento, da iniziare tra il 4° e il 6° mese di vita”.

Quando introdurre il latte vaccino e le uova

E allora quando va introdotto il latte vaccino? Fino al 2014 si raccomandava, al posto del latte materno, l’utilizzo di formule lattee a ridotta allergenicità, ma recentemente queste raccomandazioni sono state messe in discussione. Oggi, sia nei casi di mancanza del latte materno sia al momento dello svezzamento, gli esperti consigliano di ricorrere alle normali formule derivate dal latte vaccino. E’ cambiata anche la tabella di marcia per l’introduzione delle uova. “Fino a pochi anni fa – prosegue Pingitore – venivano introdotte nella dieta del lattante con grande cautela: non prima dei 6-7 mesi il tuorlo, e non prima dell’anno l’albume. Numerosi studi hanno mostrato come sia più vantaggiosa, ai fini della riduzione del rischio di comparsa di allergia all’uovo nei mesi successivi, un’introduzione precoce, cioè tra il 4° e il 6° mese di vita”. L’unica situazione che richiede una certa prudenza riguarda il bambino affetto da dermatite atopica medio-grave: in questi casi l’introduzione dell’uovo deve essere preceduta da una valutazione allergologica che escluda l’esistenza di una sensibilizzazione verso le proteine dell’uovo, potenzialmente pericolosa al momento dell’assunzione dell’alimento.

Il caso arachidi

Gli esperti ritengono che una precoce introduzione delle arachidi possa ridurre il rischio di sviluppo di allergie. Nonostante si tratti di un alimento poco usato nei primi anni di vita nei paesi non-anglosassoni, è quello che ha raccolto le evidenze maggiori circa l’utilità di una precoce introduzione nella dieta del lattante per ridurre il rischio di comparsa di allergia all’arachide. “Nei lattanti ad alto rischio, affetti da dermatite atopica grave, allergia all’uovo o entrambe – chiarisce l’esperto – è raccomandata l’introduzione delle arachidi durante lo svezzamento (tra il 4° e l’11° mese di vita), sotto forma di burro, crema, granulato”.

No alle diete di eliminazione fai da te

Molti genitori quando vedono dei sintomi che non sanno ricondurre ad altre patologie, pensano che possa trattarsi di allergia alimentare. E la tendenza sempre più diffusa è quella di imporre ai bambini una dieta di eliminazione su iniziativa dei genitori. “Capita ancora troppo spesso – spiega Carmen Montera, allergologa pediatrica e segretario del consiglio direttivo di Aaiito – che un bambino venga sottoposto ad una dieta di eliminazione in base al semplice sospetto clinico, ad una positività al prick test, o al valore elevato di IgE specifiche sieriche. Nella pratica clinica, però, il percorso diagnostico-terapeutico specialistico dovrebbe essere avviato solo a fronte di una anamnesi puntuale”. Una posizione ribadita anche da Riccardo Asero, presidente Aaiito: “Nelle allergie alimentari dell’età pediatrica conoscere ed attuare le procedure diagnostiche essenziali e darne una corretta interpretazione è una priorità non solo scientifica ma anche etica perché le decisioni che ne conseguono possono influenzare le abitudini e la qualità della vita sia del paziente che dei famigliari, condizionandole in modo sostanziale e per un tempo indeterminato”.

La desensibilizzazione agli alimenti

L’eliminazione totale dell’alimento allergizzante non è l’unica strada percorribile. Si sta facendo strada, infatti, la Desensibilizzazione Orale Per Alimenti (Dopa), una tecnica sperimentale che riesce a indurre la tolleranza alimentare tramite la somministrazione graduale e progressiva di un alimento. “In passato l’unico approccio terapeutico alle allergie alimentari del bambino era l’eliminazione assoluta dell’alimento dalla dieta – spiega Pingitore. “In questo modo, da una parte si ‘congela’ il problema nel tempo, d’altra parte si espone il bambino al rischio di gravi reazioni che si potrebbero verificare anche per minime quantità di alimento assunto erroneamente. Oggi, la sfida nel trattamento delle allergie alimentari è rappresentata dalla Desensibilizzazione Orale per Alimento, una procedura che consiste nella somministrazione dell’alimento ‘incriminato’ iniziando con dosi molto basse e aumentandone lentamente e progressivamente le quantità; questo tipo di approccio è praticabile, da un’equipe medica esperta solo in un ambiente idoneo ad affrontare eventuali reazioni”.

Dall’allergia alla tolleranza

La Dopa, al momento ancora sperimentale, oltre a consentire in molti casi di “tollerare” l’alimento sotto altra forma (molti bambini tollerano il latte e l’uovo sotto forma di prodotto da forno, o semplicemente cotti), permette di aumentare progressivamente la quantità di alimento tollerata dal bambino. Questo comporta un miglioramento della qualità della vita del bambino e della famiglia, terrorizzati da possibili reazioni che possano verificarsi per assunzioni inconsapevoli di piccole quantità dell’alimento, considerando anche i tanti momenti della vita quotidiana (scuola, attività sportiva, gite scolastiche, feste) in cui può mancare un controllo da parte dei genitori.

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Coronavirus, in laboratorio sopravvive nell’aria fino a tre ore. Cosa fare negli ambienti chiusi


Pensavamo che il virus sopravvivesse nell’aria solo pochi minuti. I nuovi dati ci invitano a un po’ più di cautela. Il primo esperimento con l’attuale coronavirus, per capire qual è la sua sopravvivenza al di fuori dell’organismo, è stato condotto dagli scienziati del laboratorio di virologia del National Institute of Allergy and Infectious Diseases: l’Istituto americano per le malattie infettive. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, una rivista scientifica, il 17 marzo. Spruzzato in aerosol in condizioni di laboratorio, il coronavirus sopravvive fino a tre ore. Tra il momento in cui viene nebulizzato e lo scadere delle tre ore, la sua quantità si è ridotta molto (diventa la metà nel giro di un’ora). Ma la sopravvivenza resta comunque superiore alle nostre previsioni. Finora le stime si basavano sull’esperienza di altri virus che si trasmettono da una persona all’altra a bordo di goccioline (droplets) emesse respirando, parlando, tossendo o starnutendo, che decadono negli giro di pochi secondi.

Resta valida la distanza di sicurezza di 1-1,5 metri, portata che in genere uno starnuto o un colpo di tosse non superano. “Ma in una stanza in cui resti a lungo una persona infetta, il suo respiro continua a concentrare particelle virali nell’aria. In ambienti affollati e chiusi, anche quando si rispetta la distanza di un metro, sarebbe bene aprire la finestra” spiega Carlo Federico Perno, virologo dell’università di Milano.

Carlo Signorelli, professore di Igiene al San Raffaele di Milano, si chiede se questa nuova osservazione possa avere delle implicazioni sugli impianti di aerazione degli ospedali, soprattutto quelli di vecchia data. “In ambienti dove si concentrano molti malati, potrebbe rendersi necessario sterilizzare in qualche modo l’aria che passa nei condotti, per evitare che vi si accumulino quantità di virus che possono essere rischiose”.

Non è una certezza, solo un’ipotesi, che era stata avanzata anche nel caso della nave da crociera Diamond Princess, attraccata a febbraio per la quarantena a Yokohama, e dove l’epidemia era dilagata a causa dei molti malati concentrati in spazi angusti e, almeno in teoria, segregati nelle cabine. “Avanzare una supposizione di questo tipo è facile, dimostrarla è molto più arduo, ma ci stiamo ponendo il problema” spiega Signorelli.


 
E al di fuori degli ospedali? L’attenzione per gli ambienti chiusi vale per le persone che restano in casa, se un membro della famiglia è positivo. Negli ascensori, dove non si dovrebbe entrare più di uno alla volta. “Altrimenti sarebbe difficile perfino rispettare la distanza di un metro”, sottolinea Signorelli. Negli ambienti affollati: “Lì, non all’aperto, può aver senso indossare la mascherina”, suggerisce Perno. Che conclude: “Per quanto riguarda le condutture, dalle quali sappiamo che possono dipendere le epidemie di legionella, normalmente nelle case non ci sono. Ma potrebbero essere installate in alcuni luoghi di produzione, dove si usano impianti di condizionamento centralizzati”.
 

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Coronavirus: dall’Olanda il farmaco per neutralizzarlo


E’ pronto il primo farmaco specializzato per aggredire il coronavirus Sars-CoV2. E’ un anticorpo monoclonale, specializzato nel riconoscere la proteina che il virus utilizza per aggredire le cellule respiratorie umane. La ricerca è pubblicata sul sito BioRxiv dal gruppo dell’Università olandese di Utrecht guidato da Chunyan Wang. I ricercatori hanno detto alla Bbc che saranno necessari mesi prima che il farmaco sia disponibile perché dovrà essere sperimentato per avere le risposte su sicurezza ed efficacia.

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Legandosi alla proteina “spike”, che si trova sulla superficie del coronavirus Sars-CoV-2, l’anticorpo monoclonale le impedisce di agganciare le cellule e in questo modo rende impossibile al virus di penetrare al loro interno per replicarsi. Per questo motivo i ricercatori sono convinti che l’anticorpo ha delle potenzialità importanti “per il trattamento e la prevenzione della Covid-19”.

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Al momento gli unici farmaci utilizzati sono stati sintetizzati per curare altre malattie, ad esempio l’antireumatico e quelli anti-Aids. Si lavora intanto su più fronti, dalla possibilità di utilizzare il plasma delle persone guarite all’uso sperimentale di farmaci nati per altre malattie. Dalla Francia sono invece arrivate serie perplessità sui farmaci anti-infiammatori e un chiaro invito a non assumere ibuprofene.

Lascia sperare la possibilità di utilizzare il plasma di pazienti guariti dalla Covid-19, con alti livelli di anticorpi: è l’obiettivo del protocollo firmato in Italia da alcuni centri regionali con capofila il Policlinico San Matteo di Pavia. Per le infusioni di plasma ai malati si attende adesso il via libera dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).

 

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Coronavirus, l’editoriale di Lancet: l’Europa ha fatto “troppo poco e troppo tardi”


ROMA – Brava la Cina, bocciata l’Europa. L’editoriale di Lancet, prestigiosa rivista scientifica inglese di ambito medico, punta il dito contro il Vecchio continente che, probabilmente, ha fatto “troppo poco e troppo tardi” per contenere l’epidemia del virus Sars-CoV-2, a differenza della Cina che invece ha messo in atto “il più ambizioso agile e aggressivo sforzo mai visto nella storia” contro l’epidemia. L’editoriale, non firmato, esorta i governi ad una azione più decisa anche sul fronte delle restrizioni alle libertà personali.

Il successo della Cina, scrive la rivista, è dovuto soprattutto a un sistema amministrativo forte che può mobilitarsi in caso di minaccia, combinato con il pronto accordo della popolazione cinese ad obbedire a procedure di salute pubblica stringenti. “Anche se altre nazioni non hanno la politica basata sul comando e il controllo che ha la Cina – scrive la rivista -, ci sono delle lezioni importanti che i presidenti e i primi ministri possono imparare dall’esperienza cinese. I segni sono che queste lezioni non sono state apprese”.

Fino a questo momento, scrive sempre la rivista, le evidenze suggeriscono che lo sforzo colossale del governo cinese ha salvato migliaia di vite. I paesi ad alto reddito che ora affrontano l’epidemia devono prendere rischi calcolati e agire in maniera più decisa. Devono abbandonare la paura delle conseguenze economiche e politiche a breve termine che possono seguire la restrizione delle libertà personali come parte di misure di controllo più decise”.

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Non sto + nella pelle, il melanoma in 12 puntate sul web


Monica Forchetta ha 37 anni, nel 2013 ha avuto una diagnosi di melanoma metastatico al IV stadio e oggi è in remissione, grazie a una terapia a bersaglio molecolare che sta seguendo da 7 anni. Dallo scorso 26 gennaio conduce una volta al mese “Non sto + nella pelle“, un programma web (o meglio un webinair – letteralmente un seminario online, dalla fusione dei termini inglesi web e seminar) sulla sua malattia. Le puntate sono trasmesse in diretta streaming sul sito dell’Associazione Pazienti Italiani Melanoma (APaIM), di cui Forchetta è fondatrice e presidente, e sono pubblicate in seguito sulle piattaforme social. Sono in tutto 12 appuntamenti, previsti per la penultima o l’ultima domenica di ogni mese (qui il calendario). “Si tratta del primo webinair sul melanoma condotto da una paziente, e in realtà è più di un webinair”, spiega Forchetta: “Non sto + nella pelle è infatti una serie di trasmissioni in diretta web realizzate in uno studio televisivo della durata di circa un’ora, che danno la possibilità a chi è collegato di intervenire da remoto”. La partecipazione è libera e gratuita: è sufficiente iscriversi sul sito APaIm, lasciando il proprio indirizzo email.
 

Una puntata, un argomento

Ogni puntata affronta un argomento specifico. Nella prima, che è andata sul web il 26 gennaio scorso, si è parlato degli aspetti generali del melanoma, come il numero di persone colpite e i fattori di rischio. Nel corso del secondo appuntamento, onweb domenica 1 marzo, verrà affrontata la terapia adiuvante. “Il format – riprende la conduttrice – prevede sempre la presenza in studio di un medico esperto di melanoma che fa parte del nostro team scientifico multidisciplinare, composto da oncologi, chirurghi, dermatologi, nutrizionisti e psiconcologi di grande esperienza sulla malattia”.
 

Risposte in diretta

Nella prima parte della puntata l’esperto introduce il tema del giorno e lo affronta con rigore scientifico, ma anche con un linguaggio molto semplice e diretto. La seconda parte è riservata alle risposte degli utenti: “Le domande che arrivano in diretta vengono selezionate, perché sono tante e non riusciamo a dare a tutte una risposta in quello spazio. Ma – assicura Forchetta – chi non avrà avuto la sua risposta nel corso della trasmissione, la avrà sul sito”. Il programma si chiude con “La bacheca delle emozioni”, è dedicata a un paziente che racconta la sua storia.
 

Un format per tutti

“È un format pensato per i pazienti e per chi si occupa di loro, ma anche per la popolazione in generale perché diamo tante informazioni sui fattori di rischio e sulla prevenzione del melanoma, argomenti che possono riguardare tutti”, spiega Forchetta. L’incidenza del melanoma è infatti aumentata del 4% l’anno nell’ultimo ventennio: nel 2019 ci sono stati 13mila nuovi casi in Italia, e oggi si contano 160mila persone che convivono con una diagnosi di melanoma nel nostro paese. “Il progetto – conclude Forchetta – nasce da un’idea di William Angiuli, attore e regista, che mi affianca nella realizzazione del programma insieme a Rossana Peritone, figlia di un paziente e mia assistente, è realizzato grazie al sostegno di quattro aziende farmaceutiche e con la produzione di Visionfilm. Un immenso grazie va ai collaboratori Marco Onganìa e Massimo Pozzi”.

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Coronavirus: due cure sperimentali. E l’attesa per il vaccino


CONTRO il nuovo Coronavirus SarsCoV2, non esistono al momento terapie specifiche, ma solo cure sperimentali. E mentre si assiste ad un aumento dei casi nel mondo, inclusa l’Italia, è corsa per la messa a punto di un vaccino. Al momento non ci sono dunque cure mirate: la malattia si tratta come i casi di influenza. Nei casi più gravi, ai pazienti viene praticato il supporto meccanico alla respirazione. Sulla base dei dati disponibili, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha suggerito una terapia antivirale sperimentale, correntemente utilizzata anche all’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma.

Tale terapia è basata su due farmaci: il lopinavir/ritonavir, un antivirale utilizzato per l’infezione da HIV e che mostra un’attività antivirale anche sui coronavirus, ed il remdesivir, un antivirale già utilizzato per la malattia da Virus Ebola e potenzialmente attivo contro l’infezione da nuovo coronavirus. Questi farmaci sono stati utilizzati anche per trattare i due coniugi cinesi (dei quali l’uomo è risultato nei giorni scorsi negativo e dunque guarito) ed il ricercatore italiano, anch’egli guarito, ricoverati allo Spallanzani.

“Tali farmaci – spiega l’Istituto – sono indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come i più promettenti sulla base dei dati disponibili”. In Cina, buoni risultati ha dimostrato pure una terapia che utilizza il plasma dei pazienti guariti ed uno dei malati di Covid-19, curato appunto con il plasma sanguigno raccolto da persone guarite, è stato dimesso nei giorni scorsi dall’ospedale della città-focolaio di Wuhan. In Cina, altri 10 pazienti saranno sottoposti a questa cura, mentre le autorità chiedono a un maggior numero di soggetti guariti di donare il proprio plasma. Intanto, passi avanti si stanno facendo anche sul fronte del vaccino, per la cui disponibilità si dovrà comunque ancora attendere vari mesi. Un primo gruppo di vaccini contro il coronavirus ha infatti prodotto anticorpi consentendo l’avvio di test sugli animali, ha annunciato il vice direttore del Dipartimento di Scienza e Tecnologia dello Zhejiang, Song Zhiheng. “Dato che lo sviluppo dei vaccini richiede un lungo ciclo, dobbiamo rispettare le regole scientifiche e portare avanti ricerche attente e sicure”, ha aggiunto Song. Le analisi sul virus e lo sviluppo del primo gruppo di vaccini sono stati condotti dalla Westlake University di Hangzhou e dal laboratorio provinciale di biologia.

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Cadute rischiose per 100 mila anziani all’anno a causa del cuore


Frequenti e rischiose, le cadute sono una delle maggiori minacce per la salute degli anziani. Il problema riguarda ben 5 milioni di over 65 ogni anno e spesso avvengono in modo inspiegabile e senza che l’anziano ricordi nulla. Sono queste le cadute più insidiose, perché causate da una perdita di coscienza collegata a un problema del cuore, e solo in Italia sono circa 100 mila ogni anno. A spiegarlo sono gli esperti riuniti a Roma per il Congresso di Cardiologia Geriatrica, co-organizzato dalla Fondazione Internazionale Menarini.

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Nel 5-10% dei casi le cadute si traducono in fratture, traumi cranici e ferite che possono essere accompagnate anche da ansia e depressione. Nella maggior parte dei casi dipendono dalla perdita di equilibrio, da alcuni tipi di farmaci assunti, da ostacoli presenti in casa o da una scarsa illuminazione. Tuttavia il 30% degli anziani arriva in pronto soccorso per una caduta non spiegata e, in questo caso, nella metà dei casi la ragione è una sincope dovuta a motivi cardiovascolari.

Individuare questi soggetti è il compito delle “Unità di Sincopi e Cadute” nei pronto soccorso. Insieme all’Irlanda, l’Italia è stata il primo Paese europeo ad attivarle in 4 città: a fare da apripista è stato l’Ospedale Careggi di Firenze. “Qui gli anziani – spiega Andrea Ungar, responsabile della Falls and Syncope Unit del Careggi – grazie a un team composto da geriatra e cardiologo vengono sottoposti a numerosi esami per verificare se, all’origine della caduta c’è un’alterazione del ritmo cardiaco o una cardiopatia strutturale. La valutazione da parte del ‘team anti-caduta’ può dimezzare il rischio di ricoveri successivi, con una riduzione dei costi sanitari che arriva a oltre un terzo”.


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Nanodispositivi impiantabili contro l’epilessia – la Repubblica


DARE energia al cervello per gestirne gli eccessi elettrici che provocano le crisi epilettiche. E fornirla direttamente in profondità, solamente a piccole popolazioni di neuroni, e in quantità sufficiente ma non eccessiva per non alterare il funzionamento del resto del cervello. Ciò che oggi sembra fantascienza, tra una decina di anni potrebbe diventare routine clinica. Nuovi dispositivi di dimensioni nanometriche potrebbero venire impiantati nei soggetti epilettici resistenti ai farmaci eliminando le crisi in maniera definitiva e meno drastica della rimozione chirurgica di parte del tessuto nervoso. È questo l’ambizioso obiettivo del progetto IN-FET (Ion Neuromodulation for Epilepsy Treatment cioè neuromodulazione ionica per il trattamento dell’epilessia) presentato ufficialmente in questi giorni e del quale la Sissa di Trieste sarà centro di riferimento. Finanziato dalla Commissione Europea con oltre tre milioni di euro, il progetto si inserisce nel programma “Future Emerging Technologies” per sostenere ricerche di frontiera le cui ricadute possano essere di grande impatto sulla scienza e la società. E coinvolge, oltre all’istituto triestino, il consorzio interuniversitario per la Nanoelettronica formato dalle Università di Modena-Reggio Emilia e di Udine, le università di Ginevra, di Sheffield e le aziende Ibm e Multi Channel Systems.

L’epilessia colpisce più di 50 milioni di persone nel mondo – circa 550 mila in Italia – ed è una delle malattie neurologiche più frequenti. Nonché, fin dall’antichità, motivo di stigma sociale a causa delle periodiche crisi che causano perdita di coscienza, spasmi motori, alterazioni sensoriali, caduta o stato di assenza. I trattamenti farmacologici funzionano e sono largamente utilizzati ma in circa un terzo dei soggetti si rivelano inefficaci. In questi casi il ricorso alla chirurgia permette di guarire definitivamente o comunque di ridurre in misura considerevole il numero di crisi. “Tuttavia, si tratta di una procedura piuttosto invasiva che prevede la rimozione di una parte del tessuto cerebrale e dunque la possibile compromissione di altre funzioni” spiega Michele Giugliano, direttore del laboratorio di Dinamica Neuronale della SISSA. All’orizzonte si intravvede lo sbarco di terapie geniche “che tuttavia non sono prive di rischi: affinché siano efficaci si devono modificare il DNA delle cellule. E farlo nel cervello è complicato” riassume Giugliano, spiegando che “l’obiettivo del progetto è trovare un’alternativa ‘dolce’ che modifichi l’attività del cervello, attivando o spegnendo le cellule a seconda delle esigenze, sfruttando meccanismi di ispirazione fisiologica”.

IN-FET si concentrerà sui messaggeri chimici delle cellule nervose come il magnesio, il potassio e il calcio. “Il nostro cervello funziona attraverso impulsi elettrici generati dallo spostamento di ioni, cioè atomi o gruppi di atomi, dotati di carica elettrica” ricorda Giugliano. In particolare, le nuove macchine molecolari potrebbero misurare e manipolare l’attività degli ioni e la loro concentrazione. Come? Convertendo l’energia elettrica in energia chimica, facendo cioè il contrario di quanto avviene nelle comuni pile. Non a caso, il progetto affonda le radici in conoscenze provenienti da un ambito ben lontano dalle neuroscienze cioè quello delle batterie elettroniche di nuova generazione che utilizzano i cosiddetti polimeri elettroattivi. Si tratta di materiali che quando posti in un campo elettrico cambiano dimensione o forma.

 “Nell’epilessia si verifica una ipereccitabilità di alcune cellule cerebrali, un fenomeno che dipende proprio dal flusso di ioni. L’attività di queste cellule potrebbe essere modulata grazie all’impianto di alcuni di questi polimeri nel cervello: queste macchine molecolari di dimensioni nanometriche potrebbero intrappolare o rilasciare specifici ioni in modo che non possano più eccitare le cellule” riprende Giugliano. Un approccio simile potrebbe trovare impiego anche nella cura di altre malattie neurologiche come per esempio il Parkinson. Tuttavia, sono gli stessi ricercatori a predicare calma. Per quanto promettente, la strada è stata appena imboccata. “Si tratta di un progetto esplorativo: al momento stiamo lavorando su cellule in vitro. Di certo, i prossimi saranno anni molto stimolanti” sorride Giugliano.


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Carlo Verdelli
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Coronavirus isolato in Italia. “Cure più vicine”. In Cina record di dimissioni


ROMA – Il coronavirus è stato isolato anche allo Spallanzani di Roma. Un successo che fa ben sperare in nuove possibilità per la cura della malattia che si è propagata dalla Cina. E che riempie di orgoglio l’Italia, ora tra i Paesi apripista per la ricerca scientifica. Dieci giorni fa 2019-nCoV era stato isolato in Cina ma, spiegano i ricercatori italiani, i colleghi cinesi non lo avevano messo a disposizione. L’isolamento era stato effettuato anche in Australia e presso l’Istituto Pasteur in Francia.

Ad annunciare i risultati ottenuti allo Spallanzani (da un team di ricercatrici) è stato il ministro della Salute Roberto Speranza in conferenza stampa. “Aver isolato il virus – spiegano dallo Spallanzani – significa avere molte opportunità di poterlo studiare, capire e verificare meglio cosa si può fare per bloccare la diffusione. Sarà condiviso con tutta la comunità internazionale. Ora sarà più facile trattarlo”.

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“Si aprono spazi per nuovi test di diagnosi e vaccini. L’Italia diventa interlocutore di riferimento per questa ricerca”, ha spiegato il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani Giuseppe Ippolito.

Cina, record di dimissioni

La ricerca scientifica corre e aumentano le dimissioni in Cina, dove fino a ieri sono state dimesse in tutto 443 persone. Ma il Paese non ha intenzione di calare l’attenzione contro il virus. I contagi hanno superato 14.300, i morti sono 305. Mentre nelle Filippine si registra il primo decesso fuori dal Paese: era un 44enne cinese arrivato da Wuhan, dove a quanto sembra si era ammalato, ha reso noto l’Oms, che giovedì scorso ha proclamato lo stato d’emergenza globale temendo una più virulenta diffusione del coronavirus fuori dalla Cina.

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A Wuhan, focolaio della malattia dove è stato ultimato l’ospedale specializzato in tempi record, i casi sospetti di aver subito il contagio saranno ‘isolate in aree designate con effetto immediato’, secondo quanto previsto dalle autorità sanitarie locali che profilano la nascita di una sorta di ‘lazzaretti’. La città è stremata da una quarantena di fatto che dura dal 23 gennaio. Negli sforzi per contenere il contagio, le categorie finite nel mirino includono coloro ai quali è stata diagnosticata febbre collegata alla polmonite e coloro che sono stati “in stretto contatto” con pazienti contagiati. Un malato contagiato dal coronavirus si è suicidato, impiccandosi a un cavalcavia. L’uomo non sarebbe stato accolto in un ospedale e avrebbe deciso di morire per non tornare a casa e contagiare la famiglia.

Roma: Spallanzani, 23 sotto osservazione

Al momento sono 23 i pazienti provenienti da zone della Cina interessate dall’epidemia: sono stati tutti sottoposti al test per il coronavirus, che è in corso, conferma lo Spallanzani. Altri 13 pazienti, è aggiunto nel bollettino, sono stati isolati e dimessi dopo il risultato negativo del test.

La coppia cinese ricoverata nell’ospedale romano è in condizioni discrete, entrambi con polmonite virale. Le 20 persone entrate in contatto con i due stanno bene. “In Italia il coronavirus non circola.

Il rischio contagio è zero”, ha commentato il virologo Roberto Burioni ospite della trasmissione “Che tempo che fa” di Rai Tre, affermando che la cintura di sicurezza sanitaria per contenere il contagio sta funzionando nel nostro Paese e che le misure adottate sono tutte giustificate.

Sul fronte dei rimpatri degli stranieri dalla Cina, in Italia è atteso nelle prossime ore l’arrivo a Pratica di Mare del volo militare in partenza da Wuhan con a bordo 57 connazionali, accompagnati dal viceministro della Salute Pierpaolo Silieri. Al rientro passeranno nell’area di biocontenimento allestita nelle tende militari: chi è negativo ai controlli viene trasferito alla Cecchignola; chi, invece, dovesse accusare problemi durante il volo o mostrare sintomi del virus ai controlli a terra, viene isolato e poi portato allo Spallanzani.

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Anche un nuovo gruppo di americani è prossimo al rientro, mentre un secondo aereo francese è atterrato in una base militare vicino a Marsiglia con a bordo 250 persone di 30 nazionalità. Tra loro 65 francesi e molti europei, che dovrebbero rientrare subito nei loro Paesi per sottoporsi alle verifiche necessarie.

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Due contagiati tra i tedeschi di Wuhan

Due persone tornate da Wuhan in Germania, a bordo dell’aereo militare messo a disposizione per il rientro dei passeggeri, sono state contagiate dal virus. Lo ha reso noto l’amministrazione di Germesheim, secondo quanto riporta la Dpa. I due pazienti sono stati isolati e verranno adesso portati al policlinico di Francoforte. Sull’aereo, atterrato a Francoforte nel pomeriggio, c’erano 120 persone.

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Carlo Verdelli
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