Category Archive SALUTE E BENESSERE

Farmaceutica: Abbvie prima in reputazione grazie alla ricerca


Abbvie è al primo posto fra le aziende farmaceutiche in reputazione grazie alla ricerca e all’innovazione. “AbbVie per il terzo anno consecutivo si posiziona quale azienda del settore farmaceutico con la migliore reputazione in Italia e questo riconoscimento premia il nostro impegno continuo in innovazione e nelle attività di ricerca e sviluppo, che ad oggi coinvolgono solo in Italia più di 500 centri di studio”, ha detto Fabrizio Greco, amministratore delegato di AbbVie Italia.

L’azienda si conferma come quella del settore farmaceutico con la più alta reputazione nel nostro Paese conquistando anche quest’anno la prima posizione nello studio di Italy Pharma RepTrak* 2019, condotto da Reputation Institute.

“AbbVie – ricorda – è impegnata nello sviluppo di terapie innovative destinate al trattamento di alcune delle patologie più complesse in quattro aree terapeutiche prioritarie: immunologia, oncologia, virologia (epatite C) e neuroscienze. È fondamentale inoltre aver riportato risultati importanti anche per la responsabilità sociale, la leadership e la performance, aspetti chiave della reputazione d’impresa specie per un’azienda nata soltanto nel 2013”.

AbbVie, infatti – ricorda una nota del’azienda – ha realizzato iniziative a favore delle comunità locali e per la riduzione dell’impatto ambientale, dove ha conseguito risultati rilevanti che vanno dalla riduzione del 50% dell’utilizzo dell’acqua di falda all’autoproduzione di oltre il 90% del fabbisogno di energia, contando oltre l’85% di rifiuti destinati al riciclo e zero inviati in discarica.

 “Il nostro polo produttivo si contraddistingue per gli importanti risultati conseguiti in termini di riduzione dell’impronta ambientale ed efficienza energetica. Negli ultimi anni AbbVie ha investito in Italia oltre 100 milioni di euro in qualità e innovazione. Un percorso di miglioramento continuo degli standard produttivi che ci permette di esportare i nostri prodotti in oltre 110 paesi nel mondo”, spiega il nuovo direttore del polo produttivo di AbbVie Italia, Daniela Toia.

 


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La crema solare? Deve essere ecosostenibile


LE HAWAII sono state il primo Paese a proporre un progetto di legge che bandisce dal proprio territorio la vendita e il consumo di creme solari contenenti due ingredienti tossici per il Reef: l’oxybenzone e l’octinoxate presenti nella maggior parte delle creme che ogni anno si riversano nei mari tropicali. Stesso divieto sull’Isola di Aruba e su quella di Palau, a est delle Filippine. Provvedimenti adottati a seguito dell’allarme che arriva soprattutto dalla Grande Barriera Corallina dell’Australia che negli ultimi 30 anni ha perso quasi metà dei suoi coralli. Ma il problema va ben oltre: secondo i dati riportati nel manuale “Salviamo il mare e gli oceani” di Agnès Vandewiele (Slow Food Editore), il 25% delle barriere coralline del mondo è già distrutto e il 75% è a forte rischio. Certo le cause sono molteplici, ma anche le creme solari fanno parte del problema evidenziato già qualche anno fa da uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università della Florida su Archives of Environmental Contamination and Toxicology che dimostrava proprio che l’oxybenzone – presente in creme solari di marche notissime – è tossico per lo sviluppo dei coralli e aumenta la loro predisposizione allo sbiancamento. Queste sostanze, in realtà, non sono del tutto innocue neppure per la nostra pelle. Qualche mese fa è apparso sull’autorevole rivista Jama uno studio commissionato dalla Food and Drug Administration ad un gruppo di dermatologi americani che ha dimostrato la penetrazione nel sangue di alcune sostanze attraverso l’utilizzo di filtri chimici.

«Si tratta di Avobenzone, Oxybenzone, Octocrylene ed Ecamsule», spiega Pucci Romano, specialista in Dermatologia e presidente Skineco, Associazione Internazionale di EcoDermatologia. «Queste sostanze sono sotto osservazione come disturbatori endocrini, sia per la fauna marina che per gli umani. Ecco perché è importante scegliere solari ecocompatibili che rispettino l’ambiente e la nostra pelle». Scelta oggi possibile visto che molte aziende cosmetiche hanno formulato oli e creme solari ecosostenibili di nuova generazione che rispettano l’ambiente acquatico. Come? Selezionando solo ingredienti facilmente biodegradabili, usando packaging con cartone certificato FSC, eliminando il foglietto illustrativo e appoggiando progetti ad hoc come il Pur Corail in Indonesia che contribuisce alla creazione di un vivaio di coralli da far crescere e ripiantare al largo di Bali.

«Sono tornati in voga i vecchi filtri fisici come l’ossido di zinco e il biossido di titanio non sotto forma di nanoparticelle che potrebbero penetrare la pelle ma in micronizzazione, un metodo che li rende più spalmabili», chiarisce l’esperta. Per acquistare un solare ecocompatibile, bisogna controllare che in etichetta non ci siano le quattro sostanze indicate da Jama ma anche i petrolati come paraffina e vaselina che non sono biodegradabili. Al loro posto, ci sono ingredienti vegetali e minerali come olio di girasole, di avocado, di sesamo o di uva ricchi di vitamina E, ma anche olio di crusca di riso, di Karanja e di cotone che hanno proprietà idratanti e lenitive. Ingredienti naturali che oltre a non danneggiare l’ambiente vanno a beneficio anche della nostra pelle: «Facendo a meno delle sostanze chimiche – fa notare Pucci Romano – si riducono anche i rischi di irritabilità, reattività e sensibilizzazione della cute anche se meno chimica c’è, meno protezione si assicura. Quindi ad un filtro più “pulito” va sempre associata un’attenzione maggiore nei tempi e nei modi di esposizione». 

Tra le varie formulazioni, meglio evitare gli spray: fanno sì che gran parte del prodotto manchi il bersaglio e arrivi sulla sabbia, da dove può facilmente finire in acqua.
Anche la protezione solare ecocompatibile va applicata più volte e nel modo giusto, evitando sempre e comunque sovraesposizioni al sole. «La prima protezione solare è il “buon senso”, perché non basta la singola applicazione della crema protettiva per prevenire i rischi da radiazione UV anche perché almeno per ora è impossibile ottenere una protezione al 100%», spiega Leonardo Celleno, presidente dell’Associazione Italiana Dermatologia e Cosmetologia. E’ necessario adottare una strategia antisolare “multitasking” bevendo tanto e assumendo ogni giorno con la dieta una quantità adeguata di sostanze antiossidanti come quelle contenute in molta frutta e verdure di stagione».


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Il colore della salute: tatuaggi smart per monitorare le malattie croniche


STELLE, frecce, triangoli e fiori. Potrebbero sembrare schizzi di normalissimi tatuaggi. Ma i disegni indelebili appena messi a punto da un team di ricercatori dell’Università tecnica di Monaco, in Germania, hanno davvero una marcia in più: sono in grado di cambiare il colore in risposa alle variazioni nel nostro corpo delle concentrazioni di tre specifici parametri: glucosio, albumina e pH. Finora, spiegano i ricercatori sulle pagine della rivista Angewandte Chemie International Edition, i nuovi tatuaggi sono stati testati su alcuni campioni di tessuto dei maiali, ma potrebbero in futuro passare alle sperimentazioni sugli esseri umani e un giorno consentire a pazienti e medici di monitorare in tempo reale alcune malattie croniche, come diabete, patologie cardiache e renali.

Leggi Tatuaggi: rosso, giallo e nerofumo fra i colori più a rischio

Tatuaggi come display diagnostici

Il team di ricercatori, guidato dall’ingegnere chimico Ali Yetisen, ha sviluppato dei sensori colorimetrici iniettabili in grado misurare le concentrazioni di tre biomarcatori nel liquido interstiziale, ossia la soluzione acquosa che si trova tra le cellule di un tessuto. “I sensori fungono da display diagnostico, in grado di cambiare colorazione in risposta ai cambiamenti delle concentrazioni di pH, glucosio e albumina”, spiegano i ricercatori. Per il sensore dell’albumina è stato scelto il colore giallo, che diventa verde via via che le concentrazioni di albumina aumentano. Anche per il sensore del glucosio, che sfrutta le reazioni enzimatiche di ossidasi e perossidasi, è stato scelto il colore giallo, che può modificarsi fino a diventare verde scuro a concentrazioni elevate di glucosio. E, infine, il sensore per il pH può variare dal giallo al blu, quando i valori del parametro di trovano tra il 5 e il 9 (il valore del pH considerato normale oscilla intorno a 7,4).

I tre marcatori

I tre biomarcatori, raccontano i ricercatori, sono stati scelti in quanto i loro cambiamenti nel nostro organismo indicano che qualcosa non va. L’albumina, per esempio, è una proteina del plasma prodotta dalle cellule del fegato, le cui basse concentrazioni nel sangue possono determinare problemi ai reni o al fegato, mentre alti livelli possono essere associati a problemi cardiaci. Il glucosio, invece, è un parametro che deve essere costantemente monitorato nei pazienti affetti da diabete, malattia caratterizzata da un’elevata concentrazione di glucosio nel sangue, che viene a sua volta causata da una carenza di insulina (ormone che diminuisce la concentrazione di glucosio nel sangue). E, infine, le variazioni dei livelli del pH nel sangue, come l’alcalosi e l’acidosi, possono essere causate da un’ampia gamma di problematiche che necessitano di ulteriori indagini da parte di medici specialistici.

Leggi Diabete, la vitamina D non aiuta a prevenirlo

Limiti e studi futuri

Per ora, precisano i ricercatori, i nuovi tatuaggi sono stati testati sulla pelle dei maiali e serviranno ancora molte altre ricerche prima di poter passare alla sperimentazione clinica. Inoltre, lo studio presenta alcune limitazioni: due dei tre colori, infatti, non sono reversibili. Vale a dire che in due casi, ovvero quello dell’albumina e del glucosio, una volta modificato il colore dei sensori non è tornato al colore di partenza (solo quello del pH si è dimostrato reversibile). Per perfezionare le due colorazioni, suggeriscono i ricercatori, si potrebbero aggiungere recettori sintetici (come gli acidi fenilboronici). Il passo successivo sarà quello di testare i tatuaggi su modelli animali, per dimostrarne sia l’efficacia che la sicurezza. “Questi tatuaggi – concludono i ricercatori – potranno essere utili anche per monitorare le concentrazioni di elettroliti, proteine, microrganismi patogeni e stati di disidratazione”.

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Pranzo estivo, come combattere l’afa a tavola


SCEGLIERE alimenti con meno calorie, non saltare i pasti, idratarsi e garantire il giusto apporto di potassio. Sono le regole-base del pranzo estivo per nutrirsi in leggerezza e non risentire dell’afa anche a tavola. Il caldo torrido che sta caratterizzando questa state, infatti, fa sentire molti costantemente stanchi e senza energia tanto che in Giappone è stato coniato il termine di “Natsubate”, che letteralmente significa “esaurimento estivo” e che nasce dall’unione delle parole giapponesi “natsu”, ovvero estate, e “bate”, ossia essere esausti: un concetto utilizzato dagli scienziati nipponici per indicare una condizione fisica di costante spossatezza causata dalla torrida estate che può portare inoltre a disidratazione, crampi e colpi di calore.

 
Distribuire i pasti e mangiare leggero

 
Le esigenze caloriche in estate diminuiscono e in questa prospettiva conviene scegliere alimenti che hanno poche calorie e pochi grassi. “Da questo punto di vista – spiega Luca Piretta, gastroenterologo e nutrizionista presso l’Università Campus Biomedico di Roma – pollo e tacchino, soprattutto se senza pelle, sono perfetti. Attenzione anche a mantenere per quanto possibile orari e routine alimentare (colazione, pranzo, cena). Mai saltare la prima colazione, cercare di distribuire i pasti cercando di non farne di abbondanti a tarda sera, limitare l’uso degli alcolici e ricordarsi che la base di una sana alimentazione, sia d’estate che d’inverno, è quella della dieta mediterranea”.
 

Frutta per idratarsi dall’interno
 

Il fabbisogno di acqua in estate aumenta a causa della sudorazione più intensa. L’acqua non solo si beve, ma si mangia anche. “Frutta e verdura sono un viatico molto importante per garantire un apporto d’acqua adeguato. Soprattutto per gli anziani, che tendono a perdere lo stimolo della sete e quindi bevono poco già durante l’anno e d’estate questo problema peggiora. Quindi, per una dieta equilibrata è fondamentale non solo bere acqua, ma nutrirsi di quegli alimenti che ne contengono molta. Faccio un esempio. L’anguria è costituita per il 95% d’acqua: ecco perché è importante mangiare frutta e verdura di stagione”.
 

Verdure e vitamina C

 
E poi spazio alle verdure che tra l’altro sono l’abbinamento ideale per i secondi. “Per sfruttare al meglio il ferro contenuto nelle carni, sia bianche che rosse, è utile abbinare la vitamina C, come l’arancio”, spiega Piretta. “Penso, per esempio, all’anatra all’arancia, al pollo al limone, oppure ai broccoli utilizzati come contorno a un piatto di pollo. Inoltre, un altro modo per sfruttare il ferro della carne bianca è quella di mangiare a fine pasto della frutta con alto contenuto di vitamina C, come il kiwi. Per quanto riguarda, invece, l’ananas e la papaya, queste contengono la bromelina che è un enzima che va a facilitare proprio la digestione delle proteine. Abbinate, quindi, a una carne già di per sé molto digeribile, la rendono ancor più facile per la digestione da parte del nostro organismo”.

 
Attenzione al potassio

 
Con la sudorazione si perde molto potassio, che va poi reintegrato. “Le carni bianche, oltre all’apporto proteico, lo contengono in buona quantità. E’ un aspetto da non sottovalutare soprattutto per le persone che fanno sport d’estate e vivono di più all’aria aperta. Le carni bianche sono ricche di vitamine del gruppo B – ottime per la struttura muscolare e la crescita dei tessuti – e, appunto, di minerali come il potassio, che tendiamo a perdere attraverso il sudore”. È fondamentale ricordare, però, che le carni bianche, essendo un alimento molto magro e povero di carboidrati, non costituiscono da sole un pasto completo. “Perciò, abbinarle con il riso per un’insalata, dove si condisce con olio e qualche verdura come lattuga, zucchina, carota, pomodoro, crea un pasto completo. Infatti, i carboidrati del riso, le proteine delle carni bianche, i grassi buoni dell’olio e le fibre delle verdure vanno a comporre un pasto completo anche facile da trasportare e non eccessivamente calorico, quindi ottimo per l’estate”, suggerisce Piretta. Per trovare idee di abbinamenti e ricette, si può consultare anche il sito www.vivailpollo.it realizzato da Unaitalia, l’associazione che rappresenta la filiera delle carni bianche.
 
 

Cosa mangiare in spiaggia

 
In vacanza può capitare anche di mangiare in spiaggia e sostituire il pasto con un gelato. Si può fare? “Può capitare certo, ma non è corretto farlo tutti i giorni perché un gelato, per quanto sia piacevole, non ha mai la completezza di nutrienti di un pasto”, chiarisce il nutrizionista. “Questo non significa che bisogna portarsi la pasta asciutta o le melanzane alla parmigiana in spiaggia, ovviamente. Ci si può portare e mangiare, però, un’insalata di riso, un’insalata di pollo, o anche un panino, purché si faccia in modo che a metà pomeriggio o a metà mattina si facciano degli spuntini con dei frullati, con degli estratti, centrifughe, frutta, macedonia”.
 

Acqua prima dei pasti per chi vuole dimagrire

 
Anche se mancano pochi giorni alle vacanze, c’è sempre chi decide di mettersi a dieta all’ultimo momento con il rischio di seguire diete squilibrate nella speranza di perdere velocemente i chili di troppo. Un modo semplice ed efficace per favorire il dimagrimento e nello stesso tempo combattere il caldo, è quello di idratarsi bene. “Uno studio pubblicato sulla rivista Obesity – spiega Elisabetta Bernardi, biologa specialista in Scienza dell’Alimentazione e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino – ha rilevato che le persone che bevono acqua immediatamente prima di un pasto hanno mostrato un calo di 2 Kg maggiore (44%) nella perdita di peso rispetto alle persone che non lo fanno. Questo, suggeriscono gli autori, potrebbe essere proprio dovuto al fatto che l’acqua ha un effetto riempitivo e aiuta a mangiare di meno”.

 
L’importanza delle fibre per aumentare la sazietà

 
Oltre ad una corretta idratazione, un altro elemento molto importante e spesso trascurato durante le diete è il consumo di fibre contenute in particolar modo in alimenti che hanno un’origine vegetale, come la frutta, la verdura, i cereali integrali e i legumi. “Le fibre rappresentano un elemento importante per una corretta alimentazione e possono contribuire nella perdita di peso – spiega Bernardi. Esse aumentano, infatti, il senso di sazietà perché riempiono lo stomaco e stimolano i ricettori che segnalano al cervello che è il momento di smettere di mangiare. Quando si consumano alimenti ricchi di fibre, però, è necessario introdurre la giusta quantità di acqua, almeno otto bicchieri distribuiti durante tutto l’arco della giornata, per aiutare l’apparato digerente ad assimilarle. Per questo una corretta idratazione risulta ancora una volta un elemento fondamentale per tutto l’organismo”.
 
 

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Vaccini, aumentate le coperture nel 2018. Ma per il morbillo non basta



RISULTANO cresciute nel 2018 le coperture vaccinali dei bambini e degli adolescenti in Italia rispetto al 2017. Ma continua a destare preoccupazione il mancato raggiungimento dell’obiettivo del 95% per la vaccinazione contro morbillo-parotite-rosolia, in tutte le fasce d’età considerate. È quanto risulta dai dati elaborati dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute.

Nella maggior parte delle Regioni la copertura a 24 mesi contro la polio (usata come indicatore per le vaccinazioni contenute nell’esavalente) supera la soglia minima raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, pari al 95%, e due Regioni (Valle d’Aosta e P.A. Trento) sono prossime all’obiettivo, restano, tuttavia, quattro Regioni (Friuli Venezia Giulia, Marche, Sicilia e Veneto) con una copertura sottosoglia e la PA. Bolzano con una copertura (83,33) ancora ben lontana dal target. La copertura nazionale a 24 mesi (per i bambini nati nel 2016) nei confronti della polio raggiunge il 95% (95,09%), guadagnando un +0,48% rispetto al 2017, e con 14 Regioni che superano il 95% e 2 che vi si avvicinano (Vda e Trento).

Mentre la copertura per la prima dose di vaccino contro il morbillo arriva solo al 93,22% (con un +1,38% rispetto all’anno precedente) a fronte del 95% necessario per eliminare la malattia, mentre la P.A. Bolzano ha una copertura inferiore al 90%.

Migliorate anche le coperture vaccinali nazionali a 36 mesi (relative ai bambini nati nell’anno 2015) e quelle a 48 mesi (bambini nati nel 2014), rilevate per verificare le attività di recupero nei bimbi inadempienti: l’anti-polio passa da 93,33% (dato a 24 mesi rilevato al 31 dicembre 2016) a 96,01% e l’anti-morbillo da 87,26% a 94,93%, con un guadagno rispettivamente del +2,68% e del +7,67%. Per le coorti di nascita successive si registrano recuperi di copertura, anche se non si raggiunge l’obiettivo del 95%. Riguardo alle vaccinazioni in età pre-scolare, generalmente somministrate a 5-6 anni (bambini nati nell’anno 2011), si registra un +2,01% per la quarta dose di anti-polio (90,71% nel 2018 rispetto a 88,69% nel 2017) e un +3,47% per la seconda dose (ciclo completo) di anti-morbillo (89,20% nel 2018 rispetto a 85,74% nel 2017). Per le vaccinazioni eseguite entro gli 8 anni (bambini nati nel 2010) si registra un recupero: per fare un esempio, la copertura nei confronti della polio (quarta dose) guadagna un +3,49% arrivando a 92,18% e quella contro il morbillo (seconda dose) un +4,27% raggiungendo il 90,01% (rispetto al dato registrato al 31 dicembre 2017 nella stessa coorte).

Per assicurare la piena attuazione su tutto il territorio nazionale, il ministro della Salute, Giulia Grillo, ha firmato il decreto di riparto dei fondi per la raccolta dei dati da inserire nell’Anagrafe nazionale vaccini mediante le anagrafi vaccinali regionali: il provvedimento sarà presto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.

 



Sicure e igieniche: uno studio promuove le coppette mestruali


LE COPPETTE mestruali sono sicure come gli assorbenti usa e getta. Lo stabilisce una meta-analisi che ha preso in considerazione 43 studi precedenti su 3319 donne. La ricerca, pubblicata su Lancet Public Health, ha tenuto conto di possibili effetti collaterali o danni conseguenti all’uso delle coppette che aderendo alle pareti vaginali raccolgono il flusso invece di assorbirlo: ad esempio possibili perdite, problemi nella flora vaginale, effetti negli organi riproduttivi, digestivi o urinari. Senza trascurare la sicurezza in caso di uso scorretto e le condizioni igieniche insoddisfacenti.

Il risultato dell’indagine promuove a pieni voti le coppette che, per la maggior parte dei marchi in vendita censiti dalla ricerca (in tutto 199 in 99 Paesi), sono realizzate in silicone e costano in media 15-20 euro. L’uso delle coppette ha preso piede negli ultimi anni grazie anche ai risvolti ecologici, visto il minor impatto sull’ambiente rispetto ad assorbenti e tamponi. Per questo motivo lo studio in questione suggerisce l’esigenza di nuove valutazioni su costi e benefici. Innegabili, in realtà, se si pensa che ad ogni lavaggio la coppetta si può riutilizzare, sterilizzandola dopo ogni ciclo, fino a una durata di 10 anni. Eppure lo studio di Lancet registra anche una scarsa consapevolezza sulle coppette tra le donne e che tra le preoccupazioni più comuni ci sono dolore, difficoltà nell’inserimento o nella rimozione, timore di perdite e irritazioni. Ma le conclusioni anche su questo sembrano essere confortanti, visto che le complicazioni risultano essere rare.

Nei Paesi in via di sviluppo come l’Africa e in condizioni igieniche precarie, ad esempio, le coppette sono spesso la soluzione per evitare infezioni gravi, sottolinea Regina Cárdenas, ginecologa della Clínica Universitária spagnola di Navarra, che intervistata da Il Paìs le definisce “un’invenzione eccezionale”.

“Nonostante 1,9 miliardi di donne in tutto il mondo siano in età da mestruazioni, esistono pochi validi studi che mettano a confronto tra loro i prodotti sanitari per mestruazioni”, sostiene Penelope Phillips-Howard della Scuola di Medicina Tropicale di Liverpool, tra gli autori della ricerca.

Le coppette sono disponibili in base a misure e capienza (dalla S alla XL), con una lunghezza che può variare in base alla marca, quindi è necessario avere una conoscenza appropriata delle necessità personali (quantità del flusso mestruale, dimensioni e possibilità di svuotare la coppetta) per farne un uso corretto.


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Il gelato? Lo faccio con le verdure amare


Il carciofo di Albenga, l’asparago violetto, la rucola: sono alcune delle verdure amare che si possono gustare sul cono gelato. Frutto di sperimentazioni fatte da gelatai e chef intraprendenti, non si mangiano come dessert ma piuttosto sono adatti per accompagnare aperitivi e antipasti. Secondo le ultime stime dell’Istituto del Gelato Italiano, ne consumiamo in media circa 3 chili pro capite l’anno di quello confezionato, ma è il gelato gastronomico la tendenza dell’estate 2019: lo confermano anche i dati di Deliveroo (la piattaforma che distribuisce a domicilio i pasti dei ristoranti) sulla scia di un aumento di ordini cresciuti in Italia del 25% negli ultimi tre mesi. Tra gli appassionati del cono è sempre più ampia la fetta di chi è attento alla sua composizione (per scelte etiche o per intolleranze), alle materie prime di partenza, a un’esperienza gustativa diversa. E il trend del gelato gastronomico risponde anche alle esigenze dei vegani che cercano gusti alternativi senza l’uso di latticini. Tra le novità anche i ghiaccioli che ricordano i centrifugati a base di barbabietola rossa, arancia, banana, zenzero e lime oppure di spinaci, avocado, banana, mela, basilico e lime.

LA SCHEDA L’Abc delle verdure amare

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La scheda: l’abc delle verdure amare


RADICCHIO

  • fibra: 3 g
  • kcalorie: 13
  • potassio: 240 mg

 
CARCIOFO
 

  • fibra: 5,5 g
  • kcalorie: 22
  • potassio: 376 mg

 
TARASSACO

  • kcalorie: 36
  • potassio: 440 mg
  • calcio: 316 mg
  • vitamina A: 992 microgrammi

 
RUCOLA

  • kcalorie: 28
  • calcio: 309 mg
  • vitamina A: 742 microgrammi

 
CARDI

  • kcalorie: 10
  • potassio: 293 mg
  • calcio: 96 mg

 
CIME DI RAPA

  • kcalorie: 22
  • vitamina A: 225 microgrammi
  • vitamina C: 110 mg

 
SCAROLA O INDIVIA

  • kcalorie: 16
  • potassio: 380 mg
  • vitamina A: 213 microgrammi

 
CAVOLO VERDE

  • kcalorie: 24
  • vitamina A: 123 microgrammi
  • fosforo: 74 mg

 
CAVOLETTI DI BRUXELLES

  • kcalorie: 37
  • potassio: 450 mg
  • vitamina A: 220 microgrammi
  • vitamina C: 81 mg

 
 
ALTRE VERDURE AMARE
 
RADICI (SCORZANERA E SCORZABIANCA)
CRESCIONE
SONCINO
INSALATA BELGA
RAVANELLO
BIETOLE
 
 
Il contenuto di Ca in alcuni alimenti per 100 g:
 

  • Spinaci crudi: 78 mg
  • Verza: 150 mg
  • Broccoli: 97 mg

 
VERDURE AMARE DI STAGIONE (GIUGNO-LUGLIO)

  • carciofi
  • cicoria
  • rabarbaro
  • ravanelli
  • rucola
  • scarola
  • broccoli
  • cime di rapa
  • tarassaco

 

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Quanto ci fanno bene le verdure amare



AMARE, ma benefiche e anche trendy tanto che, mentre in passato i produttori cercavano di mascherare questo sapore “addolcendolo” per andare incontro ai gusti dei consumatori, ora invece l’interesse per gli ingredienti più naturali e biologici, che spesso sono amari, sta portando alla loro valorizzazione. A testimoniarlo è anche la mappa palatale “Ama l’amaro” elaborata dalla palatologa Niki Segnit con l’obiettivo di ispirare consumatori, bartender e chef affinché prendano in considerazione gli ingredienti amari e le innumerevoli possibilità di combinarli in modo creativo. Ingredienti che, tra l’altro, sono ricchi di nutrienti.

Scarola, cicoria, rucola, cavoletti di Bruxelles, carciofi, radicchio sono tra le verdure che migliorano la digestione, sono una buona fonte di vitamine, proteggono il fegato, disintossicano e regolano l’appetito. Proprietà ribadite da un recente studio pubblicato sulla rivista Nutrients che ha passato al setaccio le verdure appartenenti alla famiglia delle Crucifere: «Un tempo il sapore amaro era considerato un veleno e veniva evitato, per questo ancora oggi la maggior parte delle persone ama il dolce», spiega Manon Khazrai, docente di Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione Umana, Università Campus Bio-Medico di Roma. Ma proprio questi alimenti sono i più ricchi di sostanze bioattive preziose per la salute.

LA SCHEDA L’Abc delle verdure amare

«In particolare – prosegue la nutrizionista – in questo studio si è visto che le sostanze contenute nelle Crucifere hanno la capacità di ridurre le conseguenze dannose dello stress ossidativo dando alle cellule le armi molecolari con cui combattere un’eccessiva produzione di radicali liberi». Questi ortaggi, inoltre, contengono nutrienti quali indolo-3-carbinolo ed il sulforafano, responsabile sia dell’odore sprigionato durante la cottura sia del caratteristico sapore piccante di broccoli e cavoli quando consumati crudi. «Si tratta di sostanze considerate efficaci contro il cancro di diversi organi quali colon-retto, polmone, prostata e seno. Effetti protettivi che sono stati attribuiti almeno in parte alla loro quantità di glucosinolati, che le differenzia dagli altri vegetali», aggiunge Khazrai.

Le crucifere, soprattutto i cavoli di colore viola, sono ricchi anche di composti fenolici, tra cui la quercitina, un potente antiossidante, in grado di proteggere in maniera efficace dalle malattie cardiovascolari. «Con questi ortaggi – prosegue l’esperta – si fa il pieno anche di beta-carotene, utile alla sintesi di vitamina A e in grado di abbassare i livelli di colesterolo cattivo, prevenendo l’aterosclerosi». Verza e broccoli sono anche la principale fonte alimentare di calcio di origine vegetale: «Non solo ne contengono buone quantità – precisa Khazrai – ma la sua biodisponibilità, cioè la sua capacità di essere assorbito dall’organismo, è del 40,9%, perfino superiore al latte». Per le sue numerose proprietà, non dovrebbe mai mancare in tavola nemmeno il kale, che da noi si chiama cavolo nero: grazie alla presenza di glutammina, protegge le pareti dello stomaco ed elimina le ulcere gastriche.

LA RUBRICA Manda una domanda alla nutrizionista

Inoltre, viene considerato un buon rimedio per tenere sotto controllo il diabete: «Da uno studio pubblicato sul Journal of Enthnopharmacology – spiega la nutrizionista – è emerso che l’estratto di cavolo contiene un principio acquoso in grado di determinare una iperglicemia seguita immediatamente da un’ipoglicemia». Infine, grazie alla presenza di mucillagini (emollienti) e di vitamina K (antiemorragica), è un ottimo rimedio per la colite ulcerosa mentre le fibre di cui è ricco aiutano a mantenere bassi i livelli di colesterolo cattivo (LDL) nel sangue e migliorano il transito intestinale. Non solo crucifere: anche i carciofi, che fanno parte della famiglia delle Asteracee, sono ricchi di flavonoidi come il betacarotene, la zeaxantina e la luteina. Inoltre, grazie alla presenza di cinarina, aiutano il fegato nella sua funzione di detossificazione dell’organismo ed essendo poco calorici (22 kcalorie per 100 g.) sono l’ideale per chi è a dieta. Per sfruttare appieno il contenuto vitaminico delle verdure amare, bisogna scegliere una cottura dolce: «La più adatta è quella a vapore o una leggera scottata con un po’ di olio e un cucchiaio di acqua facendo in modo che ne rimanga sempre una minima quantità», suggerisce Khazrai. Ottimo anche il consumo a crudo sotto forma di succhi meglio se preparati con la centrifuga per salvare anche le fibre magari con l’aggiunta di un succo di frutta per smorzare l’amaro.
 



La musica prima dell’intervento è meglio di un ansiolitico


LA MELODIA giusta può aiutare a ridurre le paure ed il batticuore che precedono l’anestesia regionale. E può avere un effetto del tutto simile a quello di una benzodiazepina ampiamente impiegata (midazolam) per aiutare chi è molto agitato a rilassarsi. A segnalare questo effetto benefico delle sette note sullo stato emotivo è una ricerca condotta all’Università della Pennsylvania, negli Usa, pubblicata su Regional Anesthesia & Pain Medicine. La conclusione degli esperti che pure richiedono nuove prove su un numero più ampio di pazienti, è davvero significativa.

L’impiego di una musica ad azione rilassante (per lo studio è stata scelta l’opera del gruppo Marconi Union’s Weightless  attraverso cuffie che eliminavano qualsiasi rumore esterno) avrebbe infatti la stessa influenza sull’ansia di chi deve essere sottoposto ad anestesia loco-regionale del farmaco nel ridurre l’ansia. La scelta dell’approccio anestetico va sempre fatta dallo specialista, previa spiegazione/accordo al paziente. L’anestesia generale  “addormenta” il cervello e fa rilasciare i muscoli, e elimina i ricordi dell’intervento al risveglio. In caso di anestesia loco-regionale, cui si può associare una sedazione con farmaci, le tecniche sono diverse e puntano a “isolare” dal dolore una particolare area dell’organismo. Ha il vantaggio di non implicare l’immissione di un tubo per la respirazione nella trachea e l’impiego degli anestetici generali.  Comunque sia, la preoccupazione per chi deve “addormentare” una parte del corpo pur rimanendo praticamente sveglio è una reazione molto diffusa e può portare ad un incremento dello stato di stress, che può a sua volta avere ripercussioni sul benessere susseguente all’operazione. Sia chiaro: non si tratta di uno studio “testa a testa” tra musica e benzodiazepina, quanto piuttosto della ricerca di un’alternativa alla somministrazione del farmaco per via endovenosa. Lo studio ha preso in esame 157 adulti, secondo una scheda di randomizzazione: a 80 di loro è stato somministrato midazolam direttamente in vena tre minuti prima della procedura anestesiologica, agli altri 77 è stata invece proposta la “profilassi” musicale attraverso cuffie completamente isolanti rispetto all’ambiente esterno. La scelta della sinfonia non è stata causale: la Marconi Union’s Weightless viene infatti considerata una delle melodie maggiormente rilassanti al mondo.
 

I risultati? Davvero interessanti

I ricercatori americani hanno valutato il livello di ansia con una particolare scala di misurazione chiamata STAI-6 (State Trait Anxiety Inventory-6), prima e dopo i trattamenti alternativi. Il questionario permette di misurare l’opinione sia del paziente che del medico e prevede un punteggio che va da 0 (minima soddisfazione) a 10. Nei due gruppi di pazienti trattati si sono osservate variazioni simili in termini di ansia nel preoperatorio, pur se chi è stato sottoposto al trattamento “musicale” si è detto meno soddisfatto rispetto a quanto osservato dopo terapia farmacologica. Secondo i ricercatori, questo potrebbe essere dovuto all’imposizione del brano da ascoltare da parte degli studiosi, quando invece molte persone avrebbero preferito scegliere le melodie da ascoltare per indurre il rilassamento. Tra i medici, non si sono osservate differenze. C’è però un dato da sottolineare: la presenza delle cuffie “isolanti” ha creato problemi di comunicazione tra medico e paziente, così come anche il volume “fisso” della musica avrebbe influito negativamente su questo aspetto. Va comunque detto che dal punto di vista scientifico si discute molto sulla durata della somministrazione dei trattamenti preventivi per l’ansia: sul fronte dell’ascolto musicale infatti i tre minuti sarebbero da considerare eccessivamente limitati, pur se è il tempo d’azione del midazolam per vie endovenosa. Sintesi finale degli studiosi americani: si può parlare a ragione della musica come alternativa per la prevenzione dell’ansia prima di un intervento in anestesia loco-regionale.

Non è comunque la prima volta che si punta sulla musica per ridurre l’ansia in chi deve essere operato. Qualche tempo fa una ricerca condotta all’Università di Montreal aveva dimostrato su 50 pazienti, divisi in due gruppi (uno sottoposto alla prevenzione musicale e l’altro no), che grazie all’ascolto delle melodie prescelte si poteva ridurre l’impiego del midazolam prima e durante l’intervento chirurgico arrivando quasi a dimezzare la dose farmacologica prima dell’operazione e durante l’intervento. L’effetto della musica potrebbe essere legato alla “struttura” del brano che si ascolta. Pur se  ricco di crescendo e decrescendo, il pezzo può infatti avere un’influenza costante e dinamica sul sistema cardiovascolare e respiratorio. Quindi il battito cardiaco e il respiro si sincronizzano con la musica, indipendentemente dalle conoscenze e dalle preferenze musicali dei soggetti, addirittura anche in assenza di emozioni provocate dall’ascolto, quasi come se il corpo fosse “sganciato” dalla sfera emotiva perché avvolto dalle note. Ovviamente questo meccanismo di rilassamento si ripercuote sull’intero organismo e l’ansia può scendere, probabilmente per il rilascio da parte del cervello di endorfine o composti ad azione simile.
 
 


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