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Lettera di 239 scienziati all’Oms: “Covid viaggia nell’aria più di quanto si pensava”



IL CORONAVIRUS viaggia nell’aria più di quanto si è pensato fino ad oggi. Mentre la pandemia da Covid-19 continua a dilagare per il mondo, colpendo nella fase attuale con maggiore intensità le Americhe e l’Asia meridionale, un nuovo studio firmato da 239 scienziati di primo piano di 32 paesi, invita l’Oms a rivedere drasticamente le proprie linee-guida sulle misure consigliate ai governi di tutto il pianeta per il contenimento del morbo. La ricerca sembra destinata ad avere un impatto importante sulle raccomandazioni in materia di prevenzione, mettendo la parola fine a una questione che si era posta fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria ma che finora non aveva avuto una risposta univoca, ovvero quella sulla trasmissibilità aerobica della malattia.

La lettera

Il New York Times ha anticipato il contenuto della lettera aperta in cui la squadra di ricercatori internazionali ha constatato al di là di ogni dubbio che la SARS-CoV-2 può trasmettersi, infettando più persone, sia tramite le goccioline più grosse che vengono ad esempio prodotte quando si starnutisce (e questo era già stato appurato) sia (e questa è la novità) da quelle più piccole e più leggere – che si formano quando si parla normalmente – capaci quindi di attraversare uno spazio. Il Nyt spiega che lo studio in questione verrà pubblicato su una rivista specializzata la prossima settimana. Intanto, però, il cambio di prospettiva appare notevole.

Fino a questo momento, infatti, l’Oms aveva ribadito a più riprese che il virus non è generalmente aerobico, sostenendo al contrario – come, da ultimo, in un documento del 29 giugno – che il Covid-19 non si trasmette per via aerea che in certe condizioni estreme, come ad esempio nel corso di una serie di procedure mediche nelle quali si generano degli aerosol, ovvero delle polverizzazioni di particelle nell’aria come ad esempio nel caso delle intubazioni, delle broncoscopie o ancora in caso di una rianimazione cardiopolmonare. Essendo i “droplet” causati da uno starnuto o da un colpo di tosse più grossi delle piccole goccioline prodotte in altro modo hanno anche una portata minore, il che ha portato l’Oms a considerare la distanza interpersonale di un metro e mezzo-due metri come sicura al fine di evitare il contagio.

I criteri

Lo studio dei 239 scienziati rimette proprio questo criterio in discussione, anche se gli stessi specialisti mettono in chiaro che la scoperta non debba essere un detonatore di panico in quanto, come spiega il virologo Bill Hanage, dell’università di Harvard, “Si ha troppo spesso l’assurda concezione che un virus aerobico sia presente continuativamente nell’aria a causa di goccioline sospese intorno a noi che possano infettarci per diverse ore e che queste goccioline corrano per le strade, si infilino nella buca delle lettere e si intrufolino dappertutto nelle nostre case”. Ovviamente, spiega lo scienziato, così non è: il rischio di contagio di cui si parla è relativo soprattutto agli spazi chiusi e in tal senso il nuovo studio si pone come messa in guardia all’Oms, in quanto sarebbe chiaro che le mascherine – al contrario di quanto sostenuto finora – sarebbero necessarie anche negli spazi al chiuso a prescindere dal distanziamento sociale. Da tutto ciò deriverebbe inoltre una revisione dei sistemi di ventilazione nelle scuole, negli ospizi, nelle case e negli uffici per minimizzare il ricircolo dell’aria.



Troppi zuccheri fanno male (anche) al cuore


Troppi zuccheri fanno male (anche) al cuore. Pensavamo che un eccesso di zuccheri nella propria alimentazione esponesse a sviluppare diabete (ed è certamente così) ma non solo: anche il cuore diventa organo a rischio perché gli zuccheri sono collegati ai depositi di grasso peggiori, quelli attorno al cuore stesso e sul girovita, depositi che si è scoperto essere attivi metabolicamente. E possono provocare quindi sindrome metabolica e rischi per le patologie cardiovascolari.

Sono i risultati di uno studio osservazionale appena pubblicato su European Journal of Preventive Cardiology, il giornale della Società europea di Cardiologia. “Quando consumiamo troppi zuccheri – spiega l’autrice principale dello studio, So Yun Yi, della University of Minnesota Public Health – l’eccesso è convertito in grasso e immagazzinato. Questo tessuto adiposo localizzato attorno al cuore e all’addome rilascia sostanze chimiche nel corpo che possono essere dannose”.

Un problema mondiale

L’eccesso di zuccheri aggiunti è un problema di salute pubblica mondiale, tanto che alcuni Paesi sono intervenuti con una politica di aumento delle tasse per scoraggiare i consumi, soprattutto quelli di bevande zuccherate. I sei paesi con i maggiori consumi pro capite al mondo sono Cile, Messico, Argentina, Peru, Stati Uniti e Arabia Saudita ma ci si aspetta un aumento di domanda in Asia, Africa e Russia.

Bevande e zuccheri aggiunti

Lo studio ha esaminato sia le bevande con zuccheri aggiunti (soft drinks, succhi di frutta, energy drink) sia le quantità di zucchero aggiunte volontariamente ad alimenti e bevande per renderle più dolci, in cucina o negli alimenti pronti. Analizzando l’associazione tra consumi a lungo termine e depositi di grasso attorno a cuore e altri organi in 3.070 partecipanti in buona salute nella fascia d’età 18-30 anni, già reclutati per lo studio americano Cardia, che indaga il rischio di sviluppare patologie coronariche nei giovani americani.

E dopo una Tac…

Lo studio ha misurato per tre volte i consumi di cibo e bevande in un periodo di 20 anni tra il 1985 e il 2005, sottoponendo poi i partecipanti nel 2010, quindi dopo 25 anni, a una Tac di addome e torace per misurare i volumi di grasso nelle zone considerate più a rischio, appunto cuore e addome. Scoprendo che un alto consumo di zuccheri dopo vent’anni era correlato alla formazione di volumi di grasso e che a consumi maggiori (sia di bevande che di zuccheri aggiunti volontariamente) si evidenziavano gradualmente depositi più grandi.

Leggete le etichette e cercate questi nomi

“I nostri riscontri dimostrano chiaramente che consumi eccessivi di zuccheri aggiunti e bevande zuccherate sono correlati a un aumento di tessuto adiposo – precisa la dottoressa Lyn Steffen, dell’università della Minnesota School of Public Health – e sappiamo anche quanto questi depositi di grasso siano connessi a rischi maggiori di patologie cardiache e diabete. Quindi bisogna ridurli: bevete acqua e non bevande zuccherate e mangiate snack salutari invece di dolciumi e alimenti ricchi di zuccheri. Leggete le etichette in cerca di sciroppo, glucosio, fruttosio, maltosio e saccarosio. Conoscere questi nomi servirà a tagliare i consumi. E faccio un appello anche ai governi, a produttori e ristoranti, scuole e luoghi di lavoro: offrite alternative più sane e aumentate la consapevolezza di tutti”.

 



Coronavirus, l’Oms: dopo tre giorni senza sintomi, niente isolamento


Non servono più necessariamente due tamponi negativi a distanza di almeno 24 ore, oltre alla guarigione clinica per interrompere la quarantena. Cambiano le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per il rilascio dall’isolamento dei pazienti che hanno contratto l’infezione da nuovo coronavirus. Le linee guida provvisorie prevedono i tre giorni senza sintomi (inclusi febbre e problemi respiratori) come criterio sufficiente a escludere la trassmissione della malattia.

“Le nuove linee guida dell’Oms relative alla modalità di certificazione della guarigione segnano un cambiamento che può incidere significativamente sulle disposizioni finora adottate e vigenti nel nostro Paese. Chiedo di poter affrontare il delicato tema nel Cts, fermo restando il principio di massima precauzione che ci ha guidato finora”, si legge in una lettera inviata dal ministro Roberto Speranza al Comitato tecnico scientifico. Si attende dunque un approfondimento che chiarisca come e se cambieranno i protocolli sanitari dell’emergenza Covid.

I tamponi positivi

“I criteri aggiornati – specifica l’Oms – riflettono i recenti risultati secondo cui i pazienti i cui sintomi si sono risolti possono ancora risultare positivi per il virus Sars-CoV2 mediante tampone RT-PCR per molte settimane. Nonostante questo risultato positivo del test, è improbabile che siano infettivi e pertanto che siano in grado di trasmettere il virus a un’altra persona”.
Secondo il documento dell’Oms, i criteri per la dimissione di pazienti dall’isolamento senza necessità di ripetere il test sono i seguenti: per i pazienti sintomatici 10 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi, più almeno 3 giorni aggiuntivi senza sintomi (inclusi febbre e sintomi respiratori). Per i casi asintomatici: 10 giorni dopo il test positivo per Sars-Cov2.

L’Oms fornisce anche degli esempi: “se un paziente ha avuto sintomi per due giorni, potrebbe essere esentato dall’isolamento dopo 10 giorni più 3, pari a 13 giorni dalla data di insorgenza dei sintomi; un paziente con sintomi per 14 giorni, può essere dimesso (14 giorni più 3 giorni, pari a 17 giorni dopo la data di insorgenza dei sintomi; con sintomi per 30 giorni, il paziente può essere dimesso (30 giorni più 3 , quindi 33 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi)”.

Nel documento si legge inoltre che i Paesi possono scegliere di continuare a considerare il risultato dei test fra gli elementi per i criteri di rilascio. In tal caso, è possibile utilizzare la raccomandazione iniziale di “due test negativi basati sulla Pcr a distanza di almeno 24 ore”.

La decisione di modificare le linee guida è stata presa iconsiderando che il virus attivo non risulta presente, se non raramente, nei campioni respiratori dei pazienti dopo 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi, in particolare nei casi di infezione lieve di solito accompagnati da livelli crescenti di anticorpi neutralizzanti e dalla risoluzione dei sintomi.





Coronavirus, 200.000 persone depresse in più a causa della crisi economica


IN POCHI ATTIMI il virus si è portato via tutto: sogni, desideri. C’è chi ha dovuto tirare giù per sempre la saracinesca del negozio o del ristorante avviato dopo anni di fatica. Chi non è mai tornato in azienda perché è stato licenziato o chi si trova in cassaintegrazione. Da situazione il passo che porta alla depressione è breve. Molti non ce la fanno e si ammalano. Oggi in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, si stimano oltre 150.000 persone con depressione maggiore. Un problema globale tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che l’emergenza Coronavirus riguardi anche la salute mentale.

“L’emergenza sanitaria prolunga la sua ombra sul benessere psicologico delle persone, con effetti a breve e a lungo termine i cui esiti si potranno vedere anche nei prossimi anni”, spiega Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano. “Nell’arco di qualche mese si è verificato, infatti, un aumento dei sintomi depressivi nella popolazione a causa della concomitanza di più fattori di rischio quali distanziamento sociale, solitudine, paura del contagio ed evitamento, ma prevediamo anche una crescita delle depressioni dovuta da un lato alle conseguenze di una serie di lutti complicati e dall’altro dall’imminente crisi economica”

L’economia

L’economia ha un ruolo importante in questo contesto. “Basso reddito e aumento della disoccupazione determineranno, secondo diversi studi, un rischio 2-3 volte superiore di ammalarsi. In particolare, la disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento dai 150-200.000 casi di depressione, pari al 7% delle persone depresse. Con queste prospettive il numero di depressi si appresta a raggiungere quello di malati di diabete in Italia, con un maggior impatto della depressione sia a livello economico sia sulla qualità di vita”, spiega Mencacci.

La depressione è riconosciuta dall’Oms come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui circa 1 milione soffre della forma più grave, la depressione maggiore. Da una stima dei dati Istat, oltre 150.000 persone soffrono di depressione maggiore in Lombardia. Tra questi 21.000 non rispondono ai trattamenti, secondo la rielaborazione su base regionale dei dati dello studio epidemiologico italiano Dory, volto a identificare i pazienti affetti da depressione resistente attraverso un’analisi di database amministrativi.

Togliere lo stigma

Istituzioni e rappresentati locali a livello medico, assistenziale e sociale stanno cercando di capire come affrontare la malattia, superare lo stigma associato alla depressione, facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.  Fondazione Onda-Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, ha organizzato una serie di incontri a Milano sul tema. Tavole rotonde che fanno parte del percorso di sensibilizzazione per presentare il Manifesto Uscire dall’ombra della depressione, ma anche del Libro bianco sulla salute mentale in Italia. Iniziative realizzate con il patrocinio di Regione Lombardia, delle società scientifiche Sip – Società Italiana di Psichiatria e Sinpf – Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, di Cittadinanzattiva e Progetto Itaca, ed è stata organizzata con contributo incondizionato di Janssen Italia.

I costi della malattia

I costi diretti non sono l’unico tassello da tenere in considerazione se si vuole cogliere il peso economico e sociale di questa patologia. I costi indiretti (sociali e previdenziali) la fanno da padrone rappresentando il 70% del totale dei costi della malattia – spiega Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria e Direttore del Eehta del Ceis dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. “Basti pensare ai costi previdenziali legati all’elevato numero di giorni di assenza dal lavoro causato dalla depressione maggiore, alla perdita di produttività legata al presenteismo. Visto l’incremento previsto del numero delle persone con depressione in seguito alla pandemia di Covid-19, il peso economico della malattia è destinato ad aumentare”.

Anche il costo legato agli assegni ordinari di invalidità e alle pensioni di inabilità, che si aggira intorno ai 106 milioni di euro, pari a 9.500 euro annui a beneficiario, rientra tra quelli indiretti legati alla malattia. In Lombardia, secondo un’analisi dell’Eehta del Ceis (Economic Evaluation and HTta Ceis) basata su dati del 2015, tali prestazioni di invalidità previdenziale vengono concesse a 1,3 persone con depressione maggiore ogni 100.000 abitanti. Analizzando la situazione per provincia, a Cremona sono state accolte 2,8 domande di invalidità previdenziale, a cui segue Como con 2,7, Varese con 1,8, Mantova con 1,5, Bergamo con 1,4, Pavia con 1,1, Milano e Brescia con 1,0 e infine Sondrio con 0,0 ogni 100.000 abitanti.

Questi dati testimoniano che stiamo parlando di una malattia fortemente invalidante, che impatta in maniera significativa sulla vita dei pazienti e della società, da molteplici punti di vista – conclude Mennini – .Gestire il paziente in una fase precoce della malattia consente non solo un miglioramento della sua qualità di vita, ma anche una riduzione dell’impatto dei costi per il sistema sanitario e sociale”.



Immuni, la scarico o no? Ecco come si decide



Il 30% degli italiani non la vuole, un altro 30% non ha deciso. Solo il 40% scaricherà Immuni sul suo smartphone. E si tratta soprattutto di anziani. Mentre i giovani sono più spesso scettici, sospettosi nei confronti dell’app. La differenza più evidente tra i favorevoli e i contrari all’applicazione più divisiva degli ultimi tempi non è demografica né sociologica, è soprattutto psicologica, tra chi si sente coinvolto nella gestione del proprio e dell’altrui rischio e chi meno.
 
Questi dati sono solo una parte delle informazioni raccolte da un sondaggio realizzato dal Centro di ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica di Cremona, che indaga l’impatto psicologico dell’emergenza Covid-19. “Abbiamo lavorato su un campione rappresentativo della popolazione italiana per studiare le ricadute dell’emergenza sanitaria sulle percezioni, preoccupazioni e aspettative dei nostri connazionali”, spiega Guendalina Graffigna, direttore di EngageMinds HUB, professore ordinario di Psicologia dei consumi e della salute alla Cattolica di Piacenza, nonché responsabile della ricerca. “Questa su Immuni – spiega – è parte di un’indagine più ampia, condotta nell’ambito del progetto Craft, Cremona agrifood technology, finanziato da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia e che nasce per dare voce ai cittadini e alle loro preoccupazioni e per aprire spazi di dialogo e di coinvolgimento. Gli aspetti psicologici  sono mutevoli ma predittivi di comportamenti futuri e conoscerli può invertire tendenze”. Per esempio nei confronti di questo strumento di contact tracing la cui efficacia è direttamente collegata al volume dei download: secondo alcune stime per fare davvero la differenza Immuni dovrebbe essere scaricata dal 60% della popolazione.

Due milioni

A oggi i download ammontano a 2 milioni. “Un numero che è un segnale d’allarme e che conferma i nostri dati, che dicono che il 60% degli italiani rifiuta Immuni o è in dubbio, una quota di popolazione nella quale emerge soprattutto il timore che Immuni ci inserisca in una sorta di grande fratello”, ragiona Graffigna. Un timore che un po’ stupisce, perché a prescindere da questa applicazione, in un grande fratello ci siamo già, visti tutti i sistemi che di fatto ci tracciano non solo nei movimenti fisici ma anche nelle attività online e che sono già nei nostri smartphone. “È vero – conferma Graffigna – però questa app è come se oggettivasse l’idea del controllo”, come se la rendesse concreta.  

I giovani e il timore di perdere libertà

Stando all’indagine della Cattolica gli over 60 sono più aperti e disponibili a utilizzare Immuni dei giovani tanto che, tra gli anziani, la fetta di popolazione che si mostra più propensa a scaricare l’app sale al 58% rispetto al 40% del campione generale. Un risultato che potrebbe sembrare controintuitivo: in fondo i giovani hanno più dimestichezza col digitale di chi è più avanti con l’età. “Però i giovani sono più preoccupati di perdere libertà. Inoltre c’è un fenomeno molto studiato in psicologia che si chiama reattanza e consiste nella tendenza quasi automatica a rifiutare quello che viene percepito come una imposizione. E la reattanza è fisiologicamente più presente delle fasce giovanili”, è la risposta dell’esperta.

Tollerare l’incertezza

Chi non è occupato è più critico nei confronti di Immuni di chi è socialmente più inserito, che è quindi tendenzialmente più propenso a scaricare l’app. “Sembra che una condizione di difficoltà sociale renda più negativi e sospettosi nei confronti di iniziative come Immuni”, riflette la psicologa. “Il fatto è che stiamo vivendo un periodo di oggettiva incertezza ma non tutti sono capaci di tollerarla, l’incertezza. Chi ha strumenti culturali o personali per farlo è più compliante, cioè nel nostro caso specifico aderisce di più a Immuni. Chi ha più frustrazioni o chi è più affaticato è più sfiduciato”.

Il livello di engagement

La paura è una forte motivazione: chi è più spaventato dell’epidemia è anche più predisposto a utilizzare un sistema di contact tracing: il 49% rispetto al 31% di chi è meno in allarme. Ma soprattutto, a fare la differenza sembra essere il cosiddetto livello di engagement, cioè la misura del coinvolgimento psicologico nella gestione della propria salute e di elaborazione di un senso di responsabilità personale verso la prevenzione: solo il 16% di chi ha un basso livello di coinvolgimento si dichiara orientato all’uso dell’app Immuni, mentre il dato sale al 45% tra coloro con un coinvolgimento elevato. “Non tutti si sentono responsabili per sé stessi allo stesso modo – è il commento dell’esperta – c’è chi tende a delegare, chi viene sopraffatto dagli eventi, ci sono i fatalisti che tendono a non essere disponibili nei confronti dell’app. Poi c’è chi pensa di poter agire sul proprio livello di rischio e sul livello di rischio altrui, ed è in genere più aperto a Immuni. In ogni caso il livello di coinvolgimento è più legato a esperienze precedenti o alla personalità che non aa condizioni sociodemografiche. È insomma trasversale tra fasce d’età, generi e classi”. E anche tra condizioni di salute: l’atteggiamento medio nei confronti dell’app di tracciamento – è uno dei risultati della ricerca – non cambia tra chi ha una patologia cronica o tra le fila del personale sanitario, il cui atteggiamento verso l’app in effetti è in linea con la percentuale del campione nazionale. 
 
La sfiducia nella scienza
 
Mentre nella fase 1 di contrasto al virus la fiducia nella ricerca scientifica era elevata, oggi in piena fase 2, si coglie un calo di aspettative. È una sensazione o no? E ha a che vedere con la diponibilità nei confronti di sistemi di tracciamento? “Non è una sensazione, nel corso delle settimane la fiducia nella scienza si è effettivamente ridotta. E si capisce la ragione– afferma Graffigna –. Il cittadino comune ha visto sui social e in tv esperti discutere anche animatamente tra loro. Ma il cittadino comune non sa, e non è tenuto a sapere, che la discussione appartiene al mondo della scienza. Inoltre non riuscendo a decifrare i messaggi è stordito dai toni, che sono stati e sono, anche alti”.
 
Tanta informazione: e l’educazione
 
“Abbiamo avuto un’epidemia di informazioni sul Covid19, ma è mancata una campagna di educazione articolata e strutturata sul virus. Sono passati messaggi anche contraddittori che hanno disorientato tanti, perché non tutti hanno una base culturale scientifica che faccia da filtro”, dice Graffigna.
Come dire che se e ti arriva tutto ma anche il contrario di tutto, o quello che a te sembra il contrario, ti sfiduci, forse anche ti arrabbi, e rifiuti anche strumenti di protezione personale e sociale, come Immuni? “Sì è così – dice l’esperta -. Un peccato: perché rischiamo di perdere l’occasione di rendere i cittadini alleati della ricerca, della prevenzione e del sistema sanitario pubblico, che è nostro di tutti noi. Tornando a Immuni – conclude – questa app andrebbe spiegata, accompagnata e proposta con campagne educative come uno strumento di salute personale e pubblica, di responsabilità verso sé stessi e la comunità”. 
 
 




“Basta terrore, il virus non c’è più”. E tra gli scienziati si scatena la rissa


La polemica scoppia nel pomeriggio. Quando Alberto Zangrillo, numero uno della Terapia intensiva del San Raffaele di Milano e medico personale di Silvio Berlusconi, ai microfoni di Mezz’ora in più , lo dice in modo tranchant : “Clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più, qualcuno terrorizza il Paese”. E ancora: “Non si può continuare a portare l’attenzione su un terreno di ridicolaggine, che è quello che abbiamo impostato a livello di Comitato scientifico nazionale e non solo, dando la parola non ai clinici e non ai virologi veri”. Subito si infiamma il dibattito, con gli esperti del Cts e la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa che invocano cautela. Perché “il virus circola ancora ed è sbagliato dare messaggi fuorvianti”.

Le parole di Zangrillo fanno riferimento, estremizzandola, all’ipotesi che il Sars-Cov-2 sia cambiato. Diventando più debole, e per questo responsabile di infezioni meno gravi: sostengono questa ipotesi Massimo Clementi, numero uno della Virologia dell’università Vita Salute sempre del San Raffaele – “Stiamo osservando pazienti con cariche virali nettamente inferiori rispetto alla prima metà di marzo, e che di conseguenza hanno una malattia in forma meno grave. Abbiamo appena ultimato uno studio con la Emory University di Atlanta” – ma anche Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive del San Martino di Genova: “Il virus potrebbe essere diverso, la potenza di fuoco di due mesi fa non è la stessa di oggi. Lo dico da medico sul campo, la presentazione clinica ed il decorso sono più lievi”.

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Queste ipotesi non sono però condivise da tutto il mondo scientifico. Anzi. Perplesso è per esempio il virologo Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive del Sacco e ordinario della Statale di Milano: “Mi sembra che affrontare la questione sia prematuro. In un articolo pubblicato online su Nature il 20 maggio, si descrivono oltre 300 casi di Covid- 19 e più di 100 sequenze del virus. E la conclusione è che le sue differenti manifestazioni sono dovuti a fattori individuali del paziente, quali l’età e la presenza di altre patologie, più che del virus stesso. È vero che oggi le caratteristiche delle persone che sono ricoverate in ospedale sono diverse, ma questo è dovuto al fatto che si riescono a fare prima le diagnosi e a prendere in carico i pazienti, vista anche la pressione ridotta sul sistema”.

Ne fa invece una questione di numeri il virgolo Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova: “Con 400 casi al giorno che, ancora oggi, vengono segnalati, parlare di virus scomparso mi pare prematuro. Stiamo di certo assistendo a un trend di riduzione dei contagi, ma dire che il virus non c’è più temo non sia giustificato dalle evidenze scientifiche. La cautela non deve essere abbandonata, anche perché siamo ancora di fronte a una malattia sconosciuta”.

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La prudenza dei virologi sul tema, del resto, è la stessa del Comitato tecnico-scientifico. Che tramite uno dei suoi membri, lo pneumologo Luca Richeldi, alle parole di Zangrillo reagisce in modo netto: “È indubbio e rassicurante il fatto che la pressione sugli ospedali si sia drasticamente ridotta. Ma questo è il risultato delle altrettanto drastiche misure di contenimento della circolazione virale adottate nel nostro Paese. Per questo non si devono dare messaggi fuorvianti”. Gli fanno eco Giuseppe Ippolito, direttore dello Spallanzani di Roma – “Non vi è alcuna prova o studio scientifico pubblicato che dimostri che il Sars-Cov-2 sia mutato. Abbiamo ora meno casi gravi a dimostrazione che le misure di contenimento hanno dato i loro frutti” – e il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli. Che di fronte alle parole di Zangrillo parla di “sconcerto e grande sorpresa: basta semplicemente guardare al numero di nuovi casi di positività a Sars-Cov-2 che vengono confermati ogni giorno per avere dimostrazione della persistente circolazione in Italia del nuovo coronavirus”.

Il timore, insomma, è che messaggi del genere possano dare il via libera a comportamenti privi di cautela, privi di quelle precauzioni che hanno contribuito a ridurre la circolazione del virus: “In attesa di evidenze scientifiche a sostegno della tesi della scomparsa del virus, della cui attendibilità saremmo tutti felici, invito a non confondere le idee degli italiani, favorendo comportamenti rischiosi – dice la sottosegretaria Zampa -. Occorre invitare sempre alla massima prudenza”.



La pubertà arriva un anno prima, sotto accusa obesità e inquinamento


LA PUBERTA’ PER LE RAGAZZE arriva quasi un anno prima rispetto a quanto accadeva 40 anni fa. A dirlo è una ricerca del Rigshospitalet dell’Università di Copenaghen, pubblicata su Jama Pediatrics e che ha utilizzato come indicatore dell’inizio della pubertà non il menarca ma il telarca, cioè il tessuto ghiandolare mammario.

Lo studio

I ricercatori hanno analizzato i dati di 38 studi pubblicati prima del 2019 che prendevano in considerazione il periodo in cui c’è lo sviluppo del tessuto ghiandolare del seno, che in termini medici si chiama telarca. Si tratta del segnale che la pubertà sta cominciando. Il team di ricercatori non ha, invece, preso in considerazione il menarca, cioè la prima mestruazione, perché può dipendere da differenti fattori, che variano da persona a persona e anche perché spesso si fa affidamento sulle donne che non sempre ricordano bene quando sono iniziate le mestruazioni.

Che cos’è la pubertà

Il primo segno puberale nella femmina è lo sviluppo della ghiandola mammaria (bottone mammario) chiamato telarca e nel maschio l’aumento del volume testicolare. La comparsa di peluria pubica ed ascellare, e la sudorazione acre, invece, non sono sintomo di un vero avvio dello sviluppo puberale. Nelle fasi iniziali della pubertà nella femmina e più tardivamente nel maschio si osserva un’accelerazione della velocità di crescita, conosciuta come “sprint puberale”, che comporta un aumento della statura di 20-25 cm nella femmina e di 25-30 nel maschio.

La situazione in Italia

L’anticipo della pubertà osservato nello studio danese riguarda anche i ragazzi italiani. “L’età del menarca nelle bambine non si è modificata rispetto a 20 anni fa ed avviene anche oggi in media a 12 anni”, spiega Marco Cappa, responsabile di endocrinologia dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Quello che osserviamo, però, è un anticipo dell’inizio della pubertà, cioè vediamo bambine che hanno segni di sviluppo come il bottone mammario o bambini con un aumento del volume testicolare anticipato rispetto a 20 anni fa”.

Il ruolo del peso e del tessuto adiposo

Come mai questo anticipo? Secondo i ricercatori danesi una possibile causa va ricercata nell’aumento dell’Indice di massa corporea che potrebbe comportare anche uno sviluppo precoce del tessuto ghiandolare mammario. “E’ un’ipotesi possibile – conferma Cappa. Anche le bambine italiane sono sempre più in sovrappeso e il tessuto adiposo è fonte di estrogeni che possono avviare lo sviluppo”.

L’inquinamento può causare la pubertà precoce?

Sotto accusa sono anche i fenoli, gli ftalati e i fitoestrogeni utilizzati nella cosmesi e nei recipienti plastificati. “Anche i fattori ambientali come l’inquinamento da sostanze simili agli estrogeni giocano un ruolo”, spiega il medico. “Ma non possiamo dimostrarlo perché non esiste al mondo una popolazione non inquinata con cui paragonare quelle esposte a polveri sottili e smog”.

Spinaci e fito-estrogeni

Anche le carni “trattate” (per esempio con xenoestrogeni, usati per far crescere i vitelli) possono indurre un anticipo dello sviluppo sessuale. “Ma questo problema non dovrebbe riguardarci perché in Italia ci sono controlli molto rigidi. Attenzione, invece, ai cosiddetti fito-estrogeni, cioè ormoni contenuti nelle verdure ma che non possono essere eliminati. Per esempio, gli spinaci sono stati considerati dall’Agenzia Mondiale Antidoping una sostanza dopante perché contengono steroidi e quindi potrebbero essere ingeriti per migliorare sensibilmente la potenza muscolare e l’aumento delle prestazioni sportive. Tra l’altro è possibile che anche altre verdure contengano sostanze di questo tipo”, avverte Cappa.

Le conseguenze

Assodato che il trend è quello di un anticipo della pubertà, quali possono essere le conseguenze? “Innanzitutto, possono esserci delle ricadute sulla statura: se i ragazzi si allungano prima del tempo, poi non raggiungono l’altezza che avrebbero raggiunto se lo sviluppo avesse fatto il suo corso normale”. Ma l’impatto maggiore è quello psicologico: “Soprattutto per le bambine, il disagio emotivo può essere forte perché si trovano a 9-10 anni in un corpo da tredicenni, ma loro sono e si sentono ancora piccole”, fa notare l’endocrinologo.

I segnali a cui fare attenzione

Come accorgersi che i propri figli stanno vivendo una pubertà anticipata? Secondo i pediatri, i genitori devono rivolgersi a loro quando osservano un repentino incremento della velocità di crescita con passaggio della statura al percentile superiore e quando compare la ghiandola mammaria nella femmina e la peluria pubica nel maschio. “Bisogna monitorare attentamente i segni della pubertà insieme al pediatra: se prima degli 8 anni la bambina ha già un bottoncino mammario, va mandata dagli specialisti perché c’è la possibilità di intercettare precocemente ed eventualmente intervenire. Inoltre, soprattutto se la pubertà è molto precoce, prima dei 6 anni e mezzo nelle femmine e 7 nei maschi, è buona norma ricercare eventuali patologie organiche effettuando una risonanza magnetica della zona ipotalamo-iposifaria”.

Come si fa la diagnosi

La diagnosi viene effettuata valutando la maturazione ossea dei bambini: “Serve a indicare l’età biologica di un soggetto perché, per esempio, una bambina di 7 anni può avere una maturazione ossea di 11 anni”, spiega Cappa. Poi si effettua un’ecografia pelvica per valutare le dimensioni dell’utero che, insieme alla mammella, è l’altro organo bersaglio degli estrogeni”. Nei maschi, invece, si osservano le gonadi: “Utilizzando l’orchidometro di Prader – prosegue l’esperto – si misura il volume testicolare: se prima dei 9 anni è sopra i 4 ml cubici, vuol dire che c’è una pubertà precoce”. Cosa fare in questi casi? “In linea di massima nulla – risponde Cappa.  Solo nelle bambine che sviluppano il bottone mammario prima degli 8 anni e nei maschietti che prima dei 9 anni presentano uno sviluppo del volume testicolare si ricorre a ‘farmaci anti-ormoni’, cioè degli analoghi degli ormoni che vanno a bloccare i recettori ormonali e quindi impediscono la pubertà”.  
 




Coronavirus: Oms: “Nei bimbi infiammazione multi-organo”


 Una ‘sindrome infiammatoria multisistemica’, che può cioè coinvolgere più organi, è stata osservata in bambini e adolescenti e sembrerebbe collegata alla Covid-19. L’allerta arriva dall’Oms che, sulla base delle segnalazioni giunte da Europa e Usa di bambini ricoverati in terapia intensiva per una condizione di ‘infiammazione sistemica’ con alcune caratteristiche simili alla malattia di Kawasaki, ha sviluppato una definizione “preliminare” per classificare tali casi nei bambini. Necessario un approfondimento.

A oggi nell’Unione europea sono stati registrati circa 230 casi sospetti tra i bambini di questa nuova sindrome, di cui due morti, uno in Francia e l’altro nel Regno Unito. I sintomi, tra cui febbre, dolori addominali e problemi al cuore, sono un misto tra la sindrome di Kawasaki e quella da shock tossico, come segnala un bollettino del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc).

Attualmente, rileva l’Ecdc, gli studi epidemiologici hanno mostrato che i ragazzini tra i 0 e 14 anni sembrano essere meno colpiti dal virus SarsCov2: rappresentano solo il 2,1% di tutti i casi confermati in laboratorio. Diversi paesi europei, colpiti dall’epidemia, hanno però segnalato recentemente casi di bambini ricoverati in terapia intensiva per una rara sindrome infiammatoria multisistemica, che si è ipotizzato essere collegata al Covid-19, visto che molti di questi bambini sono risultati positivi al coronavirus. Al momento non è stato ancora confermato con certezza il legame tra il Covid-19 e questa malattia pediatrica, anche se appare plausibile.

 



Coronavirus, lo studio toscano sulla plasmaterapia scelto come modello nazionale



 Lo studio toscano sulla plasmaterapia diventa capofila della sperimentazione nazionale per la cura di Covid-19. Su indicazione del ministero della Salute, Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e Iss (Istituto superiore di sanità) hanno deciso di proporre la sperimentazione della plasmaterapia con siero iperimmune da donatori convalescenti su tutto il territorio nazionale. E il protocollo toscano “Tsunami” (acronimo di TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS.CoV2), che già aveva raccolto l’adesione di Lazio, Campania, Marche e Umbria, oltreché della Sanità Militare, è stato scelto quale modello metodologico di riferimento per il nuovo studio, riferiscono dalla Regione Toscana.

L’Iss, in collaborazione con Francesco Menichetti, direttore di Malattie infettive dell’Azienda ospedaliero universitaria di Pisa, che sarà principal investigator anche della sperimentazione nazionale, sta definendo gli interventi necessari. “La Regione Toscana – è il commento del presidente Enrico Rossi – si è impegnata tempestivamente e su più fronti per fronteggiare il Covid-19: disponibilità adeguata di posti letto in area medica e in terapia intensiva, disponibilità dei test diagnostici molecolari e sierologici su tutto il territorio, interventi della sanità territoriale per cure dispensate a domicilio, ma anche intervento diretto della sanità pubblica nella gestione delle Rsa private e distribuzione di mascherine a titolo gratuito per tutti i cittadini, rappresentano i cardini di un intervento a tutto campo, che ha saputo anche cogliere e supportare la ricerca di qualità promossa dai professionisti che operano nelle strutture pubbliche. E’ il caso della sperimentazione della plasmaterapia che si sta conducendo a Pisa e che contribuisce ad aumentare le possibilità di cura per i pazienti critici”. (segue) “Il Servizio sanitario toscano conferma non solo la sua capacità di rispondere prontamente all’emergenza pandemica – dice l’assessore al Diritto alla salute Stefania Saccardi – ma anche di saper sostenere e tutelare la ricerca scientifica, indispensabile per garantire l’elevata qualità delle prestazioni assistenziali.”Tsunami” è un buon esempio di collaborazione armonica tra la rete toscana dei centri trasfusionali e i clinici di area Covid-19, che non a caso trova riconoscimento al più alto livello. Importante come sempre la sinergia con le associazioni di volontariato e il coordinamento del Centro regionale sangue, per una corretta informazione dell’opinione pubblica e la sensibilizzazione dei potenziali donatori”.

La sperimentazione nazionale riceverà la validazione di Aifa e l’approvazione da parte del Comitato etico dell’Inmi Spallanzani di Roma, che sarà utilizzabile da tutti i centri aderenti. Di rilievo, in accordo con il recente decreto legge specifico, il fatto che la sperimentazione non richiederà che vengano stipulati contratti di assicurazione locali specifici. Menichetti si è dichiarato orgoglioso della scelta operata da Aifa e Iss, che conferma la qualità della ricerca scientifica toscana, e soddisfatto della possibilità per tutti i centri già aderenti a Tsunami di continuare il loro impegno nel quadro della sperimentazione nazionale. L’arruolamento dei primi pazienti guariti che si erano resi disponibili per la donazione di plasma è già partito un mese fa, dall’11 aprile scorso.



Vaccino italiano per il coronavirus, i primi test: “Gli anticorpi bloccano virus”


Funzionano gli anticorpi generati nei topi dal vaccino italiano dell’azienda Takis: lo indicano i test eseguiti nel laboratorio di virologia dell’istituto Spallanzani. A comuncarlo l’amministratore delegato Luigi Aurisicchio. È il livello più avanzato finora raggiunto nella sperimentazione di un candidato vaccino nato in Italia, ma i test sull’uomo sono previsti comunque dopo l’estate.

“Procedendo con questi ritmi sarà possibile avviare da luglio le prime sperimentazioni sull’uomo” ha spiegato il direttore sanitario, Francesco Vaia aggiungendo che “se i primi test daranno un esito positivo, porteranno nel 2021 alla somministrazione del vaccino su un alto numero di persone a rischio e, spero, alla dimostrazione della sua efficacia”.

Per la sperimentazione l’istituto per le malattie infettive della Capitale, centro di eccellenza per la lotta al nuovo coronavirus, sta allestendo un’area dell’ospedale che sarà specificatamente dedicata alla somministrazione del vaccino a volontari sani, nel “rispetto di tutte le garanzie di sicurezza”. Nel mese di maggio inizierà la selezione dei primi volontari, che dovrebbero essere poco meno di 50, e con uno ‘sprint’ finale l’avvio dei test potrebbe essere anticipato addirittura di qualche giorno, alla fine di giugno.

Si tratta – spiegano dall’istituto – di un vaccino genetico basato su un vettore virale che è stato messo a punto dalla società ReiThera, un’azienda di biotecnologie con sede a Castel Romano. Il coordinamento scientifico è stato affidato allo Spallanzani che agirà d’intesa con il Cnr. “A differenza dei vaccini tradizionali, i vaccini genetici non utilizzano un microorganismo inattivo o parte di esso, ma il gene che codifica per l’antigene del microrganismo che si vuole neutralizzare”, ha spiegato Vaia. In questo caso verrà utilizzato il gene che codifica per la proteina spike che permette l’ingresso del virus nelle cellule. Questo gene, una volta entrato nelle cellule dell’organismo, induce la produzione della proteina che a sua volta stimola la risposta immunitaria contro il coronavirus”.

Per la sperimentazione di questo vaccino è scesa in campo la Regione Lazio in accordo con il ministero dell’Università e della Ricerca. Nelle scorse settimane la Regione ha annunciato di destinare 5 milioni di euro all’istituto proprio per contribuire alla ricerca del vaccino contro il Covid-19.

“Una notizia che dà speranza” ha sottolineato in un tweet il presidente della Regione Nicola Zingaretti ricordando: “Dalla Regione Lazio investiti 5 milioni di euro per questa ricerca che continueremo a sostenere”.

Mentre l’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato, ha sottolineato: “Siamo l’unica Regione ad aver investito sulla sperimentazione per il vaccino. Questo è un elemento assolutamente fondamentale”. E proprio nei laboratori dello Spallanzani di Roma, ospedale dove sono stati curati e guariti i coniugi cinesi – primi due casi accertati di coronavirus in Italia – a inizio febbraio fu isolato il virus.