Nei funghi l'elisir di una mente sana, dimezzano il rischio declino

Nei funghi l’elisir di una mente sana, dimezzano il rischio declino


LA RICETTA per invecchiare in salute? Attività fisica, alimentazione sana, e un ingrediente segreto: i funghi. Stando ai risultati di uno studio appena pubblicato Journal of Alzheimer’s Disease da un team di ricercatori della National University of Singapore, il consumo abituale di queste pietanze nel corso della vita aiuterebbe infatti a tagliare quasi del 50% il rischio di sviluppare un disturbo cognitivo minore, una forma di lieve declino mentale, diffuso e subdolo, perché in molti casi può evolvere in sintomatologie più gravi come l’Alzheimer.

Il declino cognitivo

Il disturbo cognitivo minore è una sintomatologia legata all’età, che si situa a metà strada tra un fisiologico declino delle facoltà cognitive, inevitabile col trascorrere degli anni, e forme di demenza patologiche ben più gravi. I sintomi sono il peggioramento della memoria, deficit delle capacità di linguaggio, dell’attenzione e delle capacità visuo-spaziali, di intensità abbastanza lieve però da non interferire in modo significativo con le attività giornaliere del paziente. Si tratta quindi di un disturbo difficile da diagnosticare, ma importante da tenere sott’occhio perché può spesso rappresentare l’anticamera di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer, per le quali un inizio precoce delle terapie è fondamentale per gestire al meglio la progressione dei sintomi.

Lo studio

La ricerca ha coinvolto 663 volontari di età superiore ai 60 anni, di cui i ricercatori hanno verificato abitudini di vita e preferenze alimentari, concentrando l’attenzione, ovviamente, sul consumo di funghi. I partecipanti sono quindi stati sottoposti a una batteria di test con cui effettuare una diagnosi affidabile di disturbo cognitivo minore. Grazie alle informazioni raccolte, gli scienziati hanno potuto eliminare dai loro calcoli gli effetti di fattori di rischio noti per il declino cognitivo, come abitudine al fumo, consumo di alcolici, sesso e livello di educazione, patologie cardiovascolari o diabete. In questo modo, hanno potuto valutare esattamente in che modo incida il consumo di funghi sul rischio di sviluppare un disturbo cognitivo minore. Dai loro calcoli emerge che le probabilità calano ben del 57% con un consumo settimanale di almeno 300 grammi di funghi, l’equivalente di due porzioni nell’arco della settimana.

Il segreto della longevità

Cosa renda speciali i funghi, al momento, non è chiaro. Ma gli autori della ricerca hanno un’ipotesi. “Siamo molto interessati a un composto chiamato ergotioneina”, spiega Irwin Cheah, biochimico della National University of Singapore che ha partecipato alla ricerca. “Si tratta di un composto unico, con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, che gli esseri umani non sono in grado di sintetizzare da soli. Può essere ottenuto solamente attraverso l’alimentazione, e i funghi sono una delle possibili fonti più abbondanti”.

Il prossimo passo – assicura Cheah – sarà quindi un trial clinico a tutti gli effetti, in cui testare l’efficacia della ergotioneina purificata e di altre sostanze naturali nel ritardare lo sviluppo di deficit cognitivi negli over 60. Per una risposta definitiva, dunque, bisognerà attendere ancora qualche anno. La buona notizia, comunque, è che l’ergotioneina è contenuta in abbondanza anche nei funghi disponibili nelle nostre regioni, in particolare nei pleurotus (come il ferlengo di Tarquinia) e nei boletus, di cui il re indiscusso è certamente il porcino. E trattandosi di pietanze sane e appetitose, come si suol dire… tentar non nuoce.


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Menopausa precoce e fumo aumentano il rischio di cancro alla vescica


LE DONNE che vanno in menopausa precocemente prima dei 45 anni potrebbero avere un rischio maggiore di cancro alla vescica. Il rischio è ancora maggiore se fumano. Lo studio, che si basa sull’analisi delle condizioni di salute di oltre 220mila infermiere americane, è stato presentato al Congresso europeo di urologia in corso a Barcellona da oggi fino al 19 marzo e che vede la partecipazione di circa 14mila urologi provenienti da vari paesi europei. Quello alla vescica è il sesto tumore più diffuso diagnosticato in Europa. È più comune negli uomini che nelle donne, ma queste ultime hanno maggiori probabilità di sviluppare quello in fase avanzata ed hanno, quindi, meno probabilità di sopravvivere rispetto agli uomini. In Italia sono 27.000 i casi di tumore alla vescica ma si stima che si arriverà ad oltre 30mila nuove diagnosi l’anno nel 2020.

Gli scienziati statunitensi ed europei hanno studiato la storia medica di 220mila infermiere statunitensi che sono state arruolate per uno studio sulla salute di questa categoria professionale e sono state monitorate dal 1976. Hanno scoperto che le donne che andavano in menopausa prima dei 45 anni avevano il 45% in più di probabilità di avere il cancro alla vescica rispetto a quelle per le quali iniziava dopo i 50 anni. Se poi queste donne erano anche fumatrici, il rischio di cancro alla vescica aumentava del 53%. Circa 1 donna su 20 va in menopausa precocemente prima dei 45 anni che mediamente inizia a 51 anni nei paesi sviluppati.

“Abbiamo capito che la menopausa precoce associata al fumo espone le donne ad un rischio maggiore di cancro alla vescica”, spiega Mohammad Abufaraj, primo autore della ricerca. “Del resto, sapevamo già che il fumo è il più importante fattore di rischio per il cancro della vescica. I nostri dati hanno anche rivelato che è improbabile che alcuni fattori femminili come l’età della prima mestruazione, il numero di gravidanze, l’uso di contraccettivi orali o l’uso di terapia ormonale sostitutiva siano associati al rischio di cancro alla vescica”.

L’impatto del fumo è dose-correlato

Questo studio sembra indicare che andare precocemente in menopausa (ed avere, quindi, una vita riproduttiva più breve) faccia aumentare il rischio di cancro alla vescica. Ma per i ricercatori il ruolo-chiave è quello del fumo che – tra l’altro – è uno dei fattori che possono contribuire alla precocità della menopausa. Altre precedenti ricerche avevano messo in evidenza come l’impatto del fumo sia dose-correlato ed abbia delle conseguenze sulla prognosi sia nel carcinoma della vescica precoce che in quello avanzato. In altre parole, il consumo di sigarette peggiora la risposta alla terapia e anche la mortalità. Ma 10 anni dopo aver smesso di fumare, questo rischio torna allo stesso livello di quello dei non fumatori.

In Italia 27.000 casi l’anno

Il numero di casi e il numero di persone che muoiono di cancro alla vescica variano in modo significativo da un paese all’altro. In generale, gli uomini si ammalano 3 volte di più rispetto alle donne, ma il tasso di mortalità per il sesso femminile è più alto di circa il 40%. Differenze che potrebbero essere dovute ad un ritardo nella diagnosi, a fattori genetici ed epigenetici o anche a fattori ormonali. In Italia attualmente ci sono 27.000 casi di tumore alla vescica ogni anno.
 
 
 

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La musica all’asilo nido sviluppa il linguaggio e previene la dislessia


QUANDO si sente parlare di corsi di musica per bambini si pensa immediatamente a lezioni per insegnare a cantare o a suonare uno strumento. Perciò quando il corso viene proposto in un asilo nido, a piccoli dai sei mesi ai 3 anni, si resta perplessi, con il pensiero che corre verso la formazione di un enfant prodige, alla Mozart. Non viene in mente invece a quanto la musica possa letteralmente avvolgere il piccolo e aiutarlo a sviluppare delle capacità innate che altrimenti perderebbe nel giro di qualche anno.
 

Il metodo gordoniano

In Italia negli ultimi anni si è diffusa sempre di più l’organizzazione di corsi di musica che fanno stare il bambino “nella musica”. Non si tratta di un mero ascolto casuale di canzoncine o motivetti ma l’ascolto di melodie ben precise, brevi, vocali e strumentali. Questo metodo, Music Learning Theory, ideato da Edwin E. Gordon è orientato alla musica più che a un aspetto pedagogico più ampio, sul modello montessoriano. Si è sviluppato negli Stati Uniti e una ventina di anni fa è approdato in Italia, dove è particolarmente diffuso rispetto al resto d’Europa perché sono tanti i musicisti italiani che si sono recati negli Usa per studiarlo e portarlo nel nostro Paese. “Gordon analizzava come i bambini, anche i neonati, ‘stavano nella musica’- spiega Annamaria Di Roma, musicista e didatta dell’associazione Musica Nova di Roma che proprio in Mlt si è laureata al Dams quasi venti anni fa. “Le parole vengono superate dalla melodia e dal ritmo, scanditi da sillabe neutre. Viene elaborato un linguaggio musicale basato su costruzioni sintattiche e armoniche lineari e neutre, che attirano l’attenzione del bambino. Per Gordon l’apprendimento del linguaggio musicale è equiparato a quello del linguaggio”.
 
LEGGI Bambini, studiare la musica aiuta a parlare

Gordon è stato il primo a parlare di ‘pensiero musicale’ e ‘attitudine musicale’. “Tutti nasciamo con un’attitudine musicale, molto spiccata nei piccolissimi, ma se non la sviluppiamo o ascoltiamo solo ‘canzoncine’ la perdiamo già verso i 12 anni – continua Di Roma -. Io insegno anche alle scuole medie e faccio molta più fatica a far arrivare la musicalità e l’armonia rispetto ai bimbi sotto i sei anni”.
 
In Italia ci sono numerosi asili nido in cui si insegna la Music Learning Theory per stimolare la psicomotricità e altrettanto numerose sono le associazioni che offrono la formazione per insegnare, prima fra tutte l’Aigam, associazione italiana per l’apprendimento Gordon musicale.  Nell’ambito della scuola dell’infanzia invece, tale teoria è meno diffusa a causa delle sue caratteristiche organizzative: prima tra tutte il rapporto alunni-insegnante (un docente per 25, a volte 28 bambini nella scuola dell’infanzia contro un educatore ogni 6 bambini al nido). Per questo motivo la musica nella scuola dell’infanzia si basa maggiormente sulle metodologie Orff e Dalcroize che permettono di lavorare anche con gruppi più numerosi.
 

Come si svolge la lezione

Ma come si svolge una lezione per i piccolissimi? Fino ai due anni il bambino deve solo ascoltare le melodie vocali. I gruppi sono composti da 10-12 bambini al massimo e la lezione si svolge in un luogo neutro, con colori chiari, dove non ci siano distrazioni o stimoli. Oltre all’operatore musicale deve essere presente anche un educatore per poter effettuare delle polifonie. I canti sono brevi, hanno determinate tonalità e caratteristiche, poi la melodia si interrompe e se ne inizia un’altra. L’esperto osserva il comportamento dei bambini. “Ogni piccolo è diverso e risponde in maniera del tutto personale e spontanea allo stimolo musicale: qualcuno ascolta immobile, qualcuno si muove, altri ‘rispondono’ con dei fonemi, inserendosi nel canto o a fine lezione – continua l’insegnante. – Si sviluppa il cosiddetto ‘pensiero musicale’ o audiaction. Poi c’è chi risponde in modo autonomo, chi è influenzato dagli altri. Si instaura una sorta di “dialogo” musicale con il piccolo che elabora lo stimolo nei suoi modi e tempi. C’è un netto parallelismo con l’apprendimento del linguaggio”.
 
Sviluppare l’attitudine musicale innata ha degli effetti concreti su tutte le sfere dell’apprendimento perché il bambino, assorbendo fin da subito la sintassi musicale, sviluppa un maggiore livello di attenzione, di capacità di ascolto, di velocità nel parlare, nell’esporre il pensiero e nella lettura.

LEGGI anche – “Dislessia: il metodo che aiuta il cervello”

LEGGI anche – “Bambini, troppo tablet può causare ritardo del linguaggio”

Un aiuto nel prevenire la dislessia

In particolare il “gioco musicale”, rispetto alle altre attività per la psicomotricità (visive, teatrali…) si è dimostrato quello che più di tutti aiuta lo sviluppo della capacità linguistica perché stimola la consapevolezza fonologica. “Studi elettrofisiologici dimostrano che i bambini sottoposti a stimoli sonori danno risposte sensoriali ben precise: già a nove mesi riconoscono la differenza tra un fonema e l’altro (“da” è diverso da “ba” per esempio)” spiega Alice Mado Proverbio, professore di neuroscienze cognitive dell’Università Bicocca di Milano, che ha condotto ricerche specifiche nel settore delle Neuroscienze della Musica. “La capacità fonemica è innata ma la stimolazione sensoriale può modificare il cervello stesso perché si stimola l’utilizzo di aree specifiche. La musica migliora la memoria verbale e a breve termine, l’abilità spazio-temporale e ha effetti concreti sul linguaggio. Inoltre può prevenire la dislessia, sia visiva che fonologica: studiare musica infatti modifica sia la capacità di lettura che di elaborazione del suono. Già solo leggendo il pentagramma si attivano aree del cervello inutilizzate nei non musicisti. Il dislessico, utilizzando tali aree, sopperisce al deficit o all’anomalia della zona cerebrale deputata alla lettura”.
 
Durante il precedente governo sulla base degli studi condotti proprio dal dipartimento di psicologia dell’università di Milano-Bicocca era stata avanzata una proposta di legge per l’introduzione e il potenziamento nell’istruzione elementare dell’educazione musicale.
 
Niente musica “nel” pancione. Un mito da sfatare invece è quello di far ascoltare la musica al feto in età prenatale. “La musica ascoltata dalla mamma in gravidanza ha un effetto benefico sulla mamma stessa e quindi sul feto ma far ascoltare qualsiasi tipo di musica ad alto volume direttamente al feto – esistono degli apparecchi che si introducono nella vagina e “sparano” musica nella pancia della madre a 60 decibel – è assolutamente dannoso – puntualizza la neuroscienziata –  perché il bambino si sveglia, rallentando la sua crescita, che invece avviene proprio durante le fasi di sonno profondo. Quindi sì alla musica ma assolutamente a basso volume e soprattutto fuori dal pancione!”  
 
 
 
 

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I segreti che ci tormentano di più? Quelli per cui proviamo vergogna


CI POSSIAMO pensare anche mille volte al giorno. A volte fino a perderci il sonno. Ma ci sono segreti e segreti: quelli che teniamo nascosti perché ci fanno provare un senso di vergogna e quelli che, invece, non vogliamo confessare per il senso di colpa. E tra queste due categorie ci sarebbe una bella differenza: secondo una nuova ricerca degli psicologi della University of Columbia di New York, infatti, quelli per cui proviamo vergogna ci darebbero più tormento e ci farebbero rimuginare molto di più rispetto a quelli che teniamo nascosti per il senso di colpa. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Emotion.

Che i segreti abbiano un peso e influiscano negativamente sulla nostra mente non è una novità. Nel 2017, infatti, lo stesso team di ricercatori ha evidenziato, in uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, che tenere un segreto comporta uno stress psicologico non indifferente. “I segreti sono molto comuni, e possono essere dannosi per il benessere, le relazioni e la salute”, ha spiegato l’autore della ricerca Michael L. Slepian, psicologo della Columbia University. “Ma in che modo abbiano effetti negativi, tuttavia, è stato finora poco studiato”. Così, continuando sulla stessa linea di ricerca, gli psicologi hanno ora aggiunto un tassello in più: hanno, infatti, dimostrato in che modo diverse tipologie di segreti possano influire sulla nostra mente e quanto possano occupare il nostro pensiero quotidiano.

Lo studio

Nel nuovo studio, Slepian e il suo team di ricercatori hanno intervistato 1.000 partecipanti a cui sono state poste una serie di domande riguardanti qualcosa che avevano tenuto nascosto. Successivamente, è stato chiesto loro quale emozione avessero associato ai loro segreti: se la vergogna, come per esempio quanto si fossero sentiti impotenti e senza valore, o il senso di colpa, come il sentire rimorso e rimpianto per qualcosa che avevano fatto. Infine, i ricercatori hanno domandato quanto spesso questi segreti avessero occupato i loro pensieri nel mese precedente l’inizio della ricerca.

LEGGI – Non riusciamo a trattenere i segreti perché sono un peso

“Abbiamo esaminato la vergogna e il senso di colpa, le due emozioni autocoscienti più studiate”, ha precisato Slepian. “A differenza delle emozioni di base, come la rabbia e la paura, che si riferiscono a qualcosa al di fuori di se stessi, la vergogna e il senso di colpa sono centrati sul sé”. Si tratta – sottolinea l’esperta – di emozioni riferite agli aspetti più privati della nostra persona, che spesso hanno a che fare con il campo della morale e influenzano fortemente l’immagine che abbiamo di noi stessi. Per questo motivo sono coinvolte molto più spesso in eventi che decidiamo di tenere segreti, rispetto ad emozioni meno rilevanti per la rappresentazione del “sé”, come rabbia, la gioia, la paura o la tristezza.

LEGGI – Perché proviamo vergogna? Per difenderci

Vergogna e senso di colpa

Dalle analisi delle risposte dei partecipanti i ricercatori hanno osservato come i segreti riguardanti un’esperienza traumatica o l’insoddisfazione per l’aspetto fisico tendono a suscitare più vergogna, mentre quelli in cui si è mentito a qualcuno, tradendone la fiducia, inducono più il senso di colpa. Inoltre, è emerso che coloro che hanno riferito di aver provato vergogna per qualcosa che avevano tenuto nascosto, hanno anche maggiori probabilità di pensare molto più spesso a quel segreto durante la giornata, rispetto a coloro che hanno nascosto qualcosa per il senso di colpa. “In questo nuovo studio abbiamo dimostrato che sentirsi in colpa non porta una persona a pensare ripetutamente al suo segreto tanto quanto lo fa il sentirsi impotenti e senza valore”, ha concluso Slepian. “Il senso di colpa, invece, focalizza le persone su come potranno agire in seguito e, quindi, riuscire a passare dalla vergogna alla colpa dovrebbe poter aiutare le persone a gestire meglio i propri segreti e ad andare avanti”.

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Indagini e addio manager chiave, nuove grane per Facebook


Facebook perde il responsabile dei prodotti. Chris Coz, uno degli uomini chiave del social media, lascia. Un addio che segue due anni caratterizzati da un susseguirsi di scandali per Facebook, dalla privacy alla cattiva informazione. L’annuncio affonda il titolo del social di Mark Zuckerbeg a Wall Street, dove nelle contrattazioni after hours arriva a perdere l’1,80%.

Reuters

A pesare sul titolo, in rosso anche durante gli scambi regolari, sono anche le indiscrezioni del New York Times, secondo le quali il social è oggetto di indagini penali da parte delle autorità americane per gli accordi sui dati con le altre società tecnologiche. Un grand jury, riporta il New York Times, ha chiesto informazioni ad almeno due importanti produttori di smartphone che avrebbero siglato accordi con Facebook, guadagnando così l’accessi ai dati personali di centinaia di milioni di persone.

Le due società fanno parte del gruppo di oltre 150 aziende – fra le quale Amazon, Apple e Sony – che hanno siglato accordi per la condivisione di dati. L’indagine mostra come per Facebook sia difficile voltare pagina e lasciarsi alle spalle gli scandali recenti. Cox non è l’unico a lasciare: ad annunciare il suo addio a Facebook è anche Chris Daniles, il responsabile di WhatsApp, colui che è stato alla guida dell’app di messaggistica per mesi, da quando i suoi fondatori, Jan Koum e Brian Acton, hanno scaricato Facebook in seguito a disaccordi con Zuckerberg.

È però l’uscita di Cox a preoccupare maggiormente, soprattutto perché arriva pochi giorni dopo il cambio di strategia annunciato da Zuckerberg. E proprio il cambio di strategia sarebbe alla base della decisione di Cox di lasciare. La società ha bisogno di leader che siano “entusiasti” del cambio, dice Cox, uno degli uomini più vicini a Zuckerberg.

“Con Chris ho lavorato a stretto contatto per costruire i nostri prodotti per oltre dieci anni. Ha avuti molti ruoli cruciali in Facebook”, scrive Zuckerberg in un post sul blog della società, nel quale annuncia una riorganizzazione ai vertici di Facebook. Will Cathcart è nominato nuovo responsabile di WhatsApp, mentre Fidji Simo sarà alla guida dell’app di Facebook.

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Disturbi alimentari, si abbassa l’età e aumentano i maschi che si ammalano


CI SONO sempre più ragazzi, bambine e over-40. Non solo giovani donne, dunque. La superficie dove avevamo confinato i disturbi del comportamento alimentare (Dca) si è allargata velocemente negli ultimi tempi. E ora è una terra “abitata” da oltre tre milioni di persone dove ognuno combatte la sua battaglia quotidiana contro il cibo. Come ci ricorda oggi, venerdì 15 marzo, la Giornata nazionale Fiocchetto Lilla attraverso 150 eventi sparsi in tutto il Paese. Un evento diventato ufficiale lo scorso giugno. Ma dal 2012, grazie alla volontà di Stefano Tavilla, un padre che ha perso la figlia di soli 17 anni per bulimia, questo è il giorno in cui l’Italia si tinge di lilla. Come il colore del fiocchetto simbolo nato per ricordare a tutti che anoressia, bulimia e il binge eating (le abbuffate compulsive) sono la prigione in cui vive rinchiuso chi ne soffre, che molto è stato fatto ma altrettanto c’è da fare.

E i numeri sono il corollario di un’epidemia silente che fa, purtroppo, anche vittime. Perché le Dca rendono la vita di chi ne soffre (e dei loro parenti) un percorso doloroso e faticoso, fatto a ostacoli. Che non tutti riescono a scavalcare, purtroppo, arrivando al traguardo della guarigione. Come ci ricorda Laura Della Ragione, responsabile dei centri per la cura dei disturbi alimentari Palazzo Francisci e Nido delle Rondini di Todi (una delle prime strutture residenziali pubbliche aperte).

“Nel 2018 – dice Dalla Ragione – i decessi collegabili a uno o più disturbi alimentari accertati sono stati oltre tremila”. E quel numero “ci dice anche che sono aumentati rispetto all’anno precedente e questo anche in virtù del fatto che le vittime avevano per lo più oltre 40 anni e si erano ammalate molto tempo fa quando le cure erano ancora sottotraccia, difficili da intercettare e i centri per lo più inesistenti”.
 

Una rete a macchia di leopardo

Negli ultimi anni – è bene ricordarlo –  molto si è mosso: “Siamo in un momento nel quale possiamo dire che uscire da questi disturbi non solo è possibile ma certo. E prima si interviene meglio è, oggi ci sono ragazzine di 11 anni che hanno già problemi con il cibo. E loro coetanei che evitano alcuni alimenti sistematicamente. Ma anche persone che hanno iniziato ad avere un rapporto molto conflittuale con il mangiare dopo i 40 anni. Quello che manca è una rete omogenea su tutto il territorio in grado di curare adeguatamente le persone”. Un aspetto, quest’ultimo, non certo secondario. Visto che, riprende Dalla Ragione “l’Italia resta un Paese a macchia di leopardo, dove Regioni come Umbria, Veneto, Lombardia e Basilicata sono all’avanguardia nel percorso di cura mettendo a disposizione di pazienti e familiari dai centri ambulatoriali fino alle strutture residenziali”. Mentre altre “restano ancora ai margini”. Parte del Sud in primis. “La Sardegna, la Calabria, la Sicilia, ad esempio, non offrono strutture residenziali”, aggiunge.  E questo rende la vita di pazienti e parenti “faticosa e dispendiosa dove interi nuclei familiari sono costretti a spostarsi anche a 800 chilometri dalla propria città”.
 

I progetti

Mentre in Senato sono approvate da poco due proposte di legge bipartisan per cercare di bloccare siti e blog pro-anoressia (un problema di proporzioni molto più vaste di quanto si creda) il ministero della Salute ha organizzato per oggi un incontro dove saranno presentati più progetti per arginare, capire, approfondire e dare risposte concrete a pazienti e parenti e alle associazioni che li rappresentano. Tra i progetti del dicastero di Lungotevere Ripa la presentazione del “Codice lilla” che servirà ad accogliere nei pronto soccorso i pazienti con disturbi dell’alimentazione in modo da poter avviare da subito un adeguato percorso terapeutico multidisciplinare (tra i primi c’è il policlinico Agostino Gemelli di Roma: i responsabili del percorso saranno tra gli invitati dell’evento al ministero della Salute). E sarà presentata la nascita dell’Osservatorio sulla malnutrizione che prevede anche anoressia, bulimia e obesità, per poter ottenere dati certi, suddivisi territorio per territorio, in modo da poter creare una rete assistenziale mirata e multidisciplinare. Poi si punterà a un censimento dei centri funzionanti in Italia da inserire o rimodulare sulla piattaforma online sul sito del ministero della Salute. Il progetto, affidato all’Istituto superiore della sanità, darà vita a una mappatura completa dei centri, degli ambulatori, delle strutture sanitarie pubbliche dove chi soffre di Dca è accolto, curato, ascoltato. E restituito alla vita.
 

Questione – anche – di microbiota?

Intanto l’Adi, l’Associazione di Dietetica e Nutrizione clinica, in questi giorni sta prendendo in esame recenti studi sul ruolo del microbiota nell’insorgenza, nel mantenimento e nel trattamento dei disordini alimentari. “I trattamenti clinici sviluppati negli ultimi anni si sono concentrati sulle componenti psicologiche e sociali dei disturbi alimentari – spiega Massimo Vincenzi, vicesegretario Adi e coordinatore del gruppo sui Da, i disturbi alimentari – Una parte sempre più crescente di letteratura sta prendendo in esame, anche, il ruolo del microbiota intestinale nella progressione dei Da, dimostrando come i batteri dell’intestino possano agire sul cervello e modificare il controllo dell’appetito, delle modalità comportamentali, eccetera.  Nell’anoressia, per esempio, si è visto come questo tipo di disturbo possa cambiare la composizione del microbiota, contribuendo all’insorgere di ansia, depressione e ulteriore perdita di peso. Non si può ancora parlare di causa-effetto, ma indagare sugli organismi che abitano la nostra pancia resta un filone molto attivo nella ricerca con risvolti pratici che  potrebbero aiutarci nella cura dei Da”.
 

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Passeggiate con il cane per i pazienti con tumore al polmone


ARIA aperta, moderato esercizio fisico, affetto per gli animali e condivisione di un espereienza di svago insieme ad altri pazienti. A partire dal 25 marzo, nel Parco del Valentino a Torino, i malati di tumore al polmone potranno fare delle passeggiate di un’ora con dei cani addestrati. È il progetto di pet therapy “Impera” promossa da WALCE Onlus (Women Against Lung Cancer in Europe – Donne Contro il Tumore del Polmone in Europa) in collaborazione con Te.C.A. (Centro Studi Terapie Con Animali). L’obiettivo è quello di migliorare la qualità di vita per cercare di agire positivamente su depressione, fatigue, stanchezza, ansia, disturbi del sonno e dell’umore, che colpiscono fino al 70% di questi pazienti. “Nelle persone colpite da tumore polmonare, il sintomo acuto più frequente, prima e dopo il trattamento, è la fatigue, cioè uno stato di stanchezza profonda e prolungata”, afferma Silvia Novello, presidente di WALCE Onlus, Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università degli Studi di Torino e Responsabile Oncologia Polmonare all’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano. “La fatigue raramente è descritta come un sintomo isolato, spesso è associata ad ansia, stress, depressione e disturbi del sonno, con un conseguente notevole impatto negativo sulla qualità di vita e sull’adesione alle terapie”.

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Gli effetti dell’esercizio fisico

L’insieme di queste condizioni sono frequenti soprattutto nei pazienti trattati radicalmente per tumore polmonare, sia con chirurgia sia con trattamenti associati di chemioterapia e radioterapia, con un’incidenza che varia dal 50 al 70% dei casi. “L’unico intervento che ha dimostrato prove solide di efficacia sulla riduzione della fatigue è l’esercizio fisico, che si è rivelato efficace anche nella riduzione dei livelli di ansia e depressione”, sottolinea Novello. “La maggior parte dei pazienti non è stimolata a svolgere attività fisica in modo spontaneo. E, purtroppo, non sono disponibili linee guida formali per la riabilitazione post-chirurgica o post-chemioradioterapica, che comprendano il miglioramento di sintomi residui come la fatigue. Da qui nasce il nostro progetto, basato sulle evidenze della pet therapy come strumento di potenziamento dell’attività fisica nei pazienti con tumore del polmone. Vogliamo cioè stimolarli a svolgere movimento all’aperto, in un ambiente extra-ospedaliero”.

La pet therapy

Il Ministero della Salute ha riconosciuto la validità scientifica delle terapie con animali nel 2003, ma già dal 1997 ha iniziato a sostenere diverse sperimentazioni rivolte a persone con disturbi cognitivi, comportamentali e psicologici. “La pet-therapy si caratterizza per l’empatia e l’interazione tra l’animale e la persona sofferente”, spiega Paolo Guiso, Medico Veterinario, Direttore S.S. Igiene Urbana Veterinaria Asl TO5 e Responsabile scientifico di Te.C.A. “I risultati più evidenti appaiono nei pazienti adulti affetti da patologie neurologiche progressive, malattie cardiovascolari e nei bambini colpiti da autismo o da deficit cognitivi. I risultati terapeutici associati all’attività di assistenza agli animali sono il miglioramento della socializzazione, la riduzione dello stress, dell’ansia, della solitudine, il miglioramento dell’umore, del benessere generale e lo sviluppo delle abilità ricreative. La relazione tra il paziente e l’animale mira a restituire al malato autostima, sicurezza, capacità relazionale e, in molti casi, permette di riacquisire abilità psicologiche e motorie perse a causa della sofferenza”. Gli animali adatti alla pet therapy sono quelli domestici, affiancati al paziente dopo aver superato severi test che ne attestino lo stato sanitario, le capacità e le attitudini. “L’animale per eccellenza in questo tipo di terapie è il cane. Il benessere derivato dalla sua presenza è, infatti, generale e ha basi chimiche e fisiche: il suo affetto stimola l’organismo a produrre endorfine, inducendo uno stato di tranquillità e rilassatezza”, afferma Barbara Picco, Presidente di Te.C.A.

Il progetto

Al progetto “Impera”, realizzato con il contributo non condizionato di Boehringer Ingelheim, potranno partecipare 20 pazienti con tumore del polmone trattati radicalmente con chirurgia, comprese le persone in corso di trattamento adiuvante, cioè successivo alla chirurgia, con chemioterapia e radioterapia, e include anche i loro familiari e amici. “L’obiettivo del progetto è la valorizzazione dell’impiego della pet therapy nei pazienti attraverso l’incentivazione all’attività fisica, che migliora la fatigue e la qualità di vita del paziente, e di conseguenza ansia, depressione e qualità del sonno”, spiega Simona Carnio, Medico Oncologo all’Ospedale San Luigi di Orbassano.

Il tumore al polmone

Il tumore del polmone resta il principale big killer nel nostro Paese. La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi infatti è ancora scarsa, pari a circa il 16%. La chirurgia, seguita dalla chemioterapia e radioterapia, costituisce un’arma molto efficace negli stadi iniziali. “Purtroppo, il 60-70% delle diagnosi avviene in fase avanzata: in questi casi, oltre alla chemioterapia, oggi vi sono trattamenti che permettono di controllare la malattia migliorando la sopravvivenza a lungo termine”conclude Novello. “In particolare, in presenza di specifiche mutazioni geniche, possono essere utilizzate terapie a bersaglio molecolare. E l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario dei pazienti, sta evidenziando risultati importanti in prima linea, in pazienti che un tempo disponevano della chemioterapia come unica opzione”.

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Mai più menù sbagliati per i bimbi, arriva il ‘kit’ per genitori



Un piatto ‘intelligente’ e una guida per migliorare il menù dei propri figli con porzioni corrette e cibi giusti, senza dimenticare anche il gusto e la creatività. È
‘Nutripiatto’, il progetto Nestlé nato nel 2018, che “si è rivelato uno strumento chiave per supportare i genitori nella gestione delle porzioni e dei pasti”, hanno sottolineato i promotori oggi a Roma nella conferenza stampa di presentazione dei nuovi eventi legati al progetto.

Grazie a un kit composto da un piatto ‘intelligente’ e da una guida didattica che spiega come utilizzare il Nutripiatto, ai genitori è offerta la possibilità di mettere in tavola un’alimentazione sana e bilanciata nella fascia d’età dai 4 ai 12 anni. L’obiettivo di Nestlé è di distribuire 500 mila kit entro il 2020, raggiungendo così quasi il 15% delle famiglie in Italia con bambini in questa fascia di età.

Secondo un recente sondaggio di Nestlé, realizzato a pochi mesi dalla nascita di Nutripiatto, è emerso “che il 79% dei genitori, quando si tratta di alimentazione dei figli, preferisce avere utili, facili e pratiche indicazioni in merito a come districarsi per preparare piatti equilibrati a livello nutrizionale, meglio se accompagnate eventualmente da ricette ‘ad hoc’. Solo il 21% dei genitori – ha evidenziato la ricerca – preferisce rigide diete settimanali, complesse da seguire fra i tanti impegni in cui devono districarsi quotidianamente e la scarsa consapevolezza dei pasti consumati fuori casa dai pargoli. A dirla tutta, il 93% dei genitori non disdegnerebbe affatto avere a disposizione le ricette degli chef!”. Il progetto di Nestlé si avvale del contributo scientifico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Sempre attraverso il sondaggio, è emersa anche la tendenza tipicamente genitoriale a mettere sullo stesso piano diversi gruppi alimentari, prediligendo cioè per i figli le proteine (35%), quasi allo stesso modo dei carboidrati (34%) e delle verdure e ortaggi (31%), senza dare apparentemente peso al differente ruolo che questi alimenti svolgono nel benessere di bambini e adulti.

Nutripiatto “si dimostra dunque un valido alleato dei genitori di oggi che, insieme a nutrizionisti e insegnanti, si sono dimostrati fin da subito interessati al progetto, decretandone il successo iniziale – sottolineano i promotori – Per valutare da un punto di vista scientifico quanto e come Nutripiatto è in grado di promuovere un corretto stile alimentare nelle famiglie, grazie al supporto dell’Università Campus Bio-Medico di Roma partirà a breve uno studio che, coinvolgendo 3 scuole elementari e l’asilo aziendale dell’Università, andrà a validare l’efficacia di Nutripiatto nell’innescare cambiamenti positivi nei costumi nutrizionali di chi ne fa uso”.

Inoltre, per continuare a sensibilizzare il maggior numero di famiglie possibile sulle basi di una corretta nutrizione, saranno organizzati presso Explora Il Museo dei Bambini di Roma, nel weekend 16-17 marzo, una serie di laboratori dedicati alle famiglie che hanno il compito di divertire grandi e piccoli avvicinandoli ai concetti nutrizionali che stanno alla base del progetto Nutripiatto, a partire dalla gestione dalle porzioni. Nel sito è possibile scaricare la guida, trovare approfondimenti, ricette consultabili liberamente e richiedere il kit Nutripiatto gratuitamente.

“Nestlé da sempre si impegna ad aiutare genitori ed educatori nel fornire la corretta nutrizione ai bambini – ha affermato Desirée Garofalo, nutrizionista Nestlé – Nutripiatto rientra infatti nel progetto internazionale Nestlé for Healthier Kids, che si pone l’ambizioso obiettivo di aiutare, entro il 2030, 50 milioni di bambini a vivere in modo più sano. E in un Paese come l’Italia, in cui una corretta nutrizione ha come alleato la dieta mediterranea, Nutripiatto ne sostiene ulteriormente i principi, focalizzandosi sulla corretta porzionatura di pasti e alimenti”.

“Nutripiatto potrà diventare un valido alleato per invogliare i bambini a prendere parte attiva nella scelta dei cibi e nella preparazione delle ricette, riportando nelle famiglie italiane l’abitudine a consumare cibi semplici, nel rispetto della stagionalità dei prodotti e dei piatti tradizionali – ha spiegato Laura De Gara, presidente del Corso di Laurea magistrale in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – I Paesi dell’Europa meridionale vantano oggi il triste primato del più alto tasso di obesità infantile: i dati rilasciati recentemente dall’Oms confermano che, in Italia, i bambini obesi o in sovrappeso sono il 42% dei maschi e il 38% delle femmine. Va detto, come nota positiva, che gli studi sopracitati hanno registrato un trend di miglioramento. Anche durante la 73.esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite – ha concluso – l’Italia ha condiviso i dati più recenti che mostrano un decremento nel numero dei bambini obesi in Italia”.
(servizio AdnKronos)
 

I “danni”del cortisone costano più di terapie con spray e biologici


IL CORTISONE orale aumenta di 5 volte il rischio di osteoporosi e fratture, triplica il rischio di malattie digestive e raddoppia quello di diabete, obesità e insufficienza renale, con una spesa di 243 milioni ogni anno per la gestione degli effetti collaterali. È la conclusione a cui arriva il primo studio italiano che valuta i costi delle condizioni causate dall’uso del cortisone orale in alte dosi, spesso usato nella forma grave dell’asma. La ricerca, presentata oggi a Milano, è stata condotta grazie ai dati del Registro del progetto Sani (Severe Asthma Network Italy), è stata promossa da Siaaic in collaborazione con la Società Italiana di Pneumologia (Sip), le linee guida Gina (Global Initiative on Asthma) e i farmacoeconomisti dell’Università di Pavia.

Dei 4 milioni di italiani asmatici, 200mila hanno la forma grave e il 64% di questi viene trattato con corticosteroidi per via orale. Sono questi i pazienti a maggior rischio di complicanze proprio a causa della terapia che assumono: già dopo 6 mesi, per esempio, aumenta la probabilità di fratture spontanee e aumenta la glicemia. “ll cortisone è gravato da un elevato rischio di eventi avversi, in particolare se utilizzato per via sistemica (orale o parenterale), che cresce all’aumentare del dosaggio e della durata della cura e diventa perciò consistente nei soggetti con asma grave”, spiega Giorgio Walter Canonica, Past-presidente Siaaic: “Abbiamo quindi cercato di valutarne l’impatto economico, utilizzando i dati del registro Sani e del Sistema Sanitario Nazionale, in collaborazione con i farmacoeconomisti dell’Università di Pavia. I risultati, appena pubblicati sul World Allergy Organization Journal, ottenuti valutando il costo di ogni evento avverso correlato al tasso di probabilità che questo si manifesti, mostrano chiaramente un incremento nella spesa all’aumentare dell’impiego dei cortisonici per via orale”. Un soggetto non asmatico costa circa 1000 euro l’anno, chi soffre di asma grave invece circa 2000 euro. “Soldi spesi per gestire, per esempio l’osteoporosi, che colpisce il 16% di questi pazienti contro il 3% della popolazione generale; i disturbi della digestione, che riguardano il 65% contro il 24% di chi non ha asma grave; l’insufficienza renale, che dal 7% sale al 14%; il diabete, che arriva al 10% contro il 6% di chi non ha asma grave; l’obesità, che sale al 42% contro il 23% della popolazione generale”, sottolinea Canonica.
 

Le alternative al cortisone

Gli esperti mettono in guardia dall’impiego del cortisone per bocca come terapia di prima scelta e raccomandano di eseguire correttamente le terapie inalatorie prescritte e di ricorrere ai nuovi farmaci biologici che “risparmiano” cortisone, con minori costi ed effetti collaterali. Il costo di 243 milioni l’anno per la gestione dei danni da cortisone orale, infatti, supera la somma della spesa per terapie inalatorie, pari a 138,5 milioni, e quella per i farmaci biologici, stimata intorno ai 50 milioni. “Stando alle linee guida internazionali, i corticosteroidi per via orale nell’asma dovrebbero essere utilizzati nelle crisi acute; in caso di asma grave si suggerisce di impiegarli ai minori dosaggi possibili e come trattamento di seconda scelta, dopo aver valutato l’opportunità di terapie biologiche, come gli anticorpi monoclonali anti-IgE o anti-IL5, attualmente approvati in Italia, ed altri in arrivo e già approvati da FDA”, aggiunge Francesco Blasi, Università Milano, Direttore Dipartimento Medicina Interna Pneumologia e Sezione Adulti Fibrosi Cistica Irccs Policlinico Milano. “I dati del registro Sani mostrano che in realtà il 64% dei pazienti con asma grave utilizza cortisonici in cronico, esponendosi quindi a un elevato rischio di eventi avversi. I risultati di questo studio confermano però che si tratta di un azzardo, sia clinico sia economico: i pazienti vanno incontro a problemi anche gravi, che potrebbero essere evitati limitando l’uso del cortisone e preferendo i farmaci biologici. In più la scelta non paga neppure dal punto di vista economico, perché espone a costi enormi proprio per la necessaria gestione degli effetti collaterali. Sarebbe perciò molto più lungimirante, per la salute dei pazienti e per la tenuta dei conti del Sistema Sanitario, favorire maggiormente l’impiego di terapie biologiche nei casi di asma grave”.

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Doctor House. Che strano il cuore di Giulia: sembra sano ma non lo è


CON i suoi 77 anni Giulia era tra i volontari più attivi nella onlus dei piccoli cardiopatici. Magra e dritta come un fuso non mostrava la vera età e donava il suo tempo ai pazienti, dai reparti ai banchetti promozionali. Si era sempre ritenuta fortunata con la salute: un tunnel carpale pochi anni prima e poco altro. Vedova di un medico, nutriva molta fiducia nella categoria ma ultimamente era delusa. Quel male improvviso e feroce al volto, e altrove, a cui nessuno sembrava poter dare un nome o un rimedio. Chi parlava di trigemino, chi di sindrome di Costen, chi di fibromialgia. E adesso anche il fiato corto.

Circondata com’era da cardiologi ne cercò uno, arrivando così al fascinoso Savona. La storia cardiologica era, come si dice, muta, nemmeno un po’ di ipertensione. Ma adesso a Giulia mancava il respiro anche per sforzi lievi. La visita rivelò un battito appena veloce, senza soffi strani, pressione normale e anche i polmoni sembravano a posto.

All’Ecg c’era un Pr lungo che ci stava con l’età, e poi dei bassi voltaggi. Le chiese della tiroide, ma niente. Appena Savona appoggiò la sonda dell’ecocardio sul petto le chiese se fosse sicura di non essere mai stata ipertesa: le pareti del cuore erano spesse come quelle di un iperteso datato, oppure di una cardiomiopatia ipertrofica che però non era compatibile con il quadro clinico. Continuò l’esame senza trovare valvulopatie, e anche il pericardio non era ispessito, né si vedeva un versamento che giustificasse i bassi voltaggi. Savona non riusciva ad accordare quell’Ecg con l’ipertrofia miocardica, a meno che… Giulia lo guardava trepidante, temendo la solita indecisione. Savona capì e disse: “Vedrà, signora, con qualche esame del sangue e una scintigrafia daremo un nome a tutte le cose”.

*Cardiologo, ospedale S. Orsola Bologna


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