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Morte di Imane Fadil: “Quei metalli sono diffusi nell’ambiente. Ma per uccidere servono dosi molto più alte”


Cadmio, antimonio, cromo: sono i metalli pesanti presenti nel corpo di Imane Fadil. “Ma dalle analisi del Centro antiveleni di Pavia non sembrano dosi da intossicazione letale”. Paolo Maurizio Soave, rianimatore del Centro antiveleni della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, conferma che l’argomento è nebuloso: “Queste sostanze hanno molti aspetti misteriosi anche per noi medici”. Ma di un aspetto è sicuro: “Anche concentrazioni due o tre volte più alte rispetto alla norma non sono sufficienti a uccidere. Esistono lavoratori di fonderie o altre industrie pericolose che superano di molto le dosi misurate nella donna, e senza conseguenze letali immediate”.
 
La contaminazione da metalli pesanti può essere lenta e graduale oppure improvvisa. Può avvenire attraverso la pelle, l’aria inalata o per ingestione. Il cadmio, ad esempio, è molto vicino a noi perché si trova nelle pile elettriche, ma non basta toccarle con le mani per intossicarsi. Per questo è anche improbabile che piccole tracce eventualmente presenti nei cosmetici abbiano prodotto danni gravi sulla donna. La pianta di tabacco, che raccoglie il cadmio dal terreno e lo accumula con molta efficienza nelle foglie, rende il fumo di sigaretta una delle fonti principali di inalazione questa sostanza. I pesci, soprattutto i predatori più longevi come tonni o pescespada, tendono ad accumulare metalli pesanti nei tessuti e a cederceli quando li mettiamo nel piatto. Anche l’uomo diffonde queste sostanze nell’ambiente attraverso industrie metallurgiche e fonderie, sistemi di smaltimento di rifiuti, agricoltura, impianti elettrici, autoveicoli. I metalli pesanti, poi, sono presenti normalmente nell’ambiente naturale: si tratta di elementi comuni della crosta terrestre, derivano ad esempio da antiche eruzioni. In alcune zone vulcaniche possono essere debolmente radioattivi, come il radon del viterbese. Ma anche qui, i rischi di intossicazioni acute sono molto bassi. Le dosi necessarie a uccidere una persona in poche settimane con cadmio, antimonio, cobalto o cromo sono improponibili: bisognerebbe ingerirne a chili. “Nessun individuo ha un valore pari a zero, quando si vanno a misurare i metalli pesanti” conferma Soave.  “Ma il problema per la salute diventa concreto quando si superano dosi tossiche. Sono stati stabiliti dei livelli massimi tollerati dal nostro organismo”.

Test non comuni, quelli per i metalli pesanti: non sono molti i laboratori capaci di eseguirli. Anche per questo, capire quali sono i “valori normali” della popolazione non è sempre chiaro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le leggi dei vari paesi fissano dei tetti da non superare. Ma un reale controllo su quanto contaminato sia l’organismo di ciascuno di noi non esiste. “I metalli pesanti possono causare tossicità al sistema nervoso, ai reni, al cuore e all’apparato gastrointestinale” spiega il tossicologo. “Ma di fronte a una paziente con aplasia midollare, la prima cosa che avrei pensato è ad un tumore”.
 
 


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“Esercizio fisico 5 volte a settimana, 3 non bastano”


TUTTI vogliamo essere in forma e liberarci del grasso in eccesso. Come fare però, per trovare la routine più adatta per noi ed evitare allenamenti estenuanti e poco realistici? È fin troppo facile imbattersi in consigli che non tengono conto di cosa può realisticamente dare il nostro corpo quando si chiedono consigli sul fitness. Molte delle opinioni di cosiddetti “esperti” contribuiscono a dare un’immagine non realistica dei risultati che potremmo raggiungere. Questo porta sicuramente a frustrazione e qualche volta può anche indurci a mettere eccessivamente sotto sforzo il nostro organismo. Ci sono alcuni falsi miti che vale la pena sfatare.

LEGGI – Sport e disabilità, lo studio Istat: “Migliora la percezione della qualità della vita”?

Almeno 4 volte a settimana

Qualcuno di noi sembra essere convinto che per restare in forma non si debba fare attività fisica per più di un paio di giorni alla settimana. Se è vero che anche gli allenamenti dei professionisti prevedono un giorno di riposo settimanale, recenti studi hanno dimostrato che, un po’ come accade per i medicinali, la “dose” di attività fisica consigliata è dai 4 ai 5 giorni a settimana.

LEGGI – Dal sale all’alcol, le 5 mosse per una dieta sana

 

A tutte le ore

A fare il punto sulla situazione è il giornale Business insider . C’è chi afferma che le prime ore del mattino siano le migliori per allenarsi. Ma nonostante alcuni studi mettono in evidenza che anche le cellule muscolari hanno un picco di efficienza in alcune ore del giorno e non in altre, questo non implica che l’allenamento durante altri orari sia in qualche modo sprecato. Secondo gli autori della ricerca, “questi risultati non possono limitare gli orari dell’allenamento di un atleta, ma forse nel futuro potremmo essere in grado di sfruttare queste conoscenze per ottimizzare la funzione dei muscoli”.

Il solevamento pesi

Fisiologicamente parlando, il tessuto muscolare e quello adiposo sono composti da due tipi di cellule molto diverse tra loro e non è possibile che l’una si trasformi nell’altra.  Il grasso si accumula tra pelle e muscoli e avvolge gli organi interni come il cuore. Attraverso l’allenamento fisico si stimola la produzione di nuove cellule di tessuto muscolare. Mentre, per ridurre il grasso, il modo migliore è consumare alimenti sani come verdure e fibre e altri alimenti ricchi di proteine e poveri di grassi.

Mens sana in corpore sano

Nonostante sembri quasi incredibile, non è una bufala: fare sport migliora le capacità di ragionamento. La questione è capire quale tipo di attività porta i risultati più evidenti. Secondo l’analisi di quasi un centinaio di ricerche condotte sul tema, è stato osservato che l’attività aerobica, come camminare, ballare o andare in bicicletta, è quella più indicata per migliorare l’attenzione e la capacità di ragionamento.

LEGGI – Per la dieta dell’atleta corso di “cucina sportiva” con lo chef?

Più attivi per perdere peso

 Il modo migliore per dimagrire è combinare l’attività fisica con una dieta su misura. Per cominciare a perdere peso è necessario modificare le proprie abitudini alimentari, non possiamo pretendere di bruciare quel pacchetto di patatine mangiato durante un attacco di fame notturno. Tra l’altro, secondo alcuni studi, le cellule del nostro corpo sono in grado di adattarsi allo sforzo a cui le sottoponiamo durante l’attività sportiva e cominciano ad aver bisogno di sempre meno energia per portare a termine quel un movimento. In un certo senso è questo quello che vuol dire “essere allenati”.
 
 
 

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Alzheimer, nel virus herpes simplex un potenziale fattore di rischio


LE FASTIDIOSE vescicole provocate sulle labbra dal virus herpes simplex di tipo 1 (HSV-1), che di solito si presentano ripetutamente nel corso della vita, finora non erano mai state associate alla comparsa di patologie neurodegenerative. Poco o nulla si sapeva dei danni che le numerose recidive di tale infezione possono generare a carico del cervello. Un nuovo studio ha messo ora in luce sperimentalmente, per la prima volta, che il virus herpes simplex può contribuire all’insorgenza dell’Alzheimer. La ricerca è stata realizzata da un team di ricercatori italiani coordinato da Anna Teresa Palamara del Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive della Sapienza, nei laboratori affiliati all’Istituto Pasteur Italia, in collaborazione con l’Istituto di Farmacologia traslazionale del Cnr di Roma, l’Università Cattolica-Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS e l’IRCCS San Raffaele Pisana,

Lo studio ha dimostrato, in un modello animale, che riattivazioni ripetute del virus inducono la comparsa e l’accumulo nel cervello di biomarcatori di neurodegenerazione tipici della malattia di Alzheimer, quali il peptide beta-amiloide (principale componente delle placche senili), la proteina tau iperfosforilata (che forma grovigli neurofibrillari) e neuroinfiammazione. L’accumulo di questi biomarcatori molecolari di malattia si accompagna a deficit cognitivi che diventano irreversibili con l’aumentare del numero delle riattivazioni virali.

“Le recidive delle ben note vescicole – spiega Anna Teresa Palamara – sono dovute al fatto che il virus si annida, in forma latente, in alcune cellule nervose situate fuori dal cervello. In seguito a diverse condizioni di stress (quali ad esempio infezioni concomitanti, calo delle difese immunitarie, esposizione a radiazioni ultraviolette, ecc.) il virus si riattiva, va incontro a replicazione e successiva diffusione alla regione periorale. In alcuni soggetti – aggiunge Palamara – il virus riattivato può raggiungere anche il cervello producendo in quella sede danni che tendono ad accumularsi nel tempo”.

In studi precedenti, condotti in modelli cellulari, i ricercatori avevano già dimostrato che il virus herpes simplex è in grado di promuovere la formazione di biomarcatori molecolari di neurodegenerazione. “La novità più rilevante di questo lavoro – osserva Giovanna De Chiara – consiste nell’aver validato questi risultati in un modello animale (topi) e nell’aver dimostrato che l’accumulo di questi biomarcatori si associa a deficit di memoria, che è senza dubbio il tratto caratterizzante della malattia di Alzheimer”.

“Non tutti coloro che soffrono di herpes labialis – aggiunge Grassi – devono temere di andare incontro a neurodegenerazione. In attesa di conferme di natura clinica nell’uomo, la nostra ricerca suggerisce comunque che negli individui nei quali si stabilisce un’infezione erpetica latente nel cervello, la ripetuta riattivazione del virus nel corso degli anni costituisce un fattore di rischio aggiuntivo per l’insorgenza della malattia di Alzheimer. Risulta, pertanto, fondamentale comprendere quali siano i fattori genetici e/o metabolici dai quali dipende che il virus raggiunga il cervello e lì si annidi in forma latente”.

“I nostri risultati suggeriscono – conclude Palamara – la necessità di prestare una maggior attenzione al nesso tra agenti microbici e neurodegenerazione, e di lavorare alla messa a punto di nuove strategie terapeutiche e/o preventive finalizzate a limitare le riattivazioni virali e la diffusione del virus nel cervello”.

La ricerca è stata finanziata da fondi del ministero dell’Università e della Ricerca ed è stata pubblicata sulla rivista PLoS Pathogens. Ha aggiunto un importante tassello al filone di ricerca che da anni punta a chiarire il ruolo degli agenti microbici nell’insorgenza delle malattie neurodegenerative.

 


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Infertilità maschile, gli spermatozoi ‘sani’ se prelevati dai testicoli


IL DNA degli spermatozoi prelevati direttamente dai testicoli di uomini infertili è ‘sano’ come quello dello sperma degli uomini senza nessun problema di fertilità. Una scoperta che potrebbe aiutare a capire meglio le cause dell’infertilità maschile e soprattutto aprire la possibilità di utilizzare gli spermatozoi prelevati direttamente dai testicoli per superare l’infertilità. Al momento, il prelievo degli spermatozoi direttamente dai testicoli avviene in caso di azoospermia, cioè quando l’uomo non ha spermatozoi nello sperma oppure ne ha pochissimi e di scarsa qualità.
 

Colpa dello stress ossidativo

In Europa l’infertilità riguarda una coppia su sei e quella maschile sta diventando il motivo principale per cui le coppie ricorrono ad un trattamento medico. Il danneggiamento del Dna degli spermatozoi viene, infatti, considerato la causa maggiore di infertilità maschile e riduce le possibilità di una coppia di formare una famiglia. Questo studio mostra che nel viaggio dai testicoli alla lunga serie di dotti prima dell’eiaculazione, il Dna spermatico può subire danni importanti alcuni dei quali dovuti allo stress ossidativo.

La ricerca sugli spermatozoi prelevati dai testicoli

In questa nuova ricerca, presentata al Congresso dell’Associazione europea di urologia che si conclude domani a Barcellona, i ricercatori hanno prelevato campioni di spermatozoi dai testicoli di 63 uomini infertili e li hanno confrontati con quelli dello sperma eiaculato degli stessi uomini. Si trattava di soggetti che si erano sottoposti senza successo a trattamenti di riproduzione assistita come l’Icsi. I ricercatori hanno esaminato lo sperma per due tipi di frammentazione del Dna (singola e doppia) sia nello sperma testicolare che in quello eiaculato. Inoltre, 76 volontari fertili hanno donato i loro spermatozoi per consentire un confronto. “Quando abbiamo esaminato gli spermatozoi eiaculati, abbiamo visto che l’entità del danno al Dna era del 40% negli uomini infertili e del 15% in quelli fertili”, spiega Jonathan Ramsay, urologo presso l’Imperial College di Londra. “Non è stata una sorpresa trovare un danno maggiore del Dna nell’eiaculato degli uomini infertili. Quello che non ci aspettavamo era che esaminando lo sperma preso direttamente dai testicoli degli uomini infertili, era qualitativamente simile a quello degli uomini fertili”.
 

Le cause dei danni genetici dello sperma

Negli ultimi anni la ricerca nel campo della riproduzione si è concentrata sul patrimonio genetico dello spermatozoo, contenuto nella testa della cellula che può essere responsabile, se alterata, di diversi problemi nell’ambito della funzione riproduttiva. Una frequente alterazione è la frammentazione che si verifica quando il Dna, anziché trovarsi nella cellula in forma ‘condensata’, che ne garantisce la corretta funzione di trasferimento delle informazioni genetiche all’ovulo femminile, assume una struttura appunto frammentata. “La maggior parte dei danni del Dna che si verificano nel percorso dai testicoli all’eiaculazione – prosegue Ramsay – sono causati dallo stress ossidativo che però è responsabile solo della frammentazione singola e non di quella doppia. Quest’ultima è causata da stili di vita errati come una dieta povera di nutrienti, lo stare seduti tutto il giorno al computer e il fumo. Anche alcune malattie come il morbo di Crohn’s e il diabete di tipo 2 possono causare stress ossidativo”.

Qual è il potenziale impatto di questa ricerca sulla vita degli uomini che sono alle prese con l’infertilità? “Questa scoperta – spiega Sheena Lewis, professore emerito presso la Queens University di Belfast  – apre la possibilità di prelevare lo sperma direttamente dai testicoli degli uomini che hanno un Dna molto frammentato e che si sono sottoposti senza successo a trattamenti per la fecondazione artificiale. Con questa tecnica potrebbero superare il problema”. Resta, però, ancora da dimostrare che il danneggiamento dello sperma sia effettivamente la causa principale dell’infertilità maschile.
 
 
 


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Alzheimer: la diagnosi precoce passa per gli occhi


UN RAPIDO e semplice esame degli occhi potrebbe un giorno aiutare i medici a diagnosticare precocemente la malattia di Alzheimer. A riferirlo oggi sulle pagine di Ophthalmology Retina, rivista dell’American Academy of Ophthalmology, sono i ricercatori del Duke Eye Center, negli Stati Uniti, che hanno dimostrato l’efficacia di un sistema diagnostico per immagini nell’individuare in pochi secondi la presenza di precisi cambiamenti negli occhi caratteristici delle persone che si ammalano di questa patologia.

LEGGI – Alzheimer, allo studio la pillola della memoria

Diagnosi precoce

Il sistema, chiamato Octa (Optical Coherence Tomography Angiography), rappresenta un passo in avanti per riuscire a trovare un metodo rapido, non invasivo e poco costoso per rilevare l’Alzheimer nei suoi primi stadi. Ancora oggi, infatti, la diagnosi precoce di questa patologia rappresenta per la comunità scientifica una vera e propria sfida. Le tecniche disponibili, precisano gli autori dello studio, presentano ancora diversi limiti: alcune sono troppo costose per uno screening su vasta scala, altre rischiose, poco pratiche o in grado di rilevare i segni della malattia quando è già in una fase avanzata.

“Anche se oggi non disponiamo ancora di una medicina in grado di modificare l’andamento naturale della patologia, la diagnosi precoce è importante perché si può intervenire fin da subito sui fattori di rischio che influenzano la progressione della malattia, quali obesità, sedentarietà, scarsa attività cognitiva, ipertensione, diabete e ipercolesterolemia”, spiega Paolo Maria Rossini, direttore dell’area neuroscienze del Policlinico Gemelli di Roma. Inoltre, aggiunge l’esperto, i pochi farmaci attualmente disponibili se erogati precocemente sono più efficaci nel ritardare e rallentare l’andamento della malattia.

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Lo studio

Per testare l’efficacia del sistema Octa, i ricercatori lo hanno utilizzato per mettere a confronto le retine di circa 200 persone. Più nel dettaglio, i ricercatori hanno analizzato gli occhi di 39 pazienti con Alzheimer, di 37 persone con compromissione cognitiva lieve, e di 133 persone in buona salute, come gruppo di controllo. Dal confronto è emerso che i pazienti affetti da Alzheimer presentavano una significativa diminuzione della rete di capillari situati nella parte posteriore dell’occhio e un assottigliamento dello spessore di uno specifico strato della retina, lo strato plessiforme interno, rispetto alle persone con un lieve deficit cognitivo e a quelle in buona salute.

Il legame tra retina e Alzheimer

Stando ai risultati, quindi, il sistema permettere di misurare in modo preciso e non invasivo la microvascolarità della retina. “Già da alcuni anni era stato proposto un metodo per misurare la presenza e l’accumulo delle placche di beta amiloide sulla retina, ritenendo che questo rispecchiasse quanto avviene nel cervello”, ha concluso Rossini. “Tuttavia, in questo nuovo studio non è stato fatto un confronto degli attuali metodi di diagnosi precoce, come i test neuropsicologici, la Mri volumetrica, il Pet-scan e tanti altri”. Lo studio, conclude l’esperto, quindi non dimostra che il sistema sia migliore di quelli disponibili oggi, ma è in grado di distinguere i pazienti a rischio o che sono già affetti dall’Alzheimer e i soggetti del gruppo di controllo. “Il nostro lavoro non è finito qui”, assicura l’autore della ricerca Sharon Fekrat. “Lo scopo è riuscire a rilevare queste alterazioni nei vasi sanguigni nella retina prima che i pazienti sviluppino cambiamenti cognitivi. Solo allora saremo davvero a un punto di svolta”.

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Un test della personalità. Per scoprire gli effetti dell’operazione alla prostata


BARCELLONA – Chi soffre di ansia, irritabilità e ha una certa tendenza a buttarsi giù di morale potrebbe avere un rischio maggiore di disfunzione erettile e incontinenza in seguito a un intervento chirurgico per tumore alla prostata. Anche se già di per sé questo tipo di interventi possono comportare eventi avversi, ora un nuovo studio fa emergere che negli uomini con una personalità caratterizzata da insicurezza emotiva, ansia, preoccupazione, tensione e pessimismo, questo rischio è più alto. Lo studio, condotto presso l’Ospedale universitario di Oslo, è stato presentato a Barcellona dove è in corso il congresso dell’Associazione europea di urologia
 
 

Lo studio sulla percezione della qualità di vita

 
I ricercatori hanno esaminato i dati di 982 uomini sottoposti a chirurgia prostatica all’Ospedale universitario di Oslo. Attraverso la compilazione di un questionario sulla percezione della qualità di vita, è emerso che il 22% di questi pazienti aveva forme di nevrosi abbastanza elevate in linea con la prevalenza di questo disturbo in Norvegia. Nel resto dei paesi europei questo profilo psicologico interessa circa un quinto degli uomini. Questi pazienti hanno mostrato un punteggio significativamente peggiore sugli esiti del loro ricovero dopo la prostectomia radicale. “In media i pazienti altamente nevrotici hanno ottenuto un punteggio peggiore del 20% su una serie di effetti collaterali come la disfunzione erettile, perdite urinarie e problemi intestinali. Questi risultati rispecchiano quelli di altri studi che hanno mostrato come la personalità possa avere un impatto sulla ripresa dopo la malattia ma sono necessari altri studi”, spiega Karol Axcrona dell’Akershus University Hospital in Norvegia e principale autore dello studio.
 

Quanto conta la personalità

 
Fino ad ora si pensava che le differenze nei risultati dell’intervento chirurgico fossero legate soprattutto alle diverse tecniche operatorie e alle fasi del tumore. Ora questo studio mostra che anche i tratti della personalità possono avere un impatto sull’esito dell’intervento chirurgico. “La nevrosi non è una malattia ma un tratto della personalità così come essere estroversi o introversi. Tutti noi siamo più o meno nevrotici. Quello che abbiamo capito ora è che i pazienti che mostrano una maggior tendenza alla nevrosi hanno esiti peggiori tre anni dopo l’intervento chirurgico. Questo è un effetto reale e i medici devono tenerne conto così come – prima e dopo un trattamento oncologico – prendono in considerazione i vari fattori fisici”. Secondo gli esperti, questo significa che potrebbe essere utile disporre di test della personalità a cui sottoporre i pazienti prima degli interventi chirurgici per individuare quelli che potrebbero aver bisogno di un counselling psicologico in modo da migliorare la ripresa dopo la malattia. “E’ un lavoro interessante e originale che potrebbe avere delle ricadute preziose per le persone interessate da questo problema, ma potrebbe essere difficile testare tutti i pazienti; quindi, in termini pratici, potremmo aver bisogno di preselezionare coloro che hanno un rischio maggiore”, commenta Arnulf Stenzl, direttore dell’area scientifica dell’Associazione europea di urologia. “Sappiamo che circa un uomo su cinque tende ad essere nevrotico, ma dobbiamo essere più sicuri di come questo si traduca in effetti clinici o psicologici postoperatori, quindi abbiamo bisogno di più dati”.
 

L’esempio di Manuel Bortuzzo

 
Insomma, come spesso accade, la relazione mente-corpo è molto forte e può fare la differenza. “Chi ha una personalità ansioso-depressiva, ha una percezione delle complicanze che è sicuramente peggiore rispetto a chi ha una personalità positiva”, commenta Walter Artibani, urologo e segretario della Società Italiana di Urologia, che cita come esempio Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore rimasto su una sedia a rotelle dopo essere stato colpito da un colpo di pistola per un errore di persona. “Lui è un altro Alex Zanardi – prosegue l’urologo. Ha visto nell’incidente che ha subito un’opportunità di vita e non una tragedia. Quindi, in ogni cosa che ci accade nella vita, quello che conta è la percezione che ne abbiamo. Così, allo stesso modo, dopo un intervento alla prostata può essere più che naturale un periodo transitorio di deficit dell’erezione, ma alcuni uomini reagiscono mentre altri si piangono addosso”, conclude il presidente della Siu.  
 
 

Gli effetti collaterali degli interventi alla prostata

 
Attenzione, però, a non considerare i problemi post-operatori solo come una ‘invenzione’ o un’esagerazione frutto di nevrosi perché effettivamente alcuni eventi avversi possono verificarsi. “Nonostante il miglioramento delle tecniche chirurgiche – prosegue  Artibani – esiste la possibilità di avere fenomeni di incontinenza urinaria transitoria in circa il 20% dei casi con un recupero nell’arco di 4-5 mesi mentre un’incontinenza permanente si verifica in una percentuale di casi al di sotto del 3%”. Per quanto riguarda la disfunzione erettile, la questione è più complessa. “Può verificarsi in una percentuale di casi che oscilla dal 60 all’80% ma sappiamo che ci sono tre variabili che predicono il recupero della funzione erettiva e che sono un’età inferiore a 65 anni, la quantità e qualità dell’attività sessuale precedente e la presenza di una partner motivata a recuperare la sessualità della coppia”, conclude l’urologo. 
 
 
 
 
 

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Tumore della prostata, oltre 4 anni di vita in più e senza dolore


BARCELLONA – Da 36 mesi a poco meno di 5 anni. L’aspettativa di vita si allunga anche per i pazienti con tumore alla prostata metastatico o ad alto rischio di metastasi grazie a terapie ormonali innovative e ‘chemio-free’ che consentono di personalizzare la cura non solo scegliendo il farmaco più adatto ma anche la giusta ‘sequenza’ in cui somministrarlo. Lo annunciano gli esperti nell’ambito del 34° Congresso dell’European Association of Urology, in corso a Barcellona fino al 19 marzo.

Terapie personalizzate e in ‘sequenza’

Oggi anche i pazienti più complessi con diagnosi contemporanea di tumore alla prostata e metastasi hanno un’alternativa terapeutica alla chemioterapia e possono, quindi, evitare tutti gli effetti collaterali che questa comporta. Ma i dati emersi dallo studio Latitude, che ha seguito 1200 pazienti per quasi cinque anni, mostrano che questi pazienti hanno guadagnato anni di vita di qualità. Infatti, grazie alla terapia ormonale con abiraterone i pazienti metastatici già alla diagnosi vivono circa due anni in più, mentre un altro farmaco come apalutamide ha dimostrato come nei malati senza metastasi ma con un alto rischio di svilupparle, può ritardare di circa due anni la loro comparsa. Grazie alla massima individualizzazione dell’approccio terapeutico, oggi sono possibili terapie personalizzate ‘in sequenza’, specifiche per ogni stadio della malattia, che ritardano il ricorso alla chemioterapia e soprattutto aggiungono anni di vita di buona qualità anche nei casi più difficili. “Oggi l’obiettivo della ricerca è avere più armi terapeutiche diverse, in modo da anticipare sempre più i trattamenti nelle fasi più precoci della malattia – spiega Walter Artibani, urologo e segretario della Società Italiana di Urologia. Riuscirci è cruciale, perché può migliorare in maniera netta la prognosi del paziente”.

L’evoluzione delle terapie nel tumore della prostata

Nel 2018 in Italia sono stimati 35.0000 nuovi casi di tumore della prostata: la neoplasia più frequente tra gli uomini, rappresentando oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati negli over 50. Può presentarsi con una bassa aggressività ma anche in forme clinicamente importanti. La sopravvivenza a 5 anni è particolarmente elevata, pari al 91,4% ed oggi si sono molte armi a disposizione per sconfiggere o controllare la malattia che spaziano dalla chirurgia, alla chemioterapia, alla radioterapia, alla brachiterapia, fino all’ormonoterapia. Ma non è così per chi sviluppa metastasi. “Per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico – osserva Sergio Bracarda, direttore della S.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni – lo scenario è oggi del tutto diverso rispetto a pochissimo tempo fa ed è tuttora in continua, rapidissima evoluzione come in pochi altri settori dell’oncologia. Abbiamo, infatti, assistito a un decisivo incremento della speranza di vita: la sopravvivenza dei pazienti con metastasi all’esordio è passata in poco tempo da 36 mesi a quasi cinque anni e le novità sono continue, tanto da poter definire oggi il tumore prostatico come un’area in cui la dinamica di crescita delle conoscenze biologiche e degli approcci terapeutici innovativi supera quella del tumore al seno”.

Diciassette mesi di sopravvivenza in più

In Italia il carcinoma prostatico metastatico riguarda il 10 % dei casi, ma in Asia per esempio si sfiora il 60%. Fino a poco tempo fa in questi casi la speranza di vita era molto bassa, oggi abiraterone associato alla terapia ormonale di deprivazione degli androgeni ha dimostrato di aumentare di ben 17 mesi la sopravvivenza rispetto all’uso dei soli farmaci per il blocco degli androgeni. “Un risultato di rilievo, perché significa allungare la speranza di vita da tre a poco meno di cinque anni – interviene Cosimo De Nunzio, urologo dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Inoltre, il farmaco ha aumentato da 16 a 47 mesi il periodo senza un peggioramento della sintomatologia dolorosa legata alla malattia: questo significa che i pazienti hanno potuto trascorrere circa due anni e mezzo in più senza che il tumore comportasse un incremento del dolore e garantire, oltre a un aumento della vita media, anche un miglioramento consistente della qualità di vita”.

Come si interviene in chi è a rischio metastasi

Inoltre, l’impiego di questa terapia ormonale non preclude il ricorso ai chemioterapici nelle fasi successive della malattia: tutto questo consente di dare a ciascun paziente la terapia più opportuna per la condizione clinica in cui si trova. Ciò è possibile anche grazie ad apalutamide, terapia ormonale approvata poche settimane fa dall’European Medicines Agency (EMA) per il trattamento dei pazienti che sono anche resistenti alla terapia ormonale classica, in una fase ancora più precoce della malattia, ossia nei pazienti senza metastasi ma con un elevato rischio di svilupparle: nello studio Spartan, pubblicato sul New England Journal of Medicine lo scorso anno, il farmaco ha dimostrato di allungare di circa due anni il tempo libero da metastasi e con una buona qualità di vita, senza dolore e può consentire una terapia ‘in sequenza’ più efficiente.

Più anni di vita senza dolore

Il problema è che nei soggetti a rischio, divenuti resistenti alla castrazione, non si riscontrano metastasi con le analisi di imaging tradizionale ma il PSA è in rapida crescita, a indicare un elevatissimo rischio di progressione verso le metastasi. “Questo studio – spiega Artibani – ha dimostrato che apalutamide associato alla terapia ormonale classica di deprivazione androgenica riduce del 72% la mortalità e il rischio di progressione metastatica, aumentando di oltre 2 anni il periodo libero da metastasi in pazienti ad alto rischio”. Apalutamide, che si assume per via orale, agisce come inibitore del recettore degli androgeni: ciò, oltre a prevenire il legame degli androgeni al recettore, impedisce che il recettore stesso entri nel nucleo delle cellule tumorali e si leghi al Dna, bloccandone così la trascrizione. Tutto ciò ‘blocca’ il tumore ritardando le metastasi. “Per i pazienti questo significa ben 2 anni in più di qualità di vita invariata e senza dolore, quindi due anni in più da vivere in maggior serenità – sottolinea Artibani. Un vantaggio tangibile per i pazienti, che purtroppo hanno la certezza di andare prima o poi incontro a metastasi e quindi convivono con una spada di Damocle difficile da tollerare”. Insomma, la possibilità di avere terapie differenti a seconda della fase della malattia permette al curante di modulare il trattamento e al paziente di godere dei benefici di più opzioni terapeutiche. Progressi che fanno sperare che la cronicizzazione della neoplasia prostatica in progressione stia diventando un obiettivo sempre più vicino e solido.
 
 

 
 


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Screening per il tumore al seno, solo una donna su due fa la mammografia


IL DATO nazionale non è di quelli buoni: solo la metà delle italiane (56%) esegue la mammografia di screening, l’esame salvavita – come lo chiamano gli oncologi – perché in moltissimi casi (sebbene non in tutti) riduce la mortalità per il tumore al seno, come ormai hanno dimostrato moltissimi studi e revisioni. La partita contro il cancro che più di ogni altro colpisce le donne (e prima causa di mortalità oncologica in ogni fascia di età, con oltre 12mila decessi l’anno) si gioca quindi molto sul piano della prevenzione e della diagnosi precoce, oltre che su quello delle terapie, sempre più efficaci. A fare il punto su questa neoplasia sono i massimi esperti italiani, riuniti a Cremona dove oggi si chiude il convegno nazionale Breast Journal Club.

Screening ancora poco partecipati

La Lombardia è una Regione virtuosa e presenta uno dei tassi d’adesione tra i più alti della Penisola (67% di aderenza), ma anche qui ancora una donna su tre non si sottopone agli screening. E si registrano ancora forti differenze territoriali: nel Mezzogiorno, dove l’adesione agli screening è inferiore rispetto al Settentrione, la sopravvivenza è leggermente più bassa. Nelle Regioni del Sud si attesta all’85% mentre in quelle del Nord all’88%. Da qui l’appello degli oncologi affinché tutte le italiane, d’età compresa tra i 50 e 69 anni si sottopongano una volta ogni due anni al test gratuito organizzato dalle Aziende Sanitarie locali.

“Il cancro della mammella è una malattia che riusciamo a sconfiggere nell’oltre 80% dei casi – afferma Daniele Generali, Direttore della UO Multidisciplinare di Patologia Mammaria e Ricerca Traslazionale dell’ASST di Cremona: “E’ un dato positivo ma non si può sottovalutare una neoplasia così diffusa e che interessa una parte del corpo femminile estremamente delicata. Soprattutto i test per la prevenzione secondaria vanno maggiormente incentivati tra tutta la popolazione. Con la mammografia ogni anno individuiamo poco più di 8.000 nuovi casi; purtroppo ancora troppe diagnosi arrivano comunque tardi. Questo determina non poche difficoltà sia alle singole donne che all’intero sistema sanitario nazionale. La diagnosi precoce è l’arma fondamentale nella lotta contro il tumore al seno, permette infatti di aumentare notevolmente le probabilità di guarigione delle pazienti, oltre a consentire interventi più conservativi ed estetici. Proprio per sensibilizzare la popolazione alla prevenzione, le reti oncologiche nazionali insieme alle Istituzioni stanno promuovendo e supportando la costituzione di centri di senologia ovvero Breast Unit, modelli di assistenza specializzati nella prevenzione, diagnosi e cura del carcinoma mammario, caratterizzati dalla presenza di un team coordinato e multidisciplinare in grado di garantire quel livello di specializzazione delle cure, dalle fasi di screening sino alla gestione della riabilitazione psico-funzionale, in grado di ottimizzare la qualità delle prestazioni e della vita delle pazienti e, nel contempo, garantire l’applicazione di percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali (PDTA) in coerenza con le linee guida nazionali e internazionali. Le donne affette da tumore al seno che si curano presso centri dedicati (Breast Unit) hanno un 18% in più di guarigioni definitive e una migliore qualità di vita”.

Terapie sempre più efficaci

In questi anni la ricerca ha raggiunto risultati molto importanti in questo tumore: “Le nuove terapie hanno migliorato la sopravvivenza e presentano tossicità più contenute rispetto al passato –  aggiunge Sabino De Placido, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Università Federico II di Napoli: “Ciò è avvenuto anche per il carcinoma mammario triplo negativo metastatico, uno specifico sottotipo di malattia che è particolarmente difficile da trattare. Gli specialisti e i pazienti avevano a disposizione, fino a qualche anno fa, solo poche alternative alla chemioterapia tradizionale. Nab paclitaxel, un farmaco che sfrutta le nanotecnologie, ha dimostrato di essere efficace e di aumentare la sopravvivenza globale. Possiede un meccanismo di trasporto innovativo in grado di superare la barriera stromale del cancro. Nuove evidenze cliniche stanno emergendo anche sull’associazione tra Nab-paclitaxel e immunoterapici sempre per il trattamento dei casi più gravi della patologia”.
 

Per affrontare il cancro servono le reti oncologiche

Il Breast Journal Club è un meeting annuale, giunto nel 2019 alla sua decima edizione. Si pone l’obiettivo di riunire e avviare un confronto, tra i più importanti opinion leader stranieri e italiani, sulle nuove ricerche e metodologie scientifiche. “Quella al seno è la neoplasia più frequente registrata tra le donne del nostro Paese – sottolinea Pier Franco Conte, Direttore della Rete Oncologica Veneta e della Divisione di Oncologia medica 2 all’Istituto Oncologico Veneto: “Rappresenta un ottimo esempio dei grandi risultati che possiamo ottenere grazie alla ricerca medica. Attraverso tecniche sempre più sofisticate oggi conosciamo meglio i meccanismi biologici delle cellule tumorali. Le terapie risultano più mirate e in grado di agire sul singolo sottotipo di carcinoma. Bisogna proseguire in questa direzione e favorire il più possibile l’innovazione in oncologia. Più della metà delle sperimentazioni sui medicinali svolte in Italia riguarda i farmaci anticancro. Esistono tuttavia degli aspetti che possono essere migliorati anche a livello organizzativo. Per esempio le Reti Oncologiche Regionali devono essere quanto prima attivate su tutto il territorio nazionale. Attualmente solo sette Regioni possiedono queste strutture che hanno dimostrato indubbi vantaggi anche nel garantire a tutti i malati le migliori terapie disponibili”.

Non dimentichiamo gli stili di vita

“Oltre alle nuove cure e alle diagnosi precoci la patologia può essere sconfitta intervenendo sugli stili di vita – conclude Generali – come cessazione del vizio del fumo, una dieta sana ed equilibrata e un limitato consumo di alcol sono comportamenti che, se messi in atto, possono prevenire il carcinoma. E’ anche molto importante praticare regolarmente un po’ di attività fisica. La sedentarietà rappresenta, infatti, un fattore di rischio oncologico molto sottovalutato nonché una cattiva abitudine per oltre il 40% delle italiane over 45. Le donne che fanno sport presentano una riduzione del rischio d’insorgenza del carcinoma mammario del 20%. Va quindi promosso e incentivato tra l’intera popolazione femminile”.

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Chi era Valerio Nobili, un pediatra epatologo che non diceva mai di no se c’era da aiutare qualcuno


La collega Elena Bozzola, pediatra anche lei al Bambino Gesù, lo incontrava quasi ogni mattina. “Abitiamo di fronte, anzi abitavamo  – racconta addolorata, non riuscendo a pensare di dover usare il passato – ci incontravamo al mattino uscendo da casa, oppure al semaforo. E anche a Villa Borghese, dove io andavo in passeggino con i bambini e lui sempre in tuta a correre. E mi diceva ridendo: ‘Elena, tu niente corsa?’. E io rispondevo che con due bambini mi muovevo anche troppo”.

Valerio Nobili era un grande medico, e di lui parla il suo impact factor, quell’indice che rivela la qualità delle pubblicazioni scientifiche. Altissimo. E le sue 250 pubblicazioni scientifiche. “Collaborava con colleghi negli Stati Uniti, Cina, Giappone – ricorda Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria e collega di Nobili al Bambino Gesù – ed è una perdita per la pediatria italiana e internazionale. Per il nostro ospedale e per i bambini. Valerio era giovane, e aveva già fatto una carriera straordinaria, anche se forse in un’altra nazione l’avrebbe fatta anche prima. Lui è riuscito a dimostrare che si può essere di altissimo profilo scientifico ma senza spocchia, era straordinario nella sua normalità. Per me era un fratello, eravamo legati da profonda amicizia e i colleghi mi stanno tempestando di telefonate da tutta Italia. E oggi lo stiamo ricordando nei congressi in tutta Italia, con un minuto di silenzio. Quando muore qualcuno si tende sempre a santificarlo. Ma con Valerio è davvero diverso. Lui c’era sempre, 24 ore su 24. Se lo chiamavamo dall’ospedale alle tre del mattino perché un bambino stava male. O se lo cercava con urgenza un pediatra da un paesino di campagna. Era sempre sul pezzo, come si dice. E faceva tanta beneficienza, sotto traccia”.

Era un uomo innamorato del suo lavoro. “Mi diceva sempre che gli chiedevano di fare la libera professione e lui non poteva dire di no – continua Bozzola – ma che gli piaceva aiutare tutti. E poi aggiungeva, ridendo: “Del resto è mia moglie che porta i soldi”. Era solare, gli volevamo bene. E ci mancherà davvero, non solo perché era un grande medico. Ma perché era umano, gentile. Perché aiutava”.

Nobili si occupava di fegato grasso, una malattia in aumento anche tra i bambini, considerata frutto delle cattive abitudini alimentari del nostro tempo. Soprattutto dell’eccessivo apporto calorico – il 70 per cento dei bambini obesi ha troppo grasso nel fegato – e della scarsa attività fisica. Una malattia spesso senza sintomi, ma che è in sé fattore di rischio per altre patologie epatiche più gravi. “Di più – continua Villani – lui, prima di altri, è riuscito a dimostrare quello che nessuno poteva immaginare: che la malattia metabolica nascesse nelle prime fasi della vita. E che dunque il pediatra è determinante per la vita futura dell’adulto”. E oltre che ospedaliero – al Bambino Gesù faceva parte anche del comitato etico – da un paio d’anni insegnava alla Sapienza. Un epatologo di livello eccezionale, membro sia della società europea per lo studio delle malattie epatiche, che di quella americana.

Ed era soprattutto un grande sportivo. Corsa, bicicletta, socio da anni del circolo Aniene. “Non aveva certamente problemi di cuore. Valerio si controllava, con tutto lo sport che faceva. Ieri mattina a mezzogiorno ci siamo visti al bar dell’ospedale – continua Bozzola – se penso che alle tre del pomeriggio era morto. E che i familiari sono stati avvisati tardi perché non aveva indosso i documenti. Oggi è il compleanno di mio figlio, ma la morte di Valerio, collega e amico, è un momento di grande tristezza. E penso alla moglie. Non avevano figli. E in un momento come questo un figlio ti dà qualcosa a cui aggrapparti”.


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