Monthly Archive Giugno 2020

Covid, 142 nuovi casi e 23 vittime – Ultima Ora

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Troppi zuccheri fanno male (anche) al cuore


Troppi zuccheri fanno male (anche) al cuore. Pensavamo che un eccesso di zuccheri nella propria alimentazione esponesse a sviluppare diabete (ed è certamente così) ma non solo: anche il cuore diventa organo a rischio perché gli zuccheri sono collegati ai depositi di grasso peggiori, quelli attorno al cuore stesso e sul girovita, depositi che si è scoperto essere attivi metabolicamente. E possono provocare quindi sindrome metabolica e rischi per le patologie cardiovascolari.

Sono i risultati di uno studio osservazionale appena pubblicato su European Journal of Preventive Cardiology, il giornale della Società europea di Cardiologia. “Quando consumiamo troppi zuccheri – spiega l’autrice principale dello studio, So Yun Yi, della University of Minnesota Public Health – l’eccesso è convertito in grasso e immagazzinato. Questo tessuto adiposo localizzato attorno al cuore e all’addome rilascia sostanze chimiche nel corpo che possono essere dannose”.

Un problema mondiale

L’eccesso di zuccheri aggiunti è un problema di salute pubblica mondiale, tanto che alcuni Paesi sono intervenuti con una politica di aumento delle tasse per scoraggiare i consumi, soprattutto quelli di bevande zuccherate. I sei paesi con i maggiori consumi pro capite al mondo sono Cile, Messico, Argentina, Peru, Stati Uniti e Arabia Saudita ma ci si aspetta un aumento di domanda in Asia, Africa e Russia.

Bevande e zuccheri aggiunti

Lo studio ha esaminato sia le bevande con zuccheri aggiunti (soft drinks, succhi di frutta, energy drink) sia le quantità di zucchero aggiunte volontariamente ad alimenti e bevande per renderle più dolci, in cucina o negli alimenti pronti. Analizzando l’associazione tra consumi a lungo termine e depositi di grasso attorno a cuore e altri organi in 3.070 partecipanti in buona salute nella fascia d’età 18-30 anni, già reclutati per lo studio americano Cardia, che indaga il rischio di sviluppare patologie coronariche nei giovani americani.

E dopo una Tac…

Lo studio ha misurato per tre volte i consumi di cibo e bevande in un periodo di 20 anni tra il 1985 e il 2005, sottoponendo poi i partecipanti nel 2010, quindi dopo 25 anni, a una Tac di addome e torace per misurare i volumi di grasso nelle zone considerate più a rischio, appunto cuore e addome. Scoprendo che un alto consumo di zuccheri dopo vent’anni era correlato alla formazione di volumi di grasso e che a consumi maggiori (sia di bevande che di zuccheri aggiunti volontariamente) si evidenziavano gradualmente depositi più grandi.

Leggete le etichette e cercate questi nomi

“I nostri riscontri dimostrano chiaramente che consumi eccessivi di zuccheri aggiunti e bevande zuccherate sono correlati a un aumento di tessuto adiposo – precisa la dottoressa Lyn Steffen, dell’università della Minnesota School of Public Health – e sappiamo anche quanto questi depositi di grasso siano connessi a rischi maggiori di patologie cardiache e diabete. Quindi bisogna ridurli: bevete acqua e non bevande zuccherate e mangiate snack salutari invece di dolciumi e alimenti ricchi di zuccheri. Leggete le etichette in cerca di sciroppo, glucosio, fruttosio, maltosio e saccarosio. Conoscere questi nomi servirà a tagliare i consumi. E faccio un appello anche ai governi, a produttori e ristoranti, scuole e luoghi di lavoro: offrite alternative più sane e aumentate la consapevolezza di tutti”.

 



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Coronavirus: 296 nuovi contagi, 34 morti – Ultima Ora

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Coronavirus, l’Oms: dopo tre giorni senza sintomi, niente isolamento


Non servono più necessariamente due tamponi negativi a distanza di almeno 24 ore, oltre alla guarigione clinica per interrompere la quarantena. Cambiano le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per il rilascio dall’isolamento dei pazienti che hanno contratto l’infezione da nuovo coronavirus. Le linee guida provvisorie prevedono i tre giorni senza sintomi (inclusi febbre e problemi respiratori) come criterio sufficiente a escludere la trassmissione della malattia.

“Le nuove linee guida dell’Oms relative alla modalità di certificazione della guarigione segnano un cambiamento che può incidere significativamente sulle disposizioni finora adottate e vigenti nel nostro Paese. Chiedo di poter affrontare il delicato tema nel Cts, fermo restando il principio di massima precauzione che ci ha guidato finora”, si legge in una lettera inviata dal ministro Roberto Speranza al Comitato tecnico scientifico. Si attende dunque un approfondimento che chiarisca come e se cambieranno i protocolli sanitari dell’emergenza Covid.

I tamponi positivi

“I criteri aggiornati – specifica l’Oms – riflettono i recenti risultati secondo cui i pazienti i cui sintomi si sono risolti possono ancora risultare positivi per il virus Sars-CoV2 mediante tampone RT-PCR per molte settimane. Nonostante questo risultato positivo del test, è improbabile che siano infettivi e pertanto che siano in grado di trasmettere il virus a un’altra persona”.
Secondo il documento dell’Oms, i criteri per la dimissione di pazienti dall’isolamento senza necessità di ripetere il test sono i seguenti: per i pazienti sintomatici 10 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi, più almeno 3 giorni aggiuntivi senza sintomi (inclusi febbre e sintomi respiratori). Per i casi asintomatici: 10 giorni dopo il test positivo per Sars-Cov2.

L’Oms fornisce anche degli esempi: “se un paziente ha avuto sintomi per due giorni, potrebbe essere esentato dall’isolamento dopo 10 giorni più 3, pari a 13 giorni dalla data di insorgenza dei sintomi; un paziente con sintomi per 14 giorni, può essere dimesso (14 giorni più 3 giorni, pari a 17 giorni dopo la data di insorgenza dei sintomi; con sintomi per 30 giorni, il paziente può essere dimesso (30 giorni più 3 , quindi 33 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi)”.

Nel documento si legge inoltre che i Paesi possono scegliere di continuare a considerare il risultato dei test fra gli elementi per i criteri di rilascio. In tal caso, è possibile utilizzare la raccomandazione iniziale di “due test negativi basati sulla Pcr a distanza di almeno 24 ore”.

La decisione di modificare le linee guida è stata presa iconsiderando che il virus attivo non risulta presente, se non raramente, nei campioni respiratori dei pazienti dopo 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi, in particolare nei casi di infezione lieve di solito accompagnati da livelli crescenti di anticorpi neutralizzanti e dalla risoluzione dei sintomi.





Floyd: Greta, ‘società ha raggiunto punto di non ritorno’ – Ultima Ora

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Coronavirus: 303 contagi più di ieri – Ultima Ora

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Coronavirus, 200.000 persone depresse in più a causa della crisi economica


IN POCHI ATTIMI il virus si è portato via tutto: sogni, desideri. C’è chi ha dovuto tirare giù per sempre la saracinesca del negozio o del ristorante avviato dopo anni di fatica. Chi non è mai tornato in azienda perché è stato licenziato o chi si trova in cassaintegrazione. Da situazione il passo che porta alla depressione è breve. Molti non ce la fanno e si ammalano. Oggi in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, si stimano oltre 150.000 persone con depressione maggiore. Un problema globale tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che l’emergenza Coronavirus riguardi anche la salute mentale.

“L’emergenza sanitaria prolunga la sua ombra sul benessere psicologico delle persone, con effetti a breve e a lungo termine i cui esiti si potranno vedere anche nei prossimi anni”, spiega Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano. “Nell’arco di qualche mese si è verificato, infatti, un aumento dei sintomi depressivi nella popolazione a causa della concomitanza di più fattori di rischio quali distanziamento sociale, solitudine, paura del contagio ed evitamento, ma prevediamo anche una crescita delle depressioni dovuta da un lato alle conseguenze di una serie di lutti complicati e dall’altro dall’imminente crisi economica”

L’economia

L’economia ha un ruolo importante in questo contesto. “Basso reddito e aumento della disoccupazione determineranno, secondo diversi studi, un rischio 2-3 volte superiore di ammalarsi. In particolare, la disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento dai 150-200.000 casi di depressione, pari al 7% delle persone depresse. Con queste prospettive il numero di depressi si appresta a raggiungere quello di malati di diabete in Italia, con un maggior impatto della depressione sia a livello economico sia sulla qualità di vita”, spiega Mencacci.

La depressione è riconosciuta dall’Oms come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui circa 1 milione soffre della forma più grave, la depressione maggiore. Da una stima dei dati Istat, oltre 150.000 persone soffrono di depressione maggiore in Lombardia. Tra questi 21.000 non rispondono ai trattamenti, secondo la rielaborazione su base regionale dei dati dello studio epidemiologico italiano Dory, volto a identificare i pazienti affetti da depressione resistente attraverso un’analisi di database amministrativi.

Togliere lo stigma

Istituzioni e rappresentati locali a livello medico, assistenziale e sociale stanno cercando di capire come affrontare la malattia, superare lo stigma associato alla depressione, facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.  Fondazione Onda-Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, ha organizzato una serie di incontri a Milano sul tema. Tavole rotonde che fanno parte del percorso di sensibilizzazione per presentare il Manifesto Uscire dall’ombra della depressione, ma anche del Libro bianco sulla salute mentale in Italia. Iniziative realizzate con il patrocinio di Regione Lombardia, delle società scientifiche Sip – Società Italiana di Psichiatria e Sinpf – Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, di Cittadinanzattiva e Progetto Itaca, ed è stata organizzata con contributo incondizionato di Janssen Italia.

I costi della malattia

I costi diretti non sono l’unico tassello da tenere in considerazione se si vuole cogliere il peso economico e sociale di questa patologia. I costi indiretti (sociali e previdenziali) la fanno da padrone rappresentando il 70% del totale dei costi della malattia – spiega Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria e Direttore del Eehta del Ceis dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. “Basti pensare ai costi previdenziali legati all’elevato numero di giorni di assenza dal lavoro causato dalla depressione maggiore, alla perdita di produttività legata al presenteismo. Visto l’incremento previsto del numero delle persone con depressione in seguito alla pandemia di Covid-19, il peso economico della malattia è destinato ad aumentare”.

Anche il costo legato agli assegni ordinari di invalidità e alle pensioni di inabilità, che si aggira intorno ai 106 milioni di euro, pari a 9.500 euro annui a beneficiario, rientra tra quelli indiretti legati alla malattia. In Lombardia, secondo un’analisi dell’Eehta del Ceis (Economic Evaluation and HTta Ceis) basata su dati del 2015, tali prestazioni di invalidità previdenziale vengono concesse a 1,3 persone con depressione maggiore ogni 100.000 abitanti. Analizzando la situazione per provincia, a Cremona sono state accolte 2,8 domande di invalidità previdenziale, a cui segue Como con 2,7, Varese con 1,8, Mantova con 1,5, Bergamo con 1,4, Pavia con 1,1, Milano e Brescia con 1,0 e infine Sondrio con 0,0 ogni 100.000 abitanti.

Questi dati testimoniano che stiamo parlando di una malattia fortemente invalidante, che impatta in maniera significativa sulla vita dei pazienti e della società, da molteplici punti di vista – conclude Mennini – .Gestire il paziente in una fase precoce della malattia consente non solo un miglioramento della sua qualità di vita, ma anche una riduzione dell’impatto dei costi per il sistema sanitario e sociale”.



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