Monthly Archive Maggio 2020

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La pubertà arriva un anno prima, sotto accusa obesità e inquinamento


LA PUBERTA’ PER LE RAGAZZE arriva quasi un anno prima rispetto a quanto accadeva 40 anni fa. A dirlo è una ricerca del Rigshospitalet dell’Università di Copenaghen, pubblicata su Jama Pediatrics e che ha utilizzato come indicatore dell’inizio della pubertà non il menarca ma il telarca, cioè il tessuto ghiandolare mammario.

Lo studio

I ricercatori hanno analizzato i dati di 38 studi pubblicati prima del 2019 che prendevano in considerazione il periodo in cui c’è lo sviluppo del tessuto ghiandolare del seno, che in termini medici si chiama telarca. Si tratta del segnale che la pubertà sta cominciando. Il team di ricercatori non ha, invece, preso in considerazione il menarca, cioè la prima mestruazione, perché può dipendere da differenti fattori, che variano da persona a persona e anche perché spesso si fa affidamento sulle donne che non sempre ricordano bene quando sono iniziate le mestruazioni.

Che cos’è la pubertà

Il primo segno puberale nella femmina è lo sviluppo della ghiandola mammaria (bottone mammario) chiamato telarca e nel maschio l’aumento del volume testicolare. La comparsa di peluria pubica ed ascellare, e la sudorazione acre, invece, non sono sintomo di un vero avvio dello sviluppo puberale. Nelle fasi iniziali della pubertà nella femmina e più tardivamente nel maschio si osserva un’accelerazione della velocità di crescita, conosciuta come “sprint puberale”, che comporta un aumento della statura di 20-25 cm nella femmina e di 25-30 nel maschio.

La situazione in Italia

L’anticipo della pubertà osservato nello studio danese riguarda anche i ragazzi italiani. “L’età del menarca nelle bambine non si è modificata rispetto a 20 anni fa ed avviene anche oggi in media a 12 anni”, spiega Marco Cappa, responsabile di endocrinologia dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Quello che osserviamo, però, è un anticipo dell’inizio della pubertà, cioè vediamo bambine che hanno segni di sviluppo come il bottone mammario o bambini con un aumento del volume testicolare anticipato rispetto a 20 anni fa”.

Il ruolo del peso e del tessuto adiposo

Come mai questo anticipo? Secondo i ricercatori danesi una possibile causa va ricercata nell’aumento dell’Indice di massa corporea che potrebbe comportare anche uno sviluppo precoce del tessuto ghiandolare mammario. “E’ un’ipotesi possibile – conferma Cappa. Anche le bambine italiane sono sempre più in sovrappeso e il tessuto adiposo è fonte di estrogeni che possono avviare lo sviluppo”.

L’inquinamento può causare la pubertà precoce?

Sotto accusa sono anche i fenoli, gli ftalati e i fitoestrogeni utilizzati nella cosmesi e nei recipienti plastificati. “Anche i fattori ambientali come l’inquinamento da sostanze simili agli estrogeni giocano un ruolo”, spiega il medico. “Ma non possiamo dimostrarlo perché non esiste al mondo una popolazione non inquinata con cui paragonare quelle esposte a polveri sottili e smog”.

Spinaci e fito-estrogeni

Anche le carni “trattate” (per esempio con xenoestrogeni, usati per far crescere i vitelli) possono indurre un anticipo dello sviluppo sessuale. “Ma questo problema non dovrebbe riguardarci perché in Italia ci sono controlli molto rigidi. Attenzione, invece, ai cosiddetti fito-estrogeni, cioè ormoni contenuti nelle verdure ma che non possono essere eliminati. Per esempio, gli spinaci sono stati considerati dall’Agenzia Mondiale Antidoping una sostanza dopante perché contengono steroidi e quindi potrebbero essere ingeriti per migliorare sensibilmente la potenza muscolare e l’aumento delle prestazioni sportive. Tra l’altro è possibile che anche altre verdure contengano sostanze di questo tipo”, avverte Cappa.

Le conseguenze

Assodato che il trend è quello di un anticipo della pubertà, quali possono essere le conseguenze? “Innanzitutto, possono esserci delle ricadute sulla statura: se i ragazzi si allungano prima del tempo, poi non raggiungono l’altezza che avrebbero raggiunto se lo sviluppo avesse fatto il suo corso normale”. Ma l’impatto maggiore è quello psicologico: “Soprattutto per le bambine, il disagio emotivo può essere forte perché si trovano a 9-10 anni in un corpo da tredicenni, ma loro sono e si sentono ancora piccole”, fa notare l’endocrinologo.

I segnali a cui fare attenzione

Come accorgersi che i propri figli stanno vivendo una pubertà anticipata? Secondo i pediatri, i genitori devono rivolgersi a loro quando osservano un repentino incremento della velocità di crescita con passaggio della statura al percentile superiore e quando compare la ghiandola mammaria nella femmina e la peluria pubica nel maschio. “Bisogna monitorare attentamente i segni della pubertà insieme al pediatra: se prima degli 8 anni la bambina ha già un bottoncino mammario, va mandata dagli specialisti perché c’è la possibilità di intercettare precocemente ed eventualmente intervenire. Inoltre, soprattutto se la pubertà è molto precoce, prima dei 6 anni e mezzo nelle femmine e 7 nei maschi, è buona norma ricercare eventuali patologie organiche effettuando una risonanza magnetica della zona ipotalamo-iposifaria”.

Come si fa la diagnosi

La diagnosi viene effettuata valutando la maturazione ossea dei bambini: “Serve a indicare l’età biologica di un soggetto perché, per esempio, una bambina di 7 anni può avere una maturazione ossea di 11 anni”, spiega Cappa. Poi si effettua un’ecografia pelvica per valutare le dimensioni dell’utero che, insieme alla mammella, è l’altro organo bersaglio degli estrogeni”. Nei maschi, invece, si osservano le gonadi: “Utilizzando l’orchidometro di Prader – prosegue l’esperto – si misura il volume testicolare: se prima dei 9 anni è sopra i 4 ml cubici, vuol dire che c’è una pubertà precoce”. Cosa fare in questi casi? “In linea di massima nulla – risponde Cappa.  Solo nelle bambine che sviluppano il bottone mammario prima degli 8 anni e nei maschietti che prima dei 9 anni presentano uno sviluppo del volume testicolare si ricorre a ‘farmaci anti-ormoni’, cioè degli analoghi degli ormoni che vanno a bloccare i recettori ormonali e quindi impediscono la pubertà”.  
 




Oscar verso il rinvio a causa della pandemia

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60.960 malati Covid, 1.792 meno di ieri – Ultima Ora

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Coronavirus: Oms: “Nei bimbi infiammazione multi-organo”


 Una ‘sindrome infiammatoria multisistemica’, che può cioè coinvolgere più organi, è stata osservata in bambini e adolescenti e sembrerebbe collegata alla Covid-19. L’allerta arriva dall’Oms che, sulla base delle segnalazioni giunte da Europa e Usa di bambini ricoverati in terapia intensiva per una condizione di ‘infiammazione sistemica’ con alcune caratteristiche simili alla malattia di Kawasaki, ha sviluppato una definizione “preliminare” per classificare tali casi nei bambini. Necessario un approfondimento.

A oggi nell’Unione europea sono stati registrati circa 230 casi sospetti tra i bambini di questa nuova sindrome, di cui due morti, uno in Francia e l’altro nel Regno Unito. I sintomi, tra cui febbre, dolori addominali e problemi al cuore, sono un misto tra la sindrome di Kawasaki e quella da shock tossico, come segnala un bollettino del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc).

Attualmente, rileva l’Ecdc, gli studi epidemiologici hanno mostrato che i ragazzini tra i 0 e 14 anni sembrano essere meno colpiti dal virus SarsCov2: rappresentano solo il 2,1% di tutti i casi confermati in laboratorio. Diversi paesi europei, colpiti dall’epidemia, hanno però segnalato recentemente casi di bambini ricoverati in terapia intensiva per una rara sindrome infiammatoria multisistemica, che si è ipotizzato essere collegata al Covid-19, visto che molti di questi bambini sono risultati positivi al coronavirus. Al momento non è stato ancora confermato con certezza il legame tra il Covid-19 e questa malattia pediatrica, anche se appare plausibile.

 



Libia: Di Maio, militari non sul terreno – Ultima Ora

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Effetto lockdown sulla moda, tute e dintorni guidano gli acquisti

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Confcommercio, 270mila imprese a rischio chiusura definitiva – Ultima Ora

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Coronavirus, lo studio toscano sulla plasmaterapia scelto come modello nazionale



 Lo studio toscano sulla plasmaterapia diventa capofila della sperimentazione nazionale per la cura di Covid-19. Su indicazione del ministero della Salute, Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e Iss (Istituto superiore di sanità) hanno deciso di proporre la sperimentazione della plasmaterapia con siero iperimmune da donatori convalescenti su tutto il territorio nazionale. E il protocollo toscano “Tsunami” (acronimo di TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS.CoV2), che già aveva raccolto l’adesione di Lazio, Campania, Marche e Umbria, oltreché della Sanità Militare, è stato scelto quale modello metodologico di riferimento per il nuovo studio, riferiscono dalla Regione Toscana.

L’Iss, in collaborazione con Francesco Menichetti, direttore di Malattie infettive dell’Azienda ospedaliero universitaria di Pisa, che sarà principal investigator anche della sperimentazione nazionale, sta definendo gli interventi necessari. “La Regione Toscana – è il commento del presidente Enrico Rossi – si è impegnata tempestivamente e su più fronti per fronteggiare il Covid-19: disponibilità adeguata di posti letto in area medica e in terapia intensiva, disponibilità dei test diagnostici molecolari e sierologici su tutto il territorio, interventi della sanità territoriale per cure dispensate a domicilio, ma anche intervento diretto della sanità pubblica nella gestione delle Rsa private e distribuzione di mascherine a titolo gratuito per tutti i cittadini, rappresentano i cardini di un intervento a tutto campo, che ha saputo anche cogliere e supportare la ricerca di qualità promossa dai professionisti che operano nelle strutture pubbliche. E’ il caso della sperimentazione della plasmaterapia che si sta conducendo a Pisa e che contribuisce ad aumentare le possibilità di cura per i pazienti critici”. (segue) “Il Servizio sanitario toscano conferma non solo la sua capacità di rispondere prontamente all’emergenza pandemica – dice l’assessore al Diritto alla salute Stefania Saccardi – ma anche di saper sostenere e tutelare la ricerca scientifica, indispensabile per garantire l’elevata qualità delle prestazioni assistenziali.”Tsunami” è un buon esempio di collaborazione armonica tra la rete toscana dei centri trasfusionali e i clinici di area Covid-19, che non a caso trova riconoscimento al più alto livello. Importante come sempre la sinergia con le associazioni di volontariato e il coordinamento del Centro regionale sangue, per una corretta informazione dell’opinione pubblica e la sensibilizzazione dei potenziali donatori”.

La sperimentazione nazionale riceverà la validazione di Aifa e l’approvazione da parte del Comitato etico dell’Inmi Spallanzani di Roma, che sarà utilizzabile da tutti i centri aderenti. Di rilievo, in accordo con il recente decreto legge specifico, il fatto che la sperimentazione non richiederà che vengano stipulati contratti di assicurazione locali specifici. Menichetti si è dichiarato orgoglioso della scelta operata da Aifa e Iss, che conferma la qualità della ricerca scientifica toscana, e soddisfatto della possibilità per tutti i centri già aderenti a Tsunami di continuare il loro impegno nel quadro della sperimentazione nazionale. L’arruolamento dei primi pazienti guariti che si erano resi disponibili per la donazione di plasma è già partito un mese fa, dall’11 aprile scorso.