Monthly Archive Marzo 2020

Allergie alimentari nei bambini: no al fai da te nella dieta


A VOLTE SI ESAGERA e si prendono iniziative inutili. Come quella di eliminare dalla dieta dei bambini uno o più alimenti per verificare se c’è un’allergia. Una tendenza sempre più diffusa ma del tutto immotivata. Infatti, se alcuni studi stimano una prevalenza di allergia alimentare in età pediatrica fino al 20%, in base al test di provocazione con l’alimento sospetto che fino ad oggi è il criterio diagnostico più attendibile, il dato più realistico è quello compreso tra lo 0,5% ed il 5%. Gli esperti spiegano quali sono gli alimenti allergizzanti, quando vanno introdotti e come provare a superare la reazione allergica.

Gli alimenti a rischio allergia

Otto alimenti causano il 90% delle allergie nei bambini. Latte e uova, nei primi anni di vita. Grano, arachidi, soia, frutta a guscio, crostacei e pesce, nelle fasi della crescita. Negli anni ‘80 e ‘90 si pensava che l’assunzione precoce, nei primi mesi di vita, degli alimenti “allergenici” potesse favorire la sensibilizzazione e il successivo sviluppo di allergie alimentari. Perciò, i pediatri, nello svezzamento, ritardavano l’introduzione degli alimenti ritenuti allergizzanti. Questa strategia preventiva si è dimostrata non solo inefficace, ma forse addirittura dannosa perché vari studi hanno dimostrato che ritardare l’introduzione degli alimenti solidi oltre il 6° mese di vita non previene l’allergia alimentare anzi può favorirla. “In quest’ottica – spiega Giuseppe Pingitore, allergologo pediatrico e coordinatore regione Lazio dell’Associazione Allergologi Immunologi Italiani Territoriali ed Ospedalieri (Aaiito) – gioca un ruolo fondamentale l’allattamento al seno, la cui durata ottimale dovrebbe essere prolungata, laddove possibile, almeno per i primi 6 mesi di vita e, in ogni caso, non sospeso durante tutto il periodo dello svezzamento, da iniziare tra il 4° e il 6° mese di vita”.

Quando introdurre il latte vaccino e le uova

E allora quando va introdotto il latte vaccino? Fino al 2014 si raccomandava, al posto del latte materno, l’utilizzo di formule lattee a ridotta allergenicità, ma recentemente queste raccomandazioni sono state messe in discussione. Oggi, sia nei casi di mancanza del latte materno sia al momento dello svezzamento, gli esperti consigliano di ricorrere alle normali formule derivate dal latte vaccino. E’ cambiata anche la tabella di marcia per l’introduzione delle uova. “Fino a pochi anni fa – prosegue Pingitore – venivano introdotte nella dieta del lattante con grande cautela: non prima dei 6-7 mesi il tuorlo, e non prima dell’anno l’albume. Numerosi studi hanno mostrato come sia più vantaggiosa, ai fini della riduzione del rischio di comparsa di allergia all’uovo nei mesi successivi, un’introduzione precoce, cioè tra il 4° e il 6° mese di vita”. L’unica situazione che richiede una certa prudenza riguarda il bambino affetto da dermatite atopica medio-grave: in questi casi l’introduzione dell’uovo deve essere preceduta da una valutazione allergologica che escluda l’esistenza di una sensibilizzazione verso le proteine dell’uovo, potenzialmente pericolosa al momento dell’assunzione dell’alimento.

Il caso arachidi

Gli esperti ritengono che una precoce introduzione delle arachidi possa ridurre il rischio di sviluppo di allergie. Nonostante si tratti di un alimento poco usato nei primi anni di vita nei paesi non-anglosassoni, è quello che ha raccolto le evidenze maggiori circa l’utilità di una precoce introduzione nella dieta del lattante per ridurre il rischio di comparsa di allergia all’arachide. “Nei lattanti ad alto rischio, affetti da dermatite atopica grave, allergia all’uovo o entrambe – chiarisce l’esperto – è raccomandata l’introduzione delle arachidi durante lo svezzamento (tra il 4° e l’11° mese di vita), sotto forma di burro, crema, granulato”.

No alle diete di eliminazione fai da te

Molti genitori quando vedono dei sintomi che non sanno ricondurre ad altre patologie, pensano che possa trattarsi di allergia alimentare. E la tendenza sempre più diffusa è quella di imporre ai bambini una dieta di eliminazione su iniziativa dei genitori. “Capita ancora troppo spesso – spiega Carmen Montera, allergologa pediatrica e segretario del consiglio direttivo di Aaiito – che un bambino venga sottoposto ad una dieta di eliminazione in base al semplice sospetto clinico, ad una positività al prick test, o al valore elevato di IgE specifiche sieriche. Nella pratica clinica, però, il percorso diagnostico-terapeutico specialistico dovrebbe essere avviato solo a fronte di una anamnesi puntuale”. Una posizione ribadita anche da Riccardo Asero, presidente Aaiito: “Nelle allergie alimentari dell’età pediatrica conoscere ed attuare le procedure diagnostiche essenziali e darne una corretta interpretazione è una priorità non solo scientifica ma anche etica perché le decisioni che ne conseguono possono influenzare le abitudini e la qualità della vita sia del paziente che dei famigliari, condizionandole in modo sostanziale e per un tempo indeterminato”.

La desensibilizzazione agli alimenti

L’eliminazione totale dell’alimento allergizzante non è l’unica strada percorribile. Si sta facendo strada, infatti, la Desensibilizzazione Orale Per Alimenti (Dopa), una tecnica sperimentale che riesce a indurre la tolleranza alimentare tramite la somministrazione graduale e progressiva di un alimento. “In passato l’unico approccio terapeutico alle allergie alimentari del bambino era l’eliminazione assoluta dell’alimento dalla dieta – spiega Pingitore. “In questo modo, da una parte si ‘congela’ il problema nel tempo, d’altra parte si espone il bambino al rischio di gravi reazioni che si potrebbero verificare anche per minime quantità di alimento assunto erroneamente. Oggi, la sfida nel trattamento delle allergie alimentari è rappresentata dalla Desensibilizzazione Orale per Alimento, una procedura che consiste nella somministrazione dell’alimento ‘incriminato’ iniziando con dosi molto basse e aumentandone lentamente e progressivamente le quantità; questo tipo di approccio è praticabile, da un’equipe medica esperta solo in un ambiente idoneo ad affrontare eventuali reazioni”.

Dall’allergia alla tolleranza

La Dopa, al momento ancora sperimentale, oltre a consentire in molti casi di “tollerare” l’alimento sotto altra forma (molti bambini tollerano il latte e l’uovo sotto forma di prodotto da forno, o semplicemente cotti), permette di aumentare progressivamente la quantità di alimento tollerata dal bambino. Questo comporta un miglioramento della qualità della vita del bambino e della famiglia, terrorizzati da possibili reazioni che possano verificarsi per assunzioni inconsapevoli di piccole quantità dell’alimento, considerando anche i tanti momenti della vita quotidiana (scuola, attività sportiva, gite scolastiche, feste) in cui può mancare un controllo da parte dei genitori.

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Coronavirus, in laboratorio sopravvive nell’aria fino a tre ore. Cosa fare negli ambienti chiusi


Pensavamo che il virus sopravvivesse nell’aria solo pochi minuti. I nuovi dati ci invitano a un po’ più di cautela. Il primo esperimento con l’attuale coronavirus, per capire qual è la sua sopravvivenza al di fuori dell’organismo, è stato condotto dagli scienziati del laboratorio di virologia del National Institute of Allergy and Infectious Diseases: l’Istituto americano per le malattie infettive. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, una rivista scientifica, il 17 marzo. Spruzzato in aerosol in condizioni di laboratorio, il coronavirus sopravvive fino a tre ore. Tra il momento in cui viene nebulizzato e lo scadere delle tre ore, la sua quantità si è ridotta molto (diventa la metà nel giro di un’ora). Ma la sopravvivenza resta comunque superiore alle nostre previsioni. Finora le stime si basavano sull’esperienza di altri virus che si trasmettono da una persona all’altra a bordo di goccioline (droplets) emesse respirando, parlando, tossendo o starnutendo, che decadono negli giro di pochi secondi.

Resta valida la distanza di sicurezza di 1-1,5 metri, portata che in genere uno starnuto o un colpo di tosse non superano. “Ma in una stanza in cui resti a lungo una persona infetta, il suo respiro continua a concentrare particelle virali nell’aria. In ambienti affollati e chiusi, anche quando si rispetta la distanza di un metro, sarebbe bene aprire la finestra” spiega Carlo Federico Perno, virologo dell’università di Milano.

Carlo Signorelli, professore di Igiene al San Raffaele di Milano, si chiede se questa nuova osservazione possa avere delle implicazioni sugli impianti di aerazione degli ospedali, soprattutto quelli di vecchia data. “In ambienti dove si concentrano molti malati, potrebbe rendersi necessario sterilizzare in qualche modo l’aria che passa nei condotti, per evitare che vi si accumulino quantità di virus che possono essere rischiose”.

Non è una certezza, solo un’ipotesi, che era stata avanzata anche nel caso della nave da crociera Diamond Princess, attraccata a febbraio per la quarantena a Yokohama, e dove l’epidemia era dilagata a causa dei molti malati concentrati in spazi angusti e, almeno in teoria, segregati nelle cabine. “Avanzare una supposizione di questo tipo è facile, dimostrarla è molto più arduo, ma ci stiamo ponendo il problema” spiega Signorelli.


 
E al di fuori degli ospedali? L’attenzione per gli ambienti chiusi vale per le persone che restano in casa, se un membro della famiglia è positivo. Negli ascensori, dove non si dovrebbe entrare più di uno alla volta. “Altrimenti sarebbe difficile perfino rispettare la distanza di un metro”, sottolinea Signorelli. Negli ambienti affollati: “Lì, non all’aperto, può aver senso indossare la mascherina”, suggerisce Perno. Che conclude: “Per quanto riguarda le condutture, dalle quali sappiamo che possono dipendere le epidemie di legionella, normalmente nelle case non ci sono. Ma potrebbero essere installate in alcuni luoghi di produzione, dove si usano impianti di condizionamento centralizzati”.
 

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Coronavirus: dall’Olanda il farmaco per neutralizzarlo


E’ pronto il primo farmaco specializzato per aggredire il coronavirus Sars-CoV2. E’ un anticorpo monoclonale, specializzato nel riconoscere la proteina che il virus utilizza per aggredire le cellule respiratorie umane. La ricerca è pubblicata sul sito BioRxiv dal gruppo dell’Università olandese di Utrecht guidato da Chunyan Wang. I ricercatori hanno detto alla Bbc che saranno necessari mesi prima che il farmaco sia disponibile perché dovrà essere sperimentato per avere le risposte su sicurezza ed efficacia.

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Legandosi alla proteina “spike”, che si trova sulla superficie del coronavirus Sars-CoV-2, l’anticorpo monoclonale le impedisce di agganciare le cellule e in questo modo rende impossibile al virus di penetrare al loro interno per replicarsi. Per questo motivo i ricercatori sono convinti che l’anticorpo ha delle potenzialità importanti “per il trattamento e la prevenzione della Covid-19”.

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Al momento gli unici farmaci utilizzati sono stati sintetizzati per curare altre malattie, ad esempio l’antireumatico e quelli anti-Aids. Si lavora intanto su più fronti, dalla possibilità di utilizzare il plasma delle persone guarite all’uso sperimentale di farmaci nati per altre malattie. Dalla Francia sono invece arrivate serie perplessità sui farmaci anti-infiammatori e un chiaro invito a non assumere ibuprofene.

Lascia sperare la possibilità di utilizzare il plasma di pazienti guariti dalla Covid-19, con alti livelli di anticorpi: è l’obiettivo del protocollo firmato in Italia da alcuni centri regionali con capofila il Policlinico San Matteo di Pavia. Per le infusioni di plasma ai malati si attende adesso il via libera dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).

 

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Associazioni Culturali Giovanili Napoli

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Oggi vi parlo di “Casoria Alza La Voce”, un’associazione fondata da un gruppo di giovani del territorio casoriano mosso dal desiderio di riscatto; si pongono come obbiettivo quello di creare sia maggior aggregazione sul territorio organizzando eventi ricreativi e culturali, sia di fornire servizi di assistenza ai cittadini.

Di grande aiuto è il servizio gratuito “Psicologa/Psicoterapeuta Online” per coloro che cercano consigli e confronto con uno specialista del settore. Lo sportello sarà curato da una dottoressa altamente referenziata e specializzata che saprà aiutarvi con massima riservatezza e discrezione.

Inoltre, è sempre attivo lo “Sportello Cittadino” dove specialisti con elevate capacità di “problem solving” sono a disposizione per risolvere vostri problemi: raccolta differenziata, viabilità, tasse ecc. Si può richiedere una consulenza legale e fiscale gratuita prenotandosi sull’apposita sezione del sito web.

Creano molto interesse i loro articoli, infatti l’associazione oltre ad avere una redazione che si occupa della scrittura degli articoli, dà la possibilità di scrivere a tutti coloro che ne sono amanti e non hanno avuto la possibilità di vedere pubblicati i loro testi. Gli articoli, pubblicati periodicamente sul sito web, trattano tematiche molto interessanti; spaziano dall’attualità ai problemi legati all’età, alla salute e al territorio.

L’associazione è in continua crescita ed espansione, i propositi sono molto ambiziosi, quindi chiunque fosse interessato ad associarsi può farlo.

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